martedì 10 ottobre 2017

Attimi...Assunta in cielo

  Maria Vergine assunta in cielo  15. 08.2017
Oggi, contempliamo la  Vergine Maria assunta in cielo accanto al suo figlio, splendente di bellezza, di benevolenza e di misericordia. La sentiamo in noi quale regina di tutte le grazie, potente della potenza di Dio che intercede in favore degli uomini, anche loro suoi figli, sempre pronta ad aiutarci e accompagnarci alla salvezza eterna. Tu, o Vergine Maria, ci vuoi felici su questa terra e per l’eternità. Nessun figlio escludi dalla tua felicità.
Oggi   vogliamo esprimerti qualche nostra preoccupazione affinché tu la presenti al tuo Figlio e, se è nei suoi piani, possa esaudirci.
Sappiamo o Vergine Maria, di esserci allontanati molte volte da Te e da Gesù Cristo, senza per questo dimenticarvi. Sappiamo che  nell’avvicinarci all’Eucaristia e   ai tuoi misteri di salvezza, non  siamo così decisi e convinti come dovremmo essere. Ci accontentiamo di affermare che siamo tuoi e che crediamo in Dio senza che Questo ci impegni  più di tanto nelle nostre decisioni e nella vita quotidiana. Il nostro credo rimane nebuloso, inefficace. Siamo caduti nell’isolamento e nell’egoismo, vediamo negli altri preferibilmente ciò che è negativo, pensiamo ai nostri interessi, a difendere noi stessi a costo di tutto. Siamo disposti anche ad affondare gli altri pur di non perdere qualcosa di noi. Quanto è amara  la nostra situazione! Isolati dal resto dell’umanità crediamo di essere a posto e che tutto dipenda noi!  Immersi in questa  condizione, o Vergine Maria,  oggi veniamo da Te  per deporre il nostro cuore nel tuo. E’ un cuore  bramoso di perfezione e desideroso di  una vita nuova, libera da ogni paura, una vita che possa accogliere tutti, specialmente coloro che hanno più necessità, non solo i nostri familiari e amici.
Penso ora alla massa di persone che fuggono dalla morte e dalla fame e arrivano fino alle nostre case. Ricordo l’ambiente dove vivevo fino a qualche anno fa, là periodicamente arrivava la fame. Quella fame che uccide, che non lascia scelte né discussioni perché mentre altri discutono sul come, quando e il perché aiutare chi non ha cibo muore di fame. La miseria non ha tempo. Anche ora la situazione non è cambiata. Non possiamo sentirci infastiditi o aver paura dei migranti, neppure quando si mostrano aggressivi. La loro insubordinazione, probabilmente, è la voglia di riscatto da una condizione da noi creata in passato. La loro prepotenza è poca cosa confrontata con la nostra, presentata loro con le armi sotto forma di progresso o per sete di potere. Ora dobbiamo sentirli amici e familiari.   Come noi sono povera gente che necessitano di amore, di amicizia e di condivisione. Come noi, sono figli di Dio e salvati dallo stesso sangue di Cristo. Il legame che ci unisce a loro è solo questo, non un legame economico o di progresso civile o altri risultati umani che si possono verificare.
Accogli, o Vergine Maria, un cuore pieno di amarezza per gli avvenimenti di questa terra. E’ un cuore pieno di dolore per le sconfitte personali, per i dispiaceri delle nostre famiglie.   Sono dolori per le malattie che si accumulano  senza tregua, per le morti che arrivano improvvise, per quelle naturali o provocate e per quelle scelte.            Nelle tue mani deponiamo la nostra esistenza per proteggerla e custodirla.
Vergine Maria Madre del Salvatore, affidiamo al tuo cuore di madre quello  di tutte le madri del mondo, specialmente di quelle che non trovano parole per consigliare i figli immersi nella   malavita, nel vagabondaggio, nella droga, nella disperazione e propensi al male perché senza lavoro. Ti affidiamo quelle madri i cui figli sono scomparsi nel nulla o sono vittime d’ ingiustizie e di vendette, madri dei figli venduti e fatti oggetto di speculazione per i progetti di persone senza scrupoli e che hanno perso il concetto stesso di persona umana.
(Ho presente in questo momento quei ragazzi trovati appesi in un grosso magazzino vicino a Nampula, pronti per essere squartati  al fine di vendere gli organi. Ho davanti agli occhi i bambini e i giovani del Bangladeh accecati  e mutilati per mandarli a chiedere l’elemosina in favore di potenti, ricordo una mamma costretta dalla fame a cedere il figlio a un ricercatore di pietre preziose che promette in cambio  vestiti e cibo e ….. mai più visto).
Ti presentiamo Vergine Maria, il nostro cuore pieno di sofferenze ma anche  ricolmo di fiducia e di gioia, nonostante le amarezze. Siamo contenti per la tua presenza in mezzo a  noi premurosa e pronta ad aiutarci in tutto. Siamo certi che non ti stancherai mai di noi, non permettere che noi ci dimentichiamo o ci stanchiamo mai di Te.   Grazie per la vita e l’amore che ci doni.  Ti ringraziamo perché ci dai il tuo Figlio, nostra unica salvezza. Grazie per gli amici che incontriamo nel cammino della vita e perché metti nel cuore dell’uomo l’anelito al bene, la speranza di una esistenza migliore e la forza di andare avanti in questo mare di lacrime.

O Vergine Maria assisa sul trono di Dio permetti che in questo giorno speciale Ti chiediamo ancora una grazia:  Fa che Ti cerchiamo sempre, cercandoti Ti incontriamo e incontrandoti Ti amiamo.  Non permettere che ci allontaniamo mai da Te. Grazie.


lunedì 9 ottobre 2017

poesia...L'araba fenice



Sguardi di bimbi
su campi
di solo pianto irrigati,
su crepe
di solchi dolenti,
ove nasce
la fame.
Il grano,
elemosinato
non parla di spighe
baciate dal sole
né di papaveri in fiore
La fantasia
non dimora
nella mente
privata di vitali
forme, sapori, colori
ove la speranza
non coglie fiori.
Ignora
che poco più in là,
oltre le capanne
grattacieli
d'umana avidità
ambisce
a rinnovarsi
in eterno
come l'araba fenice


Poesia....Suona xilofono



Suona xilofono
suona
ritmi solari...
creati da fresche
mani.
Suona xilofono
suona
ritmi antichi...
il ripetersi
della vita.
Suona xilofono
suona
il silenzio
della sera
africana...
accompagnami
in questo vagare
a cogliere
folate d'Oceano
e...la mia mente
a navigare
tra marosi
d'emozioni.


sabato 7 ottobre 2017

Colei che ci salvò dal colera...

Madre Paola Muzzeddu

Kavà febbraio 2009
Sento parlare di persone che muoiono di colera nella zona di Laia. Subito dopo chiamo l'anziano di quella comunità per conoscere meglio la situazione. L'anziano si presenta con i responsabili della comunità e mi comunicano che la malattia iniziò il 17 Novembre, la prima persona a morire fu Olanda Fernando e fino a quel momento erano morte 17 persone.
Dopo una settimana spaventati dalla  situazione, un gruppo di abitanti si reca dalle autorità locali per chiedere spiegazioni e aiuto.
Interviene l'amministratore Fabbrica con la polizia, il quale, minacciando il popolo con le armi, dice che in Lara non ci sarebbe stato alcun intervento in merito alla situazione e che potevano rivolgersi al punto sanitario più vicino. Questo (Calea) dista da Laia 15 chilometri. La zona contagiata resta così abbandonata a se stessa.
La gente si dirige verso Calea ma qui non trova nessun aiuto. Gli ammalati ritornano a casa in attesa della morte che non tarda ad arrivare.
Gli ammalati,a volte non ce la fanno ad arrivare a casa e finiscono i loro giorni per strada. Altri preferiscono rimanere nelle proprie abitazioni impossibilitati a muoversi.
Nel frattempo si muore tutti i giorni e al 17 Dicembre se ne contano 38 tutti con gli stessi sintomi: diarrea, vomiti, dimagrimento improvviso e nel giro di qualche giorno arriva la morte.
Avviso la comunità che sarei andato il 17 Dicembre per celebrare la Santa Messa e per visitarla in un momento tanto delicato.
I responsabili parrocchiani che sempre mi accompagnavano, questa volta si  rifiutano per paura della malattia e di essere aggrediti, come si fa di consueto in ogni villaggio. Vado con Matteo Augusto , un giovane di Laia che vive a Memba nello studentato della missione.
In Laia incontro poche persone perchè molti abbandonarono la zona, altri sono rimasti a casa ad assistere i famigliari e un gruppo occupato nel funerale di Agostino Mokwanya-
Questo era andato al punto sanitario di Calea con la speranza d'incontrare aiuto ma non ricevette alcuna medicina e fece rientro a casa dove morì appena arrivato.
Prima della celebrazione Eucaristica ricordo a tutti che nell'altare della loro chiesa ci sono le reliquie di Madre Paola Muzzeddu e di suor Gabriella Sagheddu e che solo loro possono aiutarci perchè vivono in Dio. Gli avvenimenti da poco vissuti ci dicono che non possiamo sperare niente dalle autorità civili che tutto sta nelle mani di Dio. Insisto sul fatto che la salvezza del popolo si ottiene con la preghiera fervorosa e con la piena fiducia nei
santi. Tutti hanno l'immagine di Madre Paola e invito a pregarla con fede e, se sarà nei piani di Dio, la malattia passerà.
Celebriamo la Santa Messa con poca solennità ma con grande fervore e fiducia, poi mi licenzio invitando, ancora una volta, alla preghiera.
Due settimane dopo, nell'incontro del consiglio parrocchiale, chiedo all'anziano di Laia come stavano le cose e lui risponde che ad iniziare dalla mia visita non era morto nessuno, anzi erano guarite anche le persone  che in quel momento erano ammalate. Incredulo ripeto alcune volte la stessa domanda ricevendo sempre la stessa risposta " dalla sua visita, Padre, nessuno è morto!"
Nell'ultimo giorno dell'anno nella sede parrocchiale è tradizione fare una veglia di preghiera che si protrae fino al primo giorno dell'anno successivo per ringraziare Dio del tempo concesso e chiedere aiuto per il nuovo anno.
Dei 200 giovani presenti nessuno aveva chiesto la pioggia ma durante la celebrazione eucaristica della notte tra il 2006 e il 2007 cade abbondante, quasi per completare l'avvenimento straordinario della settimana precedente.
La pioggia era scomparsa dal mese di Marzo e quella notte rallegrò il cuore di tutti.
Anche in Laia cadde abbondante, purificando l'ambiente e dando speranze alle persone.
Tutti siamo convinti che il popolo è stato salvato per intercessione di Madre Paola e non per le medicine che le autorità preposte negarono.


Parroco della Missione di Kavà


giovedì 5 ottobre 2017

Racconto...Le scimmie

Le scimmie
“Sei brutta come una scimmia, sei dispettoso come una scimmia”, oppure  semplicemente, “mi sembri una scimmia ”, si dice di una persona poco simpatica per attribuirle qualcosa di sgradevole e di poco simpatico. Che una scimmia non splenda di bellezza non occorre dimostrarlo, per gli altri casi cerchiamo di presentare alcuni  esempi che possono aiutarci a capire.
La difesa della scimmia
Tre giovani sono sul tetto della loro abitazione per riassettare la griglia delle canne dove appoggiare le palme per la coperture. Cantano e chiacchierano con allegria. Un branco di scimmie si avvicina in cerca di cibo e  accenna ad entrare in una abitazione vicina di proprietà di Basilio, uno dei giovani.  Basilio scende velocemente dal tetto dove lavora, afferra un bastone e corre in direzione del branco.  Gli animali fuggono, eccetto un esemplare di grande stazza.  E’ la madre che osserva la fuga repentina della prole, vede l’uomo che corre verso di essa.   L’animale scatta in direzione dell’uomo, pronta a difendere i piccoli i quali osservano da lontano. Il quadrupede si ferma, ritto sulle gambe posteriori in attesa dello scontro. Il volto cambia aspetto, diventa corrucciato e pieno di rughe, la grande bocca aperta mostra i poderosi denti ingialliti. Lancia il grido di guerra e aspetta l’avversario.
L’uomo conosce bene l’indole dell’animale e, deciso nel proteggere la sua abitazione, si dirige verso la scimmia. Si ferma a pochi passi dell’avversario, solleva in alto il bastone per allontanare  il rivale e sente nella propria testa qualcosa di molto duro. Il sangue gli cola sul viso mentre il suo bastone è nelle mani della madre scimmia. Accade che nell’atto di colpire l’animale questi strappa il bastone di mano dell’uomo e picchia con la medesima arma la testa del giovane, provocando una ferita grande e profonda. Attonito per l’accaduto il giovane s’ incanta. Vede l’animale sollevare solennemente il bastone in alto e  spezzarlo in due sulla propria bamba, butta i due pezzi ai piedi dell’aggredito e scappa per raggiungere i suoi piccoli. Anche il giovane correre verso un punto di soccorso, dove gli praticano quattro punti sulla testa.
 La scimmia e il bambino
Un bambino di pochi mesi giace nudo su un panno alla porta della casa. Lo proteggono  dai raggi solari  una stretta veranda che gira intorno all’ abitazione. Il caldo supera già i trenta gradi. La madre prepara il terreno per la semina a pochi metri di distanza. La zappa che adopera per raschiare la terra è ridotta al minimo, la sua lama ha raggiunto il buco del manico. La donna possiede solo quel mezzo, ha i soldi per comprare una nuova zappa ma il negozio dista novanta chilometri dal suo villaggio. Non ci sono mezzi per raggiungere la città, le strade sono sterrate e difficili da percorrere solo a piedi. La donna, come tanti altri che lavorano la terra, si deve accontentare di quel mozzicone di metallo in attesa di tempi migliori. Mentre dissoda la terra Ana, questo è il nome della signora, guarda la propria creatura che dorme pacificamente. Nella zona  sono scomparsi gli animali feroci, sono presenti solo alcuni branchi di scimmie che visitano periodicamente l’abitato ma nulla di preoccupante. Da più di una settimana le scimmie non si vedono in giro e si pensa che abbiano cambiato zona.
La donna possiede una capra che tiene legata dove c’è da brucare qualcosa. Ci sono anche alcune galline che razzolano nel piazzale, innocue per la creatura.  Ana zappa la terra, procura la legna per il fuoco, prepara il cibo, allatta la creatura, tutto in contemporanea. Si sa che le scimmie non aggrediscono se non sono disturbate e possono giocare beatamente con i bambini se lasciate in pace. Una scimmia, di qualche anno di età, si avvicina alla porta dell’abitazione, si ferma accanto al neonato, lo guarda con attenzione, gli gira attorno, vuole giocare con quell’essere da lui diverso pur assomigliandosi in qualche modo a essa. Mentre il quadrupede compie la sua ispezione viene avvistato dalla madre del bambino che, spaventata, corre per liberare la sua creatura dalla incomoda compagnia. Si spaventa anche l’animale e fugge, nascondendosi dietro la casa. Quando la donna riprende il suo lavoro e tutto sembra calmo, la scimmia ritorna dal neonato, con le mani pratica grosse ferite nella pancia della creatura, tenta di spaccare in due il bambino. Ana assiste alla scena,    inorridita e fuori di sé corre in aiuto del suo bambino ma inutilmente. Mentre Ana si avvicina, la scimmia solleva in alto la creatura e la butta in terra con forza ai piedi della madre, quindi scappa velocemente per raggiungere il branco.
La scimmia dispettosa
Nella zona di Chipene le scimmie invadono i campi coltivati e arrivano fino alle case per cercare cibo.  Non si spostano per il semplice rumore che produce l’uomo nel quotidiano lavoro ma occorre minacciarle con bastoni e inseguirle con lanci di pietre. Capita che, avvicinandosi troppo all’animale nell’intento di allontanarlo, questo accetti la sfida e ne abbia la meglio. Tamoil coltiva un grande campo a manioca e miglio. L’agricoltore segue fedelmente gli ultimi accorgimenti del Padre missionario in fatto di produzione agricola. Il campo ben ordinato, da una parte la manioca dall’altra il miglio, tutto in linea e ben pulito  permettere il controllo del podere con un solo sguardo. L’uomo è felice di come vanno le cose e prevede un abbondante raccolto. Alla comunità darà una parte maggiore degli altri anni quale ringraziamento a Dio. La pianta della manioca già  porta le sue radici allo scoperto, le pannocchie hanno la barba dorata, tutti segni che avvisano l’agricoltore della maturità del prodotto. Purtroppo Tamoil non   prevede l’impatto con le scimmie spesso allontanate con modi bruschi. Per due volte gli animali   sradicano le piante e rovinano le talee della manioca, frugano  anche sotto terra alla ricerca della semente del miglio ma subito  si   rimedia con la sostituzione di talee e di sementi. Tamoil non pensa alla scimmia dispettosa.
Il secondo giorno del raccolto di notte interviene un branco di scimmie, rovina un terzo del prodotto già raccolto, spezza le talee e si allontana in altri poderi. Tamoil non si altera per il danno subito e promette di dare la caccia spietata a tutte le scimmie. Sarebbe inutile adirarsi. Le scimmie, come spesso gli uomini, sembra che godano quando vedono altri adirati. Questo modo di procedere delle scimmie è comune a tutti i poderi con il cibo a loro gradito. I contadini non riescono a competere con gli animali e pregano un intervento massiccio dell’Amministratore. Questo, com’ è consuetudine alle autorità, temporeggia finché gli animali arrivano anche nel suo podere. Si organizza subito una grossa retata per cacciare le scimmie e salvare il prodotto della popolazione.  Avviene  un autentico sterminio degli animali indesiderati. Per diverso tempo la popolazione si ciba volentieri della carne prelibata di questo essere che tanto si rassomiglia all’uomo Per incontrare questi animali simpatici ma dispettosi. . Adesso occorre allontanarsi dalle abitazioni e dalle strade percorse dagli esseri umani.






martedì 19 settembre 2017

La morte del fratello


Durante e subito dopo la guerra, pur di  salvare una vita, si affrontano sacrifici impensabili in altri momenti. Si viaggia senza contare i chilometri e le ore o calcolare i pericoli. E’ sufficiente  conoscere che in un posto c’ é un ammalato in difficoltà e subito si corre. Il padre Castellari ha abituato così la gente. Quando  sa di un ammalato salta il pranzo e la cena e viaggia per ore e ore pur di incontrarlo. Non sempre trova  chi cerca perché ristabilitosi o passato a vita migliore. In tal caso rientra a casa, contento se l’ammalato é vivo e ha ripreso la sua attività, deluso quando incontra l’ammalato già morto e sepolto. Quando lo permette la luce del sole il defunto si seppellisce il giorno stesso del decesso. Il Padre Castellari non  s’infastidisce mai anche quando non si  capisce se l’avviso corrisponda a verità o  é solo  il desiderio di girare in macchina. La guerra  ha formato il popolo all’incertezza, alla menzogna, a viaggiare in continuazione pur di salvarsi.  
Ai disagi del conflitto si aggiunge il feticcio (una specie di malocchio) operante nell’ambiente come una vera peste. Esso  agisce nel popolo  come una forza occulta  che determina azioni, movimenti e desideri a cui non si può e non si deve opporre resistenza. Esso è sempre la causa di ogni male che, mosso dall’invidia, penetra nella mente, fa vedere tutto negativo e porta inesorabilmente alla morte. Per vincere il feticcio occorre opporgli qualcosa di più forte che pochissimi addetti al mestiere conoscono. In caso contrario la stessa opposizione può aumentare le disgrazie in chi ne è colpito.
Di buon mattino, ancor prima dell’alba, un giovane chiama padre Castellari per soccorrere il fratello gravemente ammalato nel villaggio di Curahama. Il villaggio dista  60 chilometri dal centro, circa tre ore di macchina. Il missionario  ricorda al giovane che altre volte andò in suo soccorso e il fratello non si   lasciò mai aiutare. Forse stanco di viaggiare inutilmente, il vecchio missionario mi prega di sostituirlo.  In separata sede mi avvisa che i parenti sono convinti che l’ammalato sia invaso dai feticci. La curiosità di conoscere e una certa presunzione di sistemare la situazione mi fanno accettare l’incombenza.
Durante il viaggio il giovane è di poche parole. Io rispetto il silenzio, trascorrendo in tal modo venti minuti lunghi come  i giorni e le settimane. Una sua preoccupazione lo costringe a rompere il silenzio. Con voce sommessa  il giovane dice: “Padre, forse mio fratello è morto, forse al nostro arrivo l’hanno interrato, forse non serve il nostro viaggio”. Il suo dubbio è per me realtà. Ho la tentazione di fermare la macchina e farlo scendere. Mi faccio forza e  lo ascolto mentre parla lentamente: “ Padre, io l’ho lasciato ieri sera che respirava a fatica, forse è morto. Il feticcio che lo  possiede  é molto potente, noi non   riusciamo a vincerlo. L’ invidia delle persone supera le nostre possibilità, lui soffre molto”. Io spiego che per il cristiano non esiste il feticcio, si deve solo pregare affinché il Signore superi ogni malattia e resistenza. Spiego la dinamica del feticcio e come si può vincere. Il mio discorso  non rasserena il giovane, al contrario lo rende più nervoso e quasi lo offende. “Padre, interviene lui, io credo alle sue parole ma il feticcio che ha mio fratello non si può vincere, lui è destinato a morire”.
I discorsi si intercalano con lunghi silenzi. Non capisco perché abbia chiamato il missionario se è convinto della sua inutilità. Non riesco a spiegarmi perché debbano essere così rassegnati.
Con simili argomenti arriviamo a destinazione. L’ammalato giace su una stuoia sotto un albero di Cajù. Intorno a lui stanno i parenti in silenzio, aspettando la fine. A distanza, seduti su delle pietre, alcuni amici chiacchierano sommessamente e si alzano all’arrivo del missionario. I parenti rimangono seduti, intensificando il dolore sul loro viso. L’ammalato  è ridotto a pelle e ossa, il respiro è quasi regolare. Capisco che il giovane ha necessità di serenità e di essere incoraggiato. Se riuscisse a mangiare sarebbe un’ottima cura. Uno dei presenti avvisa l’ammalato che  il Padre missionario è accanto a lui. Lo stesso che parla con l’ammalato, anticipando ogni mia eventuale proposta, mi dice che è inutile portarlo all’ospedale, ormai è pieno di maledizioni e morirà subito. L’ammalato apre gli occhi e accenna a un sorriso. E’ un sorriso di saluto al padre arrivato al suo capezzale. Anch’ io sorrido e rispondo con una preghiera e una benedizione. Lontano dall’ammalato, con la speranza di rimuovere la decisione presa, faccio le mie rimostranze con il capo tribù e insisto per non lasciar morire in quel modo un giovane che, forse, non ha raggiunto ancora i vent’anni. Intorno a me si fa silenzio in ascolto delle mie parole poi si solleva un brusio da tutte le parti. Con fare gentile il mio accompagnatore si presta a riaccompagnarmi alla missione e partiamo. Il mio cuore si restringe, non capisco proprio nulla e non trovo alcuna giustificazione per la decisione presa. Non mi sento deluso o sconfitto, sono semplicemente disorientato. Un silenzio che si fa preghiera mi accompagna fino a casa e per i giorni successivi.
Il giovane ammalato muore di fame e di stenti alcuni giorni dopo. Ancora una volta il feticcio  fa da padrone. 
Don Ottavio



Africa amata...fine

Tra Sardegna e Africa...

Miguel Pedro Cobre vuole che rimanga a Cavà.
Secondo lui porto un pò d'allegria per i giochi di prestigio che presento a loro e che sono ormai famosi!....Il tam,tam delle notizie nella foresta ha suonato varie volte per annunciare i miei "incantesimi. Mi trovo sotto l'attenzione di tutti. I capelli bianchi hanno un fascino particolare per quei ragazzi ed ogni movimento è seguito con .
L'obesità in  Mozambico, in cui la linea asciutta è prerogativa essenziale, chi ha la pancia pronunciata come la mia e qualche chilo di troppo è ricco.
Per loro è ricco anche chi riesce a mangiare ogni santo giorno e può sorridere, in cuor suo, a Nostro Signore.
Il suono di un flauto in lontananza, squarcia il silenzio della sera e Joào, ormai responsabile e valido aiutante di don Ottavio in quel di Memba mi sorride con un augurio che parte dal cuore. Spera che il mio ritorno a Memba non tardi per mostrarmi ancora una volta la sua abilità a salire su quel "cokèiru" appeso in quel cielo azzurro che la notte ricama di brillantini affascinanti e spettacolari.Mi darà da bere il nettare della noce di cocco preso per la mia felicità e si poserà accanto a me a confortare la mia emozione incontrollata che, a sua volta, rafforzerà il mio amore.
Il vento di maestrale della mia isola mi ricorda,ancor di più, quelle folate tiepide che, dall'Oceano Indiano, corrono con le maree in un gioco dell natura e vanno a morire, lentamente, nel cuore della foresta, per ritornare dopo che le stelle salutano il firmamento incantato.
L'Africa amata attende il mio ritorno e quel giorno sarà la vittoria più bella che il mio cuore possa ricevere, senza alcun rifiuto.
Mi adagerò sulla sabbia bianca della foresta e gli occhi verso il bao bab là vicino, a protezione della mia  riservatezza, piangerò lacrime di gioia.
La mia isola lontana mi conforterà con i suoi dolci ricordi e il profumo del suo mare  mi rigenererà le membra. Respirerò a pieni polmoni , la quotidianità locale e quella strada di terra rossa che cammina come un gomitolo torturato da un gatto, non sarà fiume di sangue ma...di pace. Africa amata in cui ho depositato una part delle mie ricchezze, sei la "credenza" della mia casa. Ti cerco quando ho bisogno d'una tazzina d'amore particolare, come se tu fossi la mia amante, il medico che lenisce i dolori, la mamma che calma il pianto del figlio, l'elicriso della mia nostalgia...ti cerco, insomma, quando ho bisogno di pace.
La luna naviga tra stelle, a mille a mille e altre  ancora si preparano a salutarla.Il suo viaggio è d'amore discreto. Non ha bisogno di aneliti.
Il mio cuore viaggia in questo mare di emozioni forti e, grazie al Buon Dio, riesce a non perdere la rotta.
Africa amata, la mia isola accarezza la mia anima per donarti un figlio caro!....Una parte del mio cuore sarà tra mare e Oceano e gli scogli una barriera, così da non perdersi alcun granello d'amore....

Pier Carlo Acciaro


sabato 9 settembre 2017

Africa amata 1^ parte

Il mondo è così piccolo!.. una sfera che ruota su se stessa in cui vedi quello che vuoi vedere, con occhi affascinati, nel mondo della fantasia. I colori escono da quel globo in movimento a salutare il "ciak" della vita. Ritorni a far rivivere il povero cuore, provato da altre battaglie e...l'amore che senti è molto più vicino.
Il Mozambico mi chiama ancora a soddisfare, in parte, questa grande "sete" che ho dentro.
 Non servono più le ansie di "vecchio uomo" per scaricare il fardello d'amore, tenuto celato in un tempo che non ha mai fine.
Non servono più!...ora ho la sfera tra le mani ed il mio dito indice accarezza l'Oceano Indiano in cui si affaccia la mia Africa amata.
E' subito brivido nel mio corpo!..vivo momenti meravigliosi, di una realtà virtuale. Sono nella mia isola ( La Maddalena ) e...un'altra esistenza mi accompagna in una Terra lontana!?..,
Jaime, artista raffinato,  di sculture di legno duro come il " Pau Petru", ora dà l'ultimo tocco da maestro a quella opera d'arte che fa bella mostra in quell'angolo della chiesa " Immacolata Concezione" della parrocchia di Kavà.
Finalmente il prete che ha ordinato l'opera può dire di vedere realizzata una cosa così bella da renderlo felice ma...le cose buone, a volte , sono accompagnate da altre cattive.
Come il vento che accarezza con dolcezza le fronde degli alberi lasciandoci gli applausi della natura tra foglia e foglia in un regalo gradito, così i l silenzio del vento che non c'è più, andato a beare altre sponde, lascia un vuoto nella piccola comunità.
Rimane quell'opera d'arte in ricordo di un vento passato troppo in fretta.
Jaime aveva dato l'illusione di rimanere in quella comunità a suonare i suoi strumenti d'arte e insegnarli a quella gioventù avida  di conoscenza.
Invece è volato via lasciando una lieve speranza in cuore a chi vuole credere che domani sarà migliore.
Vorrei sentire il profumo della terra baciata dalla pioggia in un bel canto di gioia e rotolarmi in quella danza di emozioni assieme ai miei amici mozambicani.
 Salutare quel "cochèiru" là in alto fino a perdere l'equilibrio e trovarmi spaparanzato per terra, in quella terra rossa bagnata di fresco e accorgermi di essere in compagnia di noci di cocco, cadute da quell'albero.
Vorrei sentire il vociare dei bambini che, dalla scuola vicina alla comunità di Memba, fanno di tutto per portarmi indietro nel tempo e ritrovarmi bambino anch'io con la voglia di far sentire la mia voce  all'aria salubre della mia cara isola. Vorrei ascoltare in silenzio i discorsi dei bambini, ma la lingua che parlano è il Macua ...allora mi trovo a parlare il mio bel dialetto sardo-maddalenino e i pensieri si perdono in un marasma di voci.

Pier Carlo Acciaro

giovedì 3 agosto 2017

Poesia Africa amata


Ti accorgi
Che la terra è terra
Il fiume è fiume
La casa è casa
La vita è vita.

Ti accorgi
Che il sole è sole
Il cielo è cielo
La luna è luna
Le stelle sono stelle

Il mare è oceano
E questo è l’immenso
Del tuo amore:

Africa amata!...

di Pier Carlo Acciaro
La Maddalena


mercoledì 26 luglio 2017

noi una famiglia






don Ottavio Cossu poco dopo il suo rientro dal Mozambico ove ha svolto per quindici anni la sua missione sacerdotale.
Essa è formata da volontari che condividono il suo ideale di dedizione agli altri per una crescita umanitaria, sociale e spirituale della persona nel suo ambiente
 naturale.


Quanto ha realizzato l’associazione col tuo aiuto.
-       Un pozzo nella missione di Kavà-Memba in Mozambico.
-       Attrezzatura di una falegnameria e di un laboratorio del ferro nella missione di Kavà-Memba in Mozambico.
-       Aiuto ad un microcredito agricolo nella missione di Kavà in Mozambico.
-       Una cooperativa per la lavorazione della ceramica  nella parrocchia di Kisangara juu in Tanzania.
-       Pavimento della chiesa parrocchiale di Gonja in Tanzania.
-       In fase di completamento un salone multi uso nella diocesi di Same in Tanzania.
-       Aiuti al centro per carcerati “Giovani in Cammino” a Marrizza in Italia.
-  Contributo per la realizzazione della chiesa di Kisangara Juu in Tanzania.
Con il vostro cinque per mille intestato all’Associazione Onslus “NOI UNA FAMIGLIA”
C.IBAM:  IT7360760117200001000687853  Oppure con l’offerta sul CC postale  1000687853  faremo cose grandi.


sabato 22 luglio 2017

La mia Africa.

.............................................l'occhio si perde negli enormi spazi che uniscono tutt'intorno la terra e il cielo ricordando che la terra è per il cielo e l'uomo è fatto per Dio.
Per nove mesi l'anno la natura è lussureggiante di colore verde con le sue mille sfumature, purtroppo una tradizione radicata " obbliga" gli abitanti a bruciare ogni angolo di terra.
Lo fanno tutti gli anni alla fine del periodo secco per preparare la terra alla semina, stanare topi e altri animali da mangiare, per ripulire dalle erbe i campi già coltivati l'anno precedente.
Ciò che conta è bruciare, sicuri che, pochi giorni  le prime piogge, riappare il verde propio della natura.
..................L'alba e il tramonto sono sempre differenti I mille colori, ora tenui ora incandescenti, sorprendono e inchiodano lo sguardo in una contemplazione senza parole nè sentimenti, avvolti  dal mistero che emanano. Terminati i loro dieci minuti di magia ci si trova il cuore leggero, contento, disponibile all'amore più puro.
Alla notte, quando si nasconde la luna, appaiono le stelle a miriadi, molto vicine alla terra e, con le molteplici forme che disegnano, abitano l'universo, ricordando all'uomo la sua piccolezza e dipendenza dl Divino.


sabato 15 luglio 2017

Per caso o per grazia?


“Piacere  Pino”, “Piacere don Ottavio”.
In una consueta visita alla Casa per ospiti carcerati la responsabile della  comunità mi presenta il nuovo ospite di passaggio. Per vivere i suoi brevi permessi premio che il tribunale gli concede,  Pino va a Marrizza.   Qui incontra altri sventurati che scontano la loro pena o sono in attesa di giudizio. Qui c’è la responsabile del centro che dispensa a piene mani accoglienza, certezza e speranza. Tutti gli ospiti trovano serenità, motivo di vita, e il recupero di una  esistenza che sembrava persa o indirizzata nel tetro buio dell’incognita.  
Dopo vent’anni di rigore assoluto  Pino può assaporare l’inizio di una libertà dimenticata, può respirare l’aria pura e salmastra del mare, può incantarsi davanti all’estensione delle acque sempre in movimento e ammirare il cielo stellato del quale ha dimenticato il colore, la forma e la composizione dei corpi celesti che lo abitano. Abituato all’oscurità della cella, non ricorda i benefici della luce. La macchina blindata che lo accompagna nei trasferimenti ha le pareti di  lamiera come i furgoni che trasportano materiale vario facilmente deteriorabile alla luce e all’aria. La mancanza di vetri nella zona dove siede il “materiale umano” impedisce al sole  di penetrare all’interno per sollevare l’umore dei detenuti e scorgere qualche strada, forse conosciuta. Ora, quando cammina in macchina accanto all’autista, Pino ha paura poiché gli sembra che tutte le auto gli vengano addosso.
Come un bimbo che   lascia il seno materno, l’uomo si deve abituare alla luce del sole, ai colori della natura, al vento che accarezza la pelle, muove i fiori e gli alberi, al volto sereno o corrucciato delle persone che girano in fretta alla ricerca della propria vita. Nel seno materno il feto si forma e cresce inconscio di tutto ciò che lo circonda e ignaro di quello che accade. In tutto e per tutto dipende dagli altri. Possiamo dire che lo stesso avviene nell’ assoluta segregazione   e nel buio delle celle di alta sorveglianza. Il recluso è sempre nelle mani degli altri, deve essere pronto e ubbidiente, pena il suo deterioramento. Una minima ribellione potrebbe complicare la situazione. Se da un lato l’assoluta segregazione toglie la libertà dei movimenti dall’altra può raffinare l’animo e fortificare la volontà nel bene. Fuori della cella deve  abituarsi agli incontri sereni e fiduciosi con i propri simili. Il buio dell’ambiente creato nel penitenziario ha prodotto nell’animo di Pino una oscurità  ben più difficile da illuminare. Pino ci tenta.
 Affrancato dagli occhi vigili delle guardie, senza la preoccupazione di non farsi sentire dai vicini, a  Marrizza il recluso può incontrare la moglie, con lei ricordare il passato, raccontare il presente e, specialmente, programmare il futuro. Un futuro di sacrifici nell’ambiente e in famiglia. Si sa cosa si pensa e come ci si comporta nel territorio, specialmente in quello natio, nei confronti di chi ha sbagliato gravemente. Si vede la persona perennemente ancorata all’errore ed è difficile pensarla redenta. In famiglia sono cambiate tante cose, si sono create nuove situazioni, altre persone sono entrate in essa e il corso della vita non è quello lasciato. Riguardo alla sua ‘imminente’ liberazione, cinque anni ancora, l’uomo si mostra preoccupato ma fiducioso. “Sarà dura ma non impossibile”, commenta Pino, “ciò che m’ impegnerà di più sarà farmi accettare dalle due figlie, ambedue mature. La prima ha il suo lavoro ed è indipendente, la seconda studia.  Insieme a mia moglie”, dice ancora l’uomo, “riuscirò anche in questa impresa”.   Mentre parla, quasi per avere conferma delle parole, guarda la signora che gli siede  accanto con il volto raggiante di luce.  Sbagliare è facilissimo. Ci si trova trascinati da una spirale di odio e di morte alle volte per galanteria, altre volte per avidità o per necessità oppure obbligati, coscienti ma impotenti nel lasciare l’ambiente.  Ricuperare è un lavoro difficilissimo che impegna tutta la volontà e la forza morale.
Le figlie, Marica 20 anni ed  Erica 14 anni, conoscono il padre come un recluso, uno lontano che sconta la pena di qualcosa di molto grave, tanto grave da meritare 25 anni di stretta separazione dal resto del mondo. Non l’hanno mai incontrato a casa, non hanno mai giocato con lui,  non hanno mai ricevuto una carezza e ancor meno un aiuto nei momenti di difficoltà. Sanno che è il genitore perché la loro madre lo ha presentato così. Il primo approccio con il padre è attraverso le foto che conserva la mamma, poi in persona, in un penitenziario dietro il vetro blindato con le guardie armate vicino. Prima di incontrare il genitore sono perquisite all’ingresso, anche loro sospettate di chissà quale cosa, poi sentono lo scricchiolio delle porte e delle chiavi fino ad arrivare davanti a un bancone. Dopo l’attesa appare il padre scortato ma sorridente. Il padre sembra aver dimenticato la sua condizione. Vede il volto delle figlie che lo riempiono di gioia. In lui  suscitano nuove emozioni e fortificano la volontà di recupero. Le figlie sono impassibili, non un sorriso, non una parola. Quell’uomo rimane lontano anni luce dal loro mondo. La madre le aveva preparate all’incontro ma le emozioni, i pensieri, il volto di quel recluso sono nuovi, imprevedibili. Nessuno conosce l’impatto che provoca una simile scena nell’animo delle adolescenti. Solo chi lo vive sulla propria pelle sa cosa significa. Anche a loro s’impone un lavoro non facile di accettazione per vivere insieme e amarlo come padre attento, delicato e responsabile. Le aiuterà l’ambiente in cui vivono? Le amicizie che si sono coltivate avranno l’intelligenza e la forza morale per  far propria la nuova situazione oppure le due giovani dovranno vivere sempre col marchio di un prigioniero?. La tentazione forte e pressante è quella di ripudiare il padre, anche se questo rimarrà sempre il loro genitore.
Al momento della carcerazione  Pino è latitante e fidanzato con Maria. Durante la contumacia la donna dà alla luce la loro creatura. Gli agenti dell’ordine sorvegliano il reparto ospedaliero con la speranza di incontrare il ricercato. Credono che l’istinto paterno superi quello dell’autodifesa. Attesa  inutile e umiliante anche per la giustizia. Il latitante conosce l’ astuzia della polizia per cui il  clandestino preferisce immaginare la bellezza della sua creatura piuttosto che avventurarsi in una visita molto pericolosa . Alle volte anche la scaltrezza giuridica si rivela ingenua. Nonostante le sue attenzioni, il giovane viene arrestato  poco tempo dopo senza vedere il volto della  figlia.   Pino e Maria sono fortemente innamorati e tale decidono di rimanere fino alla fine dei giorni, nonostante tutto.
La sentenza del tribunale condanna l’uomo a 25 anni di carcere, segregato dal resto del mondo, sorvegliato in ogni suo movimento. La cella di alta sorveglianza è quella di massima sicurezza dove entrano  solo i mafiosi e i grandi criminali. L’unico momento di aggregazione è il  giornaliero tempo d’aria nel cortile del penitenziario dove convergono i detenuti.  Il cortile è coperto con una rete spessa   per impedire la fuga dei malcapitati. Lungo il perimetro del   chiostro c’è una corsia dove passeggiano le guardie ben armate. Forse hanno paura anche loro benché siano pronte a tutto pur di salvarsi.  Pino riflette, riconosce, decide per una vita nuova ispirata alla legalità, al rispetto e alla riparazione. Capisce che non è la violenza a risolvere i problemi ma l’impegno che nasce dall’amore incondizionato e orientato al bene dell’altro. In questo trova un esempio chiaro e forte nella donna che ama. Nelle lunghe meditazioni che la situazione dispone, il giovane comprende bene che la violenza è solo l’atto supremo dell’egoismo che alimenta altro egoismo. Capisce il significato del servizio come  gesto di amore che avvicina l’altro, lo  comprende e si mette nelle condizioni di camminare insieme.
 Nel frattempo  Maria non si scoraggia per la lontananza obbligata del fidanzato, non lo lascia per nessun’altra proposta. Le difficoltà nel  seguire la figlia e le dicerie dell’ambiente sono continue ma lei preferisce seguire la sua strada. La donna è alimentata dalla forza della fede e dalla certezza che il suo fratello, ormai al cospetto di Dio, la segue e la protegge. Col cuore e con la mente   entra in carcere anche lei. Pino ne sente i benefici e s’impegna  per una condotta giusta e irreprensibile pur di ricomporre il nucleo familiare.  Come tutti i carcerati pericolosi il nostro uomo peregrina da un  penitenziario all’altro, conosce  reclusi di ogni tipo, impara i sotterfugi per usufruire di qualche permesso o beneficio. Lo spostano spesso e all’improvviso per non agganciare rapporti con i compagni e per far perdere le tracce agli eventuali collaboratori che si trovano all’esterno. Nelle ore di luce conosce un  capo cellula degli anni di piombo (Giuliano) e viene a sapere che di fronte alla sua cella c’è quella di  uno dei più pericolosi malviventi dell’epoca (Graziano Mesina). Lì dentro non ci sono vie intermedie che si possono seguire: O si diventa ancor più delinquenti, e alle volte si sceglie il suicidio, oppure si diventa santi. Il nostro amico sceglie la seconda via. Non si propone esplicitamente la santità ma sceglie la via che conduce a essa. Per lui la santità non è affare dei carcerati. Nella sua mente la perfezione cristiana è  scomparsa da molto tempo.

La buona condotta di  Pino  consente alla moglie qualche visita sotto la severa sorveglianza delle guardie. Più avanti nel tempo,  gli innamorati riescono a contrarre matrimonio civile all’interno del penitenziario.  Il fatto permette di riconoscere la figlia, a suo tempo registrata col cognome della madre. Pino acquista fiducia all’interno del  carcere. Nel fascicolo che lo accompagna come la sua pelle nei trasferimenti si leggono solo note positive. Dove   Pino arriva, gode subito di nuovi favori. Le udienze con i familiari avvengono anche nel giardino interno del carcere lontano dalla sorveglianza, in modo anche appartato. E’ proprio in uno di questi incontri che  i due decidono per un secondo figlio. Un’ altra femminuccia sigilla l’amore fedele di  Pino e Maria. La bambina prende il cognome del padre e viene subito battezzata. I due sono cristiani, ancorati alla fede che li sorregge. Ora desiderano suggellare il loro cammino con il sacramento del matrimonio. Sperano di celebrarlo nel paese natale quale testimonianza di rinascita nel perdono donato e accettato a piene mani.


giovedì 6 luglio 2017

figlio di cinque padri


Nella tradizione makwa è di norma, o almeno lo era all’epoca  dei fatti, che  all’inizio delle doglie, si chieda alla partoriente la paternità della creatura che porta in grembo. Questo è dato dal fatto che la maternità non può essere messa in discussione, al contrario, non essendoci per loro riscontri scientifici, si può  dubitare della paternità.  Al momento opportuno, la  suocera della  gravida o una incaricata del presunto papà, chiede alla partoriente il nome del padre del nascituro.  Chi presenta la domanda può anche mettere delle condizioni per tutelare la veridicità della risposta, ad esempio: se la madre  dice il falso muoia subito lei o il bambino; oppure: se il padre del nascituro è il marito  della partoriente non ci sia   nessun problema durante il parto; o anche: se il bambino non è del marito della donna la creatura nasca guasta. Come si può facilmente notare la pratica non rivela l’ombra della  delicatezza. Questa è un’ abitudine che  mette in discussione la  fiducia e la fedeltà tra i coniugi. Presentata in questo momento particolare, la domanda  non infonde, certamente,  serenità nell’ ambiente e ancor meno aiuta la donna  nel dare alla luce la propria creatura. Soddisfa solo la macabra curiosità della gente, umiliando la donna  e il papà nel momento più bello e delicato della loro vita.
Un’altra pratica comunemente accettata e che facilita la diffidenza coniugale é il fatto che la donna non nega mai all’uomo la proposta   di un rapporto sessuale. Qualunque sia l’uomo. Sono pochissime le donne che  respingono sia il semplice rapporto come anche il lasciare marito e figli per seguire l’ultimo arrivato. La donna diventa una merce qualunque che passa da un uomo all’altro senza diritti né dignità, con l’unico dovere di soddisfare le esigenze dell’uomo.  Una concezione profondamente maschilista è radicata nella mentalità makwa. Una simile mentalità libera l’uomo dalla fedeltà coniugale, dagli impegni familiari, dal rispetto della propria persona e   degrada la dignità femminile. La donna  possiede una sola risposta all’infedeltà coniugale: “Lui mi ha invitato”. L’espressione rivela una mancanza totale della percezione del proprio valore, e della  dignità femminile pari a quella dell’uomo. Lei è convinta che l’unico scopo della sua esistenza sia la procreazione. Per capire meglio i rapporti familiari è bene ricordare che fino a non molti anni orsono i mariti, per rafforzare l’amicizia o per   cortesia verso l’ospite,   usavano scambiarsi la moglie fra di loro  per una o più volte.  Si può intendere quanto sia arduo e delicato il lavoro missionario per la costruzione del tessuto umano, sociale e tradizionale.  In questo quadro si colloca l’episodio che segue. 
Mwalapwa e Ana sono due giovani che hanno contratto da poco il matrimonio sacramentale, sono sereni e felici di essere cristiani. Si sono preparati con tre anni di catechesi e vivono insieme da cinque anni.  Non hanno figli viventi poiché due sono morti appena nati. Vivono a Keteketi e si sono proposti di essere fedeli al sacramento ricevuto. Tutta la comunità cristiana li stima. Lui si prepara per diventare catechista.
Nella comunità di Mwipia vive un insegnante, Janela, che ha la moglie, quella del sacramento. Forse perché possiede qualche soldo, non si accontenta  della moglie e periodicamente diventa poligamo. La prima è stabile a casa e guai a chi la tocca, la seconda dura  fino a che lui non si stanca, poi la restituisce alla famiglia.  La restituzione, notare il termine usato da loro, non implica grandi oneri eccetto quello di un risarcimento economico per i danni subiti dalla donna. L’insegnante danaroso non si fa scrupoli, quando adocchia una donna che a lui piace, piomba nella casa e la porta via con la sola giustificazione che a lui piace. E’ quanto avviene  nella casa di Ana. Questa tenta una  iniziale  resistenza senza alcun risultato. L’uomo piccolo di statura, snello, tutto nerbuto da sembrare un atleta, nero come la pece, le ordina di prendere la biancheria e di seguirlo senza tentennamenti per evitare il peggio. Così avviene e dopo mezzora A na si ritrova come seconda moglie di Janela.
Povero Mwalapwa. Al ritorno dai campi trova la casa vuota, aspetta inutilmente il ritorno della moglie. Forse è andata a Miroge dai parenti, forse è in chiesa per l’incontro delle donne, oppure è andata al fiume a lavare i panni e ad attingere l’acqua. Se fosse così rientrerà al tramonto. Tutto è possibile per chi non conosce. Sono le vicine di casa a dargli la brutta notizia: “Janela l’ha portata via contro la sua volontà”. Il marito fedele piange a dirotto, si precipita  nella nuova dimora della moglie, la prega piangendo inginocchiato ai suoi piedi. Ana sta raccogliendo nuovamente la sua biancheria quando arriva l’insegnante e minaccia i due di cose strane. Mostra loro un involucro e due bastoncini e dice: “ Questo è per voi se mi disturbate ancora”. Nell’ involucro c’è la maledizione del feticcio. Con questo nessuno scherza, nessuno avanza delle pretese, almeno apertamente,.
Mwalapwa sconfitto e ridotto in cenere rientra a casa ma non si rassegna a perdere in questo modo la moglie amata e venerata. Il suo casolare non può essere rovinato proprio dal figlio dell’animatore di zona. L’uomo non rassegnato si reca dal padre di Janela, presenta il suo dramma e lo supplica di risolvere il problema,  in qualità di padre dell’usurpatore e come animatore di zona.  L’animatore possiede i mezzi per intervenire. Il padre chiama il figlio il quale non ha niente da dire né  vuole difendersi. Davanti al padre Janela china la testa e ripetutamente dice: ” Ana mi piace e la voglio io”. Irremovibile il figlio quanto deciso il padre. Non servono i discorsi, non convincono le parole e il padre passa alle botte. Il disgraziato ne riceve tante che quasi non può camminare. Col il genitore Janela non si difende, non si lamenta, è lì come una persona estranea alle botte. Non è possibile lasciare quella donna, bella e generosa.
Non ottenendo nulla dall’animatore di zona, Mwalapula si presenta al missionario per avere consigli sul comportamento da tenere. Il giovane non vuole prendere altra moglie, vuole rispettare il sacramento ricevuto e rientra a casa deciso ad attendere.
Col tempo tutto si normalizza. L’animatore di zona e padre di Janela si sente umiliato e sconfitto. Janela si ristabilisce dalle botte e cura le due mogli. E’ felice, si sente un imperatore capace di tutto. Mwalapwa si rassegna, prende un’altra donna e attende che rientri la sua amata. Ana si ritrova incinta e porta in  casa grande gioia. Stranamente anche l’uomo ferito e abbandonato dalla moglie appare felice, non perché la donna che gli portarono via  é in attesa,   ma per   cos’altro che nessuno conosce. Janela si presenta ovunque raggiante come l’uomo forte che nessuno può sconfigge. E’ l’uomo che  conosce e ottiene ciò che vuole, dovesse anche ripudiare la sua fede.
Arrivano le doglie del parto e ad Ana si rivolge la domanda consueta, non perché ci sia alcuno che dubiti della paternità attribuita a Janela ma per rispettare le usanze: “Ana, chi è il padre della creatura?”. La donna si chiude in un silenzio misterioso, non parla, non si muove, guarda fissa il suo pancione che racchiude il segreto della sua vita. Le donne addette al parto la sollecitano più volte finché lei a parlare. Le chiariscono che la domanda non vuole essere offensiva ma è solo per rispettare la tradizione. Tutto sanno che il nascituro appartiene a Janela il quale, per gelosia o per paura, aveva proibito ad Ana di frequentare le case vicine o ricevere visite di uomini. Quando le donne presenti al parto parlavano lei diventava sempre più triste e paurosa. Il suo viso si bagna di sudore e di lacrime. Le donne sono smarrite e pian piano zittiscono.
Quando tutto è silenzio attorno,   tremante e rassegnata alla sorte malefica, Ana risponde: “Non lo so”. Le donne si guardano smarrite in faccia. Un mormorio si diffonde nella stanza. L’incaricata alle domande chiede: “Che significa non lo so?   Cosa dire a tuo marito? Tu devi dare una spiegazione a quanto hai detto”. La donna che vede davanti a sé la sua morte e quella del nascituro  non riesce più a parlare, si chiude nuovamente nel   silenzio e rimira il pancione. Nessuno immagina il dramma che nasconde quella donna. In fine, sollecitata dalle assistenti e votata ormai alla sorte, continua: “Non lo so perché durante la mia permanenza qui avevo dei rapporti non solo con Janela ma veniva anche Mwalapwa e Amisi e alcune volte si sono presentati Ramiro e  Waeka. Ecco perché non conosco la paternità della creatura”. Un dramma nel dramma  senza conosce quale sia il peggiore. Le due tragedie portano, inevitabilmente alla terza: l’eliminazione della donna con il bambino. Per grazia di Dio non c’è stata quest’ultima tragedia.
 Dopo le prime sfuriate, Janela decide di restituire all’antico marito la sua donna infedele con il bambino sano, forte e di bell’aspetto come tutti i bambini che si affacciano sulla terra. Tuttavia l’uomo forte non può apparire uno sconfitto davanti alla popolazione e nell’atto di consegna chiede a Mwalapwa il risarcimento danni: la restituzione dei soldi pagati per avere portato via la donna, l’affitto della casa per il periodo che  Ana ha dimorato nella sua abitazione, il vitto consumato dalla donna,  e quello che eventualmente avevano consumato gli uomini quando si servivano di Ana, il tutto con gli interessi. Inoltre Janela chiede il risarcimento per il disonore che la donna ha portato nella sua famiglia.  Potrebbe sembrare strano ma Janela ottiene tutto questo per scongiurare pericoli maggiori. Questa volta si è rispettata la vita: quella della madre e quella del bambino. Se negli intrighi degli adulti e nelle passioni incontrollate degli uomini  c’è una vittoria, questa volta è della vita, la vita nel suo scorrere e nel suo apparire.
La  disgraziata   si trova nuovamente come merce di scarto nelle mani di uomini senza scrupoli, desiderosi di seguire i propri istinti. Mwalapwa  è disorientato, non sa come fare. Lui è cristiano e non può  essere poligamo ma chi mandare via: Ana è la vera moglie, non lo ha mai disgustato, forse il bambino è suo. La seconda donna lo ha reso felice per l’ultimo periodo, mai ha ricevuto un rimprovero da  lei e già attende il suo bambino. Anche Ana ha dato un bel bambino che l’uomo può stringere fra le sue braccia. Sì, è vero che si può dubitare della sua paternità ma il bambino gli rassomiglia molto. All’uomo piacciono le due donne ma non gli piace la poligamia, è indeciso sul da farsi, nel frattempo rimandarla dalla mamma Ana. Non trascorre un mese e Mwalapwa ricompone la sua famiglia,  riceve in casa Ana e il figlio e riconsegna alla famiglia l’ultima donna.  Ana ha capito bene la lezione e mai più accetta un minimo accenno alla infedeltà coniugale, diventando anche furiosa se necessario.




lunedì 3 luglio 2017

La circoncisione....Bonito


Bonito è un ragazzo che vive nella missione da oltre un anno. E’ venuto al centro perché a casa non c’é di che mangiare. La carestia  ha iniziato a  raccogliere i suoi morti e ognuno si arrangia come può.  Non c’è chi   ruba perché da nessuna parte c’ é di che portar via. Bonito  vive con la zia materna, non perché manchino  la   madre o il padre ma perché fra i makwa vige la norma che i figli non rimangano  con i genitori ma vadano a crescere dai nonni o dai fratelli o da coloro che l’accolgono. Bonito   lascia la casa dei genitori all’età di quattro anni per andare a vivere con la nonna, poi  passa da un amico di famiglia e di seguito approda in casa della zia materna da dove   giunge con altri ragazzi alla missione. Qui  trova cibo, vestiti, acqua e, all’occorrenza, assistenza medica. La carestia obbliga molti ragazzi e bambini a rivolgersi alla missione per trovare salvezza. Le madri portano i figli piccolissimi. Non fanno discorsi né chiedono al missionario di accettarli, li lasciano semplicemente. Mentre si allontanano tutte le mamme hanno la stessa espressione: “Qui avranno di che mangiare”.
Questa volta  la siccità si   prolunga oltre ogni limite. I viveri scarseggiano e il  popolo si nutre di tutto, anche delle sementi conservate per la semina del nuovo anno.  La gente gira per le campagne e le strade alla ricerca di erbe da mangiare ma non trova nulla. Ora la carestia é passata e sono stati seppelliti i suoi morti.   La pioggia arriva in abbondanza, la gente  affida alla terra quelle pochissime sementi rimaste con la speranza  che il nuovo raccolto assicuri almeno la sopravvivenza. Alcuni ragazzi   rientrano alle loro famiglie o da altri amici. Liberi come gli uccelli del cielo quei bambini continuano la loro esistenza senza alcun obbligo con nessuno, sperando un pezzo di manioca, un sorriso, una voce amica. Bonito si  ferma con noi,  é di casa, non si allontana dalla missione. E’  presente con il suo corpo fragile, esile, con il volto che raramente abbozza un sorriso. E’ felice perché ha un rifugio sicuro. Per la sua timidezza spesso è deriso dai compagni non certo perché sono in miglior condizioni di lui ma perché più audaci e rissosi. Dai sui amici Bonito si fa scudo con il silenzio e si rifugia nel lavoro. Quando non ha una occupazione la chiede al responsabile. Nessuno lo vede bisticciare ma piuttosto seduto in un cantuccio a piangere senza mai lamentarsi. La sua presenza umile e silenziosa riempie lo studentato. Quando non é fra di loro, i compagni  lo cercano fino al suo rientro nel gruppo. Nella missione  é coccolato così come sanno fare i ragazzi, nella strada é difeso da loro e nessuno osa  deriderlo o, ancor meno, mettergli le mani addosso. All’occorrenza gli amici lo circondano pronti alla guerra per proteggerlo.
Bonito ormai  non è più un bambino e arriva il momento della circoncisione. Da bambino dovrà diventare adulto, dovrà imparare a vivere da adulto,  dovrà essere capace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, potrà discutere nelle assemblee. Un giorno di buon mattino si presenta nella missione  il capo della sua tribù per chiedere la disponibilità del ragazzo e unirlo agli amici del quartiere per il rito della circoncisione. Bonito si prepara e parte. I ragazzi dello studentato lo accompagnano  per un tratto di strada. Non ha in mano la canna e non ripete “lukhu, lukhu” (non circonciso, non circonciso) come si fa di norma.  Porta con sé una busta di plastica con dentro un paio di pantaloncini mai usati e una  nuova maglietta , una manioca, un panino e nient’altro.  E’ contento, saluta con la mano sollevata come se dovesse partire per  un viaggio lontano. Saluta a voce alta: “Salama, salama” (state bene, arrivederci a un altro giorno). Nessuno può immaginare che quello sia l’ultimo saluto che Bonito dà ai compagni e alla missione. Scompare fra gli steli dell’alta vegetazione, i compagni rientrano contenti fra i canti e i salti.
Durante il periodo della segregazione solo pochi possono visitare il luogo dove sono i ragazzi.  Il responsabile dello studentato è incaricato per andare a trovarlo e fare da tramite fra  la compagnia lasciata e il futuro uomo nuovo.  Bonito ha già subito il taglio dovuto dal santone tradizionale. Nonostante l’assenza dell’ infermiere abilitato all’operazione tutto sembra procedere bene.  Trascorrono tre mesi di segregazione, i ragazzi rientrano a casa rinnovati: sono uomini nuovi del popolo makwa. Anche Bonito rientra nella casa del capo tribù ma non sta bene, non si rimargina la ferita. I familiari tentano di curarlo con le medicine tradizionali senza alcun risultato. Il ragazzo non cammina, non si regge in piedi, non mangia, il volto è bianco come la neve, la ferita è purulenta. I familiari sono convinti che un feticcio potente abbia invaso il ragazzo. Chiedo di portarlo all’ospedale e ottengo un netto rifiuto.  Ritengono   inutile il trasloco perché il ragazzo è stato “tutto infeticciato” e non esistono cure per salvarlo. Bonito ha finito i suoi giorni e la sua salvezza è la tomba.
Passa ancora una settimana quando un tardo pomeriggio arriva la notizia: Bonito è morto.  Oramai è troppo tardi  per procedere ai funerali, si faranno la mattina seguente. Povero ragazzo vittima della tradizione. I compagni si raccolgono intorno al Padre missionario senza parole, nessuno si muove, pensano al saluto festoso della partenza. Per Bonito era un saluto inconsueto presago di qualcosa di grande. Quell’ “arrivederci a un altro giorno”, quella mano alzata non erano gesti quotidiani per lui e ora diventano misteriosi. Un profondo, triste silenzio scende nella missione.  Nessuno vorrebbe muoversi. Quella sera nessuno sente la necessità di giocare o di mangiare. Non c’è chi vuole cucinare. Tutti i compagni vogliono essere presenti alla cerimonia di addio per manifestare ai partecipanti il loro affetto per l’amico buono, silenzioso, laborioso. Al rito funebre sono presenti anche i compagni non circoncisi, cosa  inconsueta. Passa molto tempo prima di riprendere il normale ritmo di vita. Nel ricordo di Bonito alcuni ragazzi promettono di non farsi circoncidere. Di lui abbiamo una  foto che appendiamo in cappella, affidandolo al Signore e alla Madonna.





sabato 1 luglio 2017

Mariuccia


Guardando il crocifisso non trovo parole da esprimere, non ho vocaboli per spiegare. Mi afferra un senso d’ impotenza e di ammirazione, considerando la vita racchiusa in chi è crocifisso. Non conosco neppure io il perché non penso alla morte ma alla vita. Mi è davanti un corpo martoriato, grondante sangue, debole e medito sulla forza  vitale che esso esprime. Sofferenza, dolore e solitudine costringono il crocifisso a una morte lenta e disumana. Allo stesso tempo infonde in me serenità e pace, non odio o ribellione ma serenità e pace.
Tuttavia una domanda s’impone nel mio animo: Perché tutto questo? Qual’ è il fine di tanta lotta e contraddizione? La risposta la trovo solo nell’amore. L’amore alla vita libera da ogni contraddizione umana, libera da ogni ostacolo che possa inchiodare il crocifisso alle realtà della terra. Una libertà che porta la persona alla salvezza più pura in Dio che è amore, donazione, libertà, salvezza.
Un’altra risposta la trovo nella Bibbia in relazione al Servo Sofferente, il Servo di Dio.  Egli è colui che è fedele a Dio, gli ubbidisce e collabora ai suoi disegni. Con la sua obbedienza il Servo deve far sì che tutto il popolo sia fedele e obbediente al Signore. Pensiamo ai Patriarchi, a Mosè, a Davide e a quanti avevano un incarico particolare nel popolo eletto. Servitori di Dio in favore del popolo!
Io sentivo tutto questo quando incontravo Mariuccia. Una donna crocifissa, nata per la croce, nata e vissuta per amore, per trasformare la sofferenza in serenità e donazione. Non ricordo di averla mai conosciuta sana e allo stesso tempo non ricordo di averla mai incontrata infastidita o indisposta nell’accoglienza. Non nascondeva le difficoltà, non diminuiva i dolori ma li manifestava come fossero cose normali, come se non conoscesse un altro modo di vivere. Trovava sempre una parola per spiegare le difficoltà e scusare i limiti altrui.  Non infastidiva neppure il suo spirito critico proteso a capire più che a danneggiare.
Fin da fanciulla ha dovuto lottare con la tubercolosi, allora molto difficile da curare. Una breve pausa nel godersi la salute poi la preparazione al matrimonio, quindi nuovamente la malattia che non l’ha mai più lasciata.  Ha assaporato la crudeltà di una  patologia degenerativa, distruggendo pian piano nel suo corpo ogni movimento, non certo la sensibilità e la capacità di donazione   del suo supplizio al Signore. Per essere più conforme al crocifisso, insieme all’artrite deformante si aggiunge l’operazione a un tumore con le conseguenze che ne derivano. In questa donna tutto concorre a manifestare in modo sempre più evidente  l’umano e il divino, la fragilità e la potenza, la stoltezza umana e la sapienza divina. Vera serva sofferente scelta da Dio per una missione misteriosa e quanto mai fruttuosa di benedizioni divine.
Tutto ha donato al Signore: L’umile e serena accettazione della sua condizione di sofferente. Ricordo che in un incontro chiedeva a me e a se stessa: “Perché mi accadono tutte queste cose? Perché Dio permette nella mia persona tanto strazio? Forse non conosce la mia debolezza, forse ha sbagliato persona”. Al contrario era proprio la sua debolezza che,  nelle mani del Signore, diventava forza e coraggio. La sua debolezza dava speranza di vita in chi l’avvicinava, forza nell’accettare le proprie difficoltà. Ha offerto al suo Creatore e Salvatore lo strazio della malattia, il tormento nel non poter essere di aiuto alla famiglia come avrebbe desiderato. Amava di un amore incondizionato il marito, i figli, la famiglia: Per loro ha offerto tutta la sua esistenza. Credo sia questo atteggiamento sacrificale che l’ha sostenuta nel cammino difficile su questa terra e inserirla senza attesa nella visione beatifica di Dio. Con una certezza umana ieri nella camera ardente dell’ospedale di Sassari si ripeteva sommessamente: “Sembra una santa, se lei non è andata direttamente in paradiso questo non c’è”. La certezza umana non è dogma di fede ma rivela quella sensibilità che penetra i misteri di Dio alla quale l’uomo fa bene a porgere attenzione.Noi siamo propensi a cercare i santi in paradiso, e facciamo bene, ma non possiamo dimenticare che i santi si costruiscono sulla terra, vivono in mezzo a noi e quando arrivano in cielo sono già santi. Abituiamoci, quindi, a riconoscere la santità nelle persone che ci circondano,  nelle persone quotidiane.  
Un atteggiamento caro a Mariuccia era la preghiera. Una preghiera costante fatta di formule prima e di offerta poi. “Non mi riesce più a pregare”, diceva  negli ultimi anni della sua esistenza terrena, “spero che Dio accetti la mia sofferenza, mio marito, i miei figli, la mia famiglia, adesso non ho più  nient’altro da donare”. La sua condizione di sofferente, le gioie e i dispiaceri diventavano squisita preghiera, la sua stessa persona era ormai una preghiera vivente in espiazione dei mali dell’umanità.
Era diventata quel seme evangelico che, caduto nella terra dei dolori, della corruzione, della violenza, dell’odio, dell’indifferenza, delle divisioni, delle persecuzioni si dissolveva per una messe di salvezza e di pacificazione protesa verso l’eternità. Voglio dire al marito e ai figli, alla famiglia tutta, alla comunità   di essere orgogliosi di Mariuccia. Come non vi ha abbandonato in terra vi proteggerà in un abbraccio divino dal cielo, dove si trova in Dio. In vita era un esempio, in morte un rifugio. Ciao, Mariuccia!


venerdì 30 giugno 2017

poesia...Bambini in guerra


Virgulto
di una rinsecchita
madre,
scura di pelle,
ella stessa figlia
di amara terra
ove la prima
parola che si apprende è
guerra.
La sensazione più forte
affonda tra la fame e la morte
Era Maggio,
falsi amici
entrarono
nel misero villaggio
il pollone fu rapito
a quella mamma
remissiva alla violenza
svuotata di coraggio,
per farne un bambino-soldato.
In mano gli misero un’arma,
come giocattolino
I suoi piccoli piedi
veloci andavano ,
agnello al macello
sui campi minati,
per aprir la strada
all’esercito dei malnati.
Imbracciato ,
per gioco il fucile,
il sangue che scorreva
lo caricava di soddisfazione
Gli avevano insegnato
ad odiare
nell’età del giocare.
Imbottito di cocaina
tendeva agguati,
a raffica sparava
sulla sua stessa razza.
Un ghigno sull’imberbe viso,
deformato da un demotivato odio
il suo infantile sorriso
Frantumato,
balzò per aria,
preso
da una mina farfalla
fulminato
in un giorno di Maggio
fiore immolato
sull'altare vile
d'altrui coraggio,
l’aveva colta per giocare,
il bambino-soldato
sparito,
polvere senza traccia
ignaro
per chi o che cosa
facesse la guerra,
sfortunato pollone

di amara Terra