sabato 9 dicembre 2017

La convivenza tra Religioni


Sono tante le moschee presenti nel territorio della missione di Kavà, molte di più che le cappelle cristiane. I musulmani ferventi s’ incontrano a pregare  cinque volte al giorno e ogni venerdì quale giorno da santificare. Chi non può andare nella moschea prega dove s’ incontra, in ginocchio con la faccia che tocca la terra. Quando sono i fedeli sono numerosi  si mettono uno accanto all’altro ben squadrati. Osservano rigorosamente il digiuno e   girano con la loro corona, ripetendo in continuazione “Alláh è grande, Alláh è forte, Alláh è potente….”. Nella recita di questa preghiera si nominano gli attributi convenienti alla divinità. Ci sono  i musulmani meno ferventi che si presentano alla preghiera quando ne hanno voglia o quando gli impegni di lavoro lo permettono. Ci sono pure quelli ai quali la religione non importa nulla e vivono senza niente praticare.  Gli ultimi forse sono i più numerosi. Anche per loro la sopravvivenza  prevale sulla pratica religiosa.
Non è raro riscontrare questo ultimo atteggiamento persino negli Iman (i capi delle comunità musulmane). Ricordo un mio falegname, iman della comunità di Mirepane, il quale non è mai stato visto  pregare o fermarsi nelle ore della preghiera. Di venerdì mai mi ha chiesto di andare nella vicina moschea per l’orazione comune. Lo stesso si dica per i musulmani e i loro capi che lavorano nei miei campi durante la preparazione della terra per la semina o durante il raccolto. Lavorano insieme ai cristiani e agli animisti senza alcun problema, pensando solo a ricevere il salario.  Sono uguali l’impegno e la moralità nel lavoro anzi,  ricordo dei casi in cui ad istigare e a organizzare il furto durante il lavoro sono stati proprio i cristiani e non i musulmani. Insomma, davanti alla difficoltà di salvarsi tutti siamo uguali poiché la sofferenza e la vita sono di tutte le religioni.
Fra gli amici più fidati incontrati al mio arrivo in parrocchia sono  un cristiano e il suo amico musulmano. Spesso  sono accusato dai cristiani, mai dai musulmani. Nei grandi negozi di Nacala sono sempre i musulmani a darmi subito fiducia, i cristiani  rimangono distanti e alle volte ostili. Dei tanti giovani dello studentato solo alla fine del corso si sa chi  é cristiano o musulmano poiché tutti  rispettano le regole allo stesso modo e frequentano le cerimonie cristiane dello studentato. E’ il caso di  Josè il quale, alla fine dei tre anni di permanenza nel gruppo, chiede il battesimo, assicurandomi che la famiglia è contenta della decisione. Mai aveva lasciato trapelare il dubbio che non fosse di famiglia cristiana.  Diversa storia ha Mario il quale passa da responsabile dei giovani cristiani alla pratica islamica a causa della seconda moglie musulmana. Considerata l’esperienza precedente, e per legarlo ancora di più al nuovo ambiente,  l’iman confida subito  a Mario   la direzione dei giovani musulmani.
Nella pratica della poligamia si annulla la religione e nel matrimonio si passa da una religione all’altra molto facilmente. Jacob è figlio di convertiti, è educato   nella  famiglia impegnata al completo nella comunità e nella parrocchia.            Trascorre il periodo degli studi nello studentato della missione. Con allegria e attenta preparazione contrae matrimonio cristiano con una giovane anch’essa cristiana. Dopo alcuni anni di serena di vita matrimoniale diventa poligamo. Prendendo come seconda moglie una musulmana,  Jacob  abbandona la chiesa cattolica e passa alla moschea. La prima moglie accetta la situazione ma continua a praticare la sua fede cristiana. Virgilio è un giovane cristiano, si sposa con una musulmana convertita. Per la sua conversione  é felice la famiglia musulmana. Alla cerimonia religiosa è presente tutta la tribù, alcuni ai margini dell’assemblea altri partecipando attivamente.




venerdì 8 dicembre 2017

Preghiera dei genitori

O Padre amoroso
i nostri figli non sono i nostri figli,
sono figli e figlie della vita.
Nascono per mezzo di noi ma non da noi. simili a noi,
Sono i tuoi.

Dimorano con noi e tuttavia non ci appartengono.
Possiamo dare loro il nostro amore ma non le nostre idee,
perchè essi hanno le loro.

Possiamo dare una casa al loro corpo
ma non alla loro anima,
perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire
che noi non possiamo visitare
nemmeno nei nostri sogni.
Possiamo sforzarci di tenere il  loro passo
ma non pretendiamo di renderli simili a noi,
perchè la vita non torna indietro
nè può fermarsi a ieri.

Noi siamo l'arco dal quale, come frecce vive,
i nostri figli saranno lanciati nell'avvenire:
Permetti, o Padre,
che l'inclinazione della nostra mano di arciere
sia diretta verso Te e loro arrivino a Te,
dimorino in Te. Amen



giovedì 30 novembre 2017

natale 2016 Santa Maria Coghinas

Il Natale in "Cuzina"

Buongiorno a tutti.
Oggi è il primo giorno di Dicembre il mese del Natale.
Propongo il messaggio natalizio vissuto dagli abitanti di Santa Maria Coghinas lo scorso anno.
Santa Maria Coghinas detto in gallurese "Cuzina" è un piccolo paese di 1400 anime.
Tra morbide colline nella "Bassa valle del fiume Coghinas, nord Sardegna, è sito tra Valledoria e Viddalba.
Auguri di pace e serenità




https://youtu.be/w8g0_lH68gs

Per la morte di un amico


La morte di una persona cara è sempre un trauma. In chi rimane su questa terra essa segna un altro stile di vita: Si lasciano delle abitudini per prenderne altri, si innestano ricordi benevoli e, alle volte, rimorsi dolorosi. Il vuoto lasciato da chi parte non si può colmare perché non si sente più la voce, mancano le lamentele o gli apprezzamenti per i servizi prestati.  Si prestano ad altri le attenzioni  che prima si prodigavano a chi non è più. Nessuno può sostituire la persona cara. Eppure quella persona è viva, la si sente accanto, si parla con lei, a lei si chiedono consigli, si sente la risposta, ancora si lavora insieme. Tutto avviene in modo differente, misterioso ma reale nel cuore e nell’anima.
Ora  accompagniamo il nostro fratello all’estrema dimora. Lui entra a far parte delle persone che godono la salvezza assicurata da Cristo morto e risorto.  
Confortato dal vangelo di oggi che ci assicura che le forze del male non prevarranno mi è caro pensare il fratello nella gloria di Dio, assicurata a tutti coloro che si affidano a Lui.
Non mi è difficile vedere la vita di zio Pietrino in quella di Giobbe.
 Questo era un personaggio biblico facoltoso, buono, attento alla famiglia e ai sudditi. Va in fallimento, perde tutto, anche la salute. Il suo corpo si copre di piaghe e tutti lo invitano a maledire il suo Dio che ha permesso una simile situazione.  Al contrario Giobbe  risponde: Oh, se le mie parole si scrivessero! Se s’ imprimessero sulla roccia con stilo di ferro e con piombo! Io so che il mio redentore è vivo e che ultimo si ergerà sulla polvere. Quando il mio corpo si sarà disfatto con questi miei occhi io, io stesso Lo vedrò. Giobbe va oltre il momento penoso che vive, considera le sue sofferenze non fine a se stesse ma in relazione della vita che troverà in Dio dopo l’esperienza dell’annullamento del corpo. Giobbe vive nel desiderio l’esperienza della morte e della resurrezione. Quanto detto da Giobbe si realizzerà in ciascuno di noi con la potenza del Cristo morto e risorto.
 Se non avessimo questa certezza a che servirebbe la lotta della vita del nostro fratello che accompagniamo all’estrema dimora? Quale ricompensa per una esistenza spesa per la famiglia, nel portare avanti una famiglia di nove figli dei quali otto vivi? Nell’educarli al lavoro, all’unità, al servizio e generosità fino ad assicurare una dimora a ciascuno? Quale ricompensa per il sudore versato nell’attività costante e lungimirante della sua vita? A che servirebbe ora l’amore, la fedeltà, la dedizione alla moglie per i lunghi e duri anni trascorsi insieme?   Dove è finita l’amicizia con  i colleghi di lavoro? Quale  frutto ha potuto cogliere dalle gioie e dalle fatiche di una vita se gli ultimi anni li ha trascorsi nell’incoscienza e alla mercé di tutti? Certo, riceveva amore, attenzione, servizio costante ma lui non ne era consapevole.
Per chi guarda solo alla terra e non solleva lo sguardo al cielo, oltre il travaglio delle sofferenze tutto si risolve in un autentico fallimento. Per i cristiani, al contrario, è il prezzo di una eternità beata. Per noi grida ancora Giobbe che ricorda: Il mio Redentore è vivo e  ultimo si ergerà sulla polvere (la polvere dei nostri corpi e delle realtà  terrene). Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne  vedrò Dio, io stesso, i miei occhi lo contempleranno così come è. Qui sulla terra paghiamo un prezzo altissimo perché la ricompensa che ci aspetta è infinita, eterna.



giovedì 16 novembre 2017

Poesia...Un mattino


...un mattino,
quando la natura
dorme ancora,
me ne andrò...
...in silenzio...

Il mio cuore
avrà la stessa emozione
di quando arrivò
in questa Terra,
ove uccellini
attendono
la Primavera.

...Un mattino me ne andrò
in silenzio...
portandomi un carico
d'amore

Pier Carlo Acciaro
Memba 10 nov. 1999


L'elezione dell'anziano di Napako

Elezione dell’anziano  di Napako      
Napako è una piccola comunità cristiana sulla strada Kavà – Alua. L’anziano della comunità è un vecchietto del tempo coloniale che governa con  il terrore dei feticci (malocchio). Tutti hanno paura di lui. Ciò che lui  decide è legge e non accetta alcuna interpretazione a ciò che dice. I paurosi gli ubbidiscono, alcuni si allontanano, i musulmani e gli animisti non si avvicinano alla cappella per timore. Tutti sono stanchi della sua presenza. Vorrebbero cambiare ma come dirlo al Padre poiché l’anziano gli sta sempre al calcagno?   Ci sarebbe uno col quale sostituirlo ma questi non accetta, sempre per paura. Ci sarebbe un’ alternativa: affidare a Càssimo,  animatore di zona, anche l’incarico di anziano. La comunità non lo ritiene opportuno perché si accumulerebbe troppo potere nelle mani di uno solo. Accanto a lui c’è anche la moglie  chiacchierona e autoritaria. Arriva il momento propizio e il missionario convince il vecchio responsabile a lasciare l’incarico.  Prima di licenziarsi l’anziano indica  il suo successore nella persona di Swardi Mulakya e lo presenta all’assemblea come già eletto.  I fedeli, pur con la paura di una reazione pericolosa dell’anziano rinunciatario, non si sentono vincolati  e scelgono un altro con voto segreto alla presenza del missionario. Viene eletto Ramiro Loja, il catechista della terza tappa, è il catechista che prepara all’ammissione ai sacramenti. L’assemblea si mostra finalmente libera, confidando nella forza e nella libertà del missionario.
L’eletto inizia a tremare, è smarrito, vorrebbe rifiutare, diviene immobile, il suo sguardo passa dall’altare al missionario e poi fissa un punto sul pavimento. Confesserà più tardi che in quel momento desiderava sprofondarsi nella terra e non vedere più nessuno.  La cerimonia di insediamento  prevede  che l’anziano    uscente e il nuovo eletto siano seduti uno alla destra e l’altro alla sinistra del  celebrante. E’ impressione di tutti che l’eletto sia afferrato dal tormento dell’ufficio da svolgere all’altare e dalla paura di dover morire a causa del suo predecessore. La forza del padre che l’avrebbe protetto  non lo rasserenava. Il missionario chiede il consenso a Ramiro   per procedere all’investitura e lui non risponde. Il volto dell’eletto diventa lucido per la paura, il suo sguardo assente è rivolto alla terra, ora fisso su un punto ora rivolto verso la porta. Sembra sentirsi male. L’animatore di zona lo incoraggia e ricorda che anche lui era stato minacciato di morte quando  l’avevano eletto alla carica zonale, ma sono passati più di venti anni e ancora è vivo. Poi dice: “Non preoccuparti, la comunità è con te, non avere paura di nessuno”. Il missionario sospende l’incontro e incarica  Càssimo di sostituire l’ eletto per un mese.    
Alla scadenza del mese il missionario è nuovamente  nella comunità per la presa di possesso del nuovo anziano. E’ presente tutta la comunità eccetto l’anziano decaduto. Questo, insieme alla sua famiglia e alla famiglia di Swardi Mulakya, cambia zona e non fa più ritorno in paese. In seguito si  saprà che, appena superato il confine della missione, senza avvisare alcuna autorità, ha fondato un’altra comunità con i parenti e gli amici. Questo è un atteggiamento tipico di chi perde il potere nel proprio ambiente e non spera di ricuperarlo. Tutto volge al meglio, eccetto per Ramiro che è sempre incerto e pauroso, anzi più incerto e pauroso di prima. Occorre un colloquio a tre: il missionario, il responsabile di zona e l’eletto. Il nuovo eletto presenta le sue difficoltà  che vengono subito risolte dall’autorità dell’animatore di zona. Approfittando dell’assenza momentanea dell’animatore di zona, Ramiro mi confida che l’ostacolo maggiore è proprio  lui, Càssimo,  poiché ora si sente defraudato del posto di anziano. Capisco che occorre un mio discorso rassicurante Ramiro e che metta paura nell’animatore.
Alla presenza dei due e dell’animatore parrocchiale inizio il  “trattamento” contro il malocchio. Naturalmente è una cerimonia inventata sul momento perché l’unico rimedio a questa malattia mortale è l’autoconvinzione che non esiste il malocchio. Controllando le reazioni dei tre, li faccio sedere  davanti a me e prendo nelle mie mani la mano destra dell’anziano, la stringo forte in modo che lui senta bene la presa. Raccomando ai tre di pensare solo a ciò che accade tra noi, allontanando ogni altra preoccupazione o desiderio. Guardo fisso gli occhi di Ramiro e invito i tre a guardare solo i miei occhi e a pensare solo a me. Ecco il discorso che si rivela  persuasivo ed efficace, almeno per un lungo periodo:
 “Conoscete l’importanza del momento.  Siamo qui per allontanare da noi e dalla comunità cristiana ogni tipo di maleficio. Sapete  che al bianco e al missionario non attaccano i feticci né alcun’’altra forma di maledizione. Come vedete ora sta davanti a voi un bianco che è missionario e porta in sé ogni forma di difesa per lui e per coloro i quali lavorano con lui. Voi avete lavorato da sempre con il missionario, avete piena fiducia nel Signore Gesù, che ha vinto la morte e il male. Niente è impossibile a chi vince la morte. L’unico rimedio per  superare il male è la preghiera  fiduciosa in Gesù e nella Madonna. Se noi abbiamo paura, questa ci toglierà le forze, ci obbligherà a pensare solo alla  situazione personale e ci distruggerà. Chi pensa di essere preso dal feticcio si ammala pensando ad esso, non mangia più, non vuole guarire, muore di disperazione e di stenti. Al contrario chi non crede in esso non è soggetto alla paura e vive bene, lascia  che gli altri si divertano con i propri malefici e mette la sua vita nelle mani di chi ha vinto la morte. Ora guardate bene, Ramiro ha la sua mano nelle mie mani, esiste una continuità fra la sua persona e la mia persona, io prendo sulla mia persona tutti i malefici che scendono su Ramiro, niente potrà fare del male a lui o alla sua famiglia. I malefici afferrano prima la testa poi il resto del corpo.   Ramiro, ascolta bene quanto sto per dire: “ Se qualcuno vorrà farti del male tu rispondi che è libero di fare ciò che vuole, il suo operato non si ferma sulla tua persona ma passa alla persona del Padre,  L’operatore di malefici risponderà  a me e non a te. Quel tizio avrà ciò che merita”.

Dopo  la catechesi l’eletto si rasserena e possiamo procedere  alla presa di possesso con grande allegria dell’assemblea.  Questa non sembra per niente infastidita per l’attesa prolungata dovuta al colloquio, anzi mostra soddisfazione per la conclusione raggiunta.  Il missionario inizia la celebrazione eucaristica,  accompagnato dall’animatore di zona, dall’animatore parrocchiale e dal nuovo eletto.  Il nuovo anziano rivestito delle vesti proprie, si mostra padrone della  cerimonia. Ora anche Napako può andare avanti spedita con  il responsabile  di sua fiducia senza alcun intralcio per la presenza di Swardi Mulakya e il suo amico.


giovedì 9 novembre 2017

Anche le scimmie piangono...

Anche le scimmie piangono
Nei racconti di un vecchio missionario ce ne sono   alcuni particolarmente significativi che meritano di essere ricordati. Padre Pio Santo Canova ricorda così gli inizi del suo ministero nella zona di Lurio.
“Nella zona di Lurio  vengo col gruppo missionario per  conoscere le terre al fine di  fondare una missione.  Al mio arrivo tutta la  vastissima zona é un’unica foresta interrotta da ampie savane abitate da molte specie di animali.  Vivono indisturbati, i palapala, le gazzelle e molti tipi di maiali selvatici. Non mancano  i  leoni,  gli elefanti, le scimmie, i leopardi. Sono tutti animali che scendono nei piccoli  villaggi alla ricerca di cibo. Quando gli animali non hanno fame o non sono disturbati la gente convive con essi quasi serenamente. Noi missionari  siamo anche provetti cacciatori perciò   la carne non manca mai nella mensa della missione. Gli animali preferiti sono le gazzelle, i palapala e, in mancanza di questi si cacciano anche le scimmie, più numerose e più facili da rintracciare.  
Appena arrivati sul posto prescelto per impiantare la missione si costruisce una cappella, un centro sanitario, un centro di alfabetizzazione per ragazzi e ragazze,  le abitazioni del personale missionario e degli operatori. Per realizzare tutto questo occorre molto tempo. Non ovunque arriva il fuoristrada per cui il materiale si deve trasportare spesso a piedi e sulla testa per molti chilometri. In compenso    abbiamo a disposizione tutto il tempo necessario. Sembra che gli anni e i secoli ci appartengano.
Fiumane di persone si accalcano nel centro sanitario con ogni forma di malattie. Spesso sono persone con lo stomaco vuoto da molto tempo. Il centro di alfabetizzazione ospita in modo permanente  cinquanta ragazzi e  alcune ragazze, altri arrivano a piedi dai centri più vicini.  Dobbiamo sudare  parecchio per aprire la scuola poiché il saper leggere e scrivere non  offre  subito da mangiare e i familiari devono lavorare inutilmente, aspettando i benefici  della istruzione. Una particolare avversione si riscontra per le ragazze, nate per dare un’ abbondante discendenza alla tribù. Per far questo non occorre saper leggere e scrivere, inoltre nel periodo dello studio si perde tempo e si acquistano brutte abitudini. In realtà l’istruzione delle ragazze rallenta lo sviluppo della tribù. Nella situazione descritta il mio compito é quello di evangelizzare mente e anima, oltre ad assicurare il cibo quotidiano”. Mentre racconta, padre Canova sembra rivivere quei momenti., orgoglioso delle sue imprese.  “Una volta mi sono dovuto assentare per una settimana”, continua il missionario, “ nel frattempo la dispensa si é svuotata.     Non c’è  tempo per andare a caccia di gazzelle o di palapala per assicurare il pranzo. La preoccupazione delle suore addette alla cucina diventa la mia preoccupazione: cosa dare   per sfamare  una marea di gente? Io non ho ancora imparato a moltiplicare né pane e neppure i pesci. Prego ugualmente il Signore dei miracoli e come i discepoli presento la mia disponibilità.  Si deve trovare qualcosa d’ immediato.  Ricordo che non lontano da casa si rifugia sugli alberi una famiglia di scimmie. Senza perdere tempo, prendo il fucile e mi dirigo verso l’albero, prima che gli animali  vadano altrove. Accoccolata sui rami  c’é ancora ben visibile tutto il branco. Sparo alcuni colpi. Due scimmie cadono per terra, alcune fuggono. La madre, un grosso esemplare da far paura, scende dalla chioma dell’albero, si mette accanto ad una delle sue creature senza vita e osserva la sua prole. Istintivamente  mi viene da sparare anche a  essa ma subito mi trattengo.  La preda caduta è sufficiente per quel giorno e sto a osservare cosa avrebbe fatto la madre.  Con il fucile in mano pronto allo sparo, immobile assisto ad una scena unica, mai vista prima né dopo. Quella grossa mamma prende fra le braccia una delle due scimmie morte e solennemente la solleva in alto. I suoi occhi lasciano scorrere abbondanti lacrime.  Con passo lento si  dirige verso la mia postazione e, senza troppo avvicinarsi, la depose ai miei piedi.

Non é fuggita, non ha potuto difendere la prole e ora consegna all’uomo crudele il suo  terribile dolore. Presenta la sua sconfitta al vincitore, sconfitto anche lui dall’istinto materno di una scimmia. Poi quella mamma si allontana velocemente  in direzione delle altre scimmie sopravvissute. Io mi ritrovo solo con il mio fucile in mano.  Osservo la preda.  Sono indeciso se portarla a casa o darle degna sepoltura. Pur nello smarrimento raccolgo gli animali e li consegno ai ragazzi.  Per tutto quel giorno non riesco a mangiare, non parlo con nessuno per non infastidire qualcuno. I ragazzi, ignari di tutto, mangiano in abbondanza. Quella scena materna è scolpita nella mia mente. Sembra che le lacrime della madre scimmia   bagnino il mio volto e, senza niente asciugare, passo le  mie mani sulle guancie e negli occhi. Il dolore della madre é diventato il mio dolore. Mai più avrò il coraggio di cacciare una scimmia.



mercoledì 8 novembre 2017

"Formiche carnivore"

Formiche carnivore
Si ritiene che le formiche siano fra gli esseri viventi più numerosi. Si trovano ovunque, in qualunque periodo dell’anno e a qualunque latitudine del globo. Qualcuno stima che ci siano due milioni di formiche per ogni essere umano. Ce ne sono piccolissime e di una certa grandezza. Esse si nutrono di tutto: dall’erba alla carne. Ci sono formiche che viaggiano alla luce altre che escono dalle tane al buio, altre ancora lasciano le loro caverne alle prime piogge e muoiono subito dopo. Possiamo dire che ce ne sono per tutti i gusti, anche commestibili, chi se ne ciba  afferma che sono squisite.
Le formiche carnivore sono belle al vedersi e interessanti a studiarsi ma pericolose quando aggrediscono. Rimedi molto efficaci per difendersi da questi insetti sono il fuoco e il petrolio. Nessuno pensi che ci si possa difendere facilmente da questo tipo di insetti  quando non si hanno pronti simili rimedi. Ho visto persone correre, saltare e dimenarsi mentre cercavano le formiche nel proprio corpo e nei vestiti, dopo essere state aggredite.  Escono a milioni in colonna al buio alla ricerca di cibo. Dove trovano una preda, si riversano immediatamente su di essa e in poco tempo la divorano.  Davanti allo studentato in una notte é scarnificato un gattino    nato da poco tempo. Il malcapitato non è riuscito a fuggire. Un’altra volta è   un coniglio che,  intrappolato nella sua gabbia, viene scarnificato . Fanno impazzire grossi e pericolosi animali quando si annidano nelle orecchie, nelle narici o in altri parti delicati del corpo.
 Distrattamente Johana, ospite nella missione, durante una passeggiata al chiarore di luna, calpesta una colonna di formiche carnivore.  Immediatamente sente un formicolio in tutto il corpo, si dimena cercando di liberarsi ma non riesce e si adira con me perché non l’ho avvisata in tempo di un simile pericolo. Promette che non sarebbe più venuta in questo posto maledetto. Io rido e lei si dimena ancora di più. Corre per raggiungere l’abitazione e cambiare i vestiti. Solo in quel momento l’ospite riesce a ridere e scherzare,  all’oscuro  di quanto le sarebbe accaduto durante la notte.
Quella stessa notte, infatti, Johana e Selene, sua compagna di avventura, mi svegliano disperate. Non sanno cosa fare e dove andare. Non ridono e non gridano, sono smarrite per lo spettacolo che le circonda. Le formiche hanno invaso la loro stanza, il corridoio, la sala e la cucina. Iniziano ad entrare anche nella mia stanza ubicata in fondo al corridoio. Le ospiti promettono di andarsene lontano e non ritornare mai più in questo posto  dimenticato da tutti, abitato solo dai mali di questo mondo. Come di norma si adirano con me perché mi vedono calmo e sereno e iniziano a parlare a voce alta, poi a gridare. In cucina le formiche  hanno occupato i cestini e i recipienti dove si conservano i cibi,  hanno  riempito lo scarico del lavabo e il rubinetto dell’acqua. Da  qui pende un gigantesco grappolo di formiche. Si presenta  uno spettacolo meraviglioso quanto pericoloso. Bisogna  resistere ai morsi spietati che le formiche offrono in abbondanza e iniziare a porre rimedio.  Accorrono gli ospiti che dormono in una casa vicina, spaventati per il chiasso che si  è creato. Qualcuno fotografa tutto.  Io col petrolio del  lucerniere faccio un corridoio in mezzo alle formiche  in direzione del ripostiglio dove conservo un bidoncino quasi pieno di petrolio. Il prezioso liquido è sparso in tutta l’abitazione. Si costeggia il muro all’esterno fino alle tane degli insetti. Le ospiti mi seguono con paura per controllare che venga  eliminata anche la più piccola delle formiche. Gli ospiti fotografano tutti i movimenti.
Mentre compio l’operazione di  liberare l’ambiente, mi chiedo il perché di tutto  lo sterminio. In fondo quelle formiche vogliono solo vivere, cercano il loro cibo, non disturbano nessuno se non  sono prima infastidite. Perché noi dobbiamo vivere e loro no?   Mi  ricordo l’osservazione di un bambino che mi vede  ai piedi di  un grosso albero di mango uccidere  una colonia di formiche rosse che si inerpicano fra i rami per fare il loro involucro,   seccando così le foglie  e  i  rami all’interno dell’involucro. Il bambino si avvicina e, con un velo di tristezza sul volto  chiede: “Padre, perché uccide le formiche? cosa le hanno fatto?”. La domanda del bambino, nella sua semplicità e immediatezza,   insegna tanto anche a noi grandi e sapientoni. Ecco, ad esempio: il rispetto per la natura, il lasciare di far valere sempre e ad ogni costo la legge del più forte, il dover vivere del proprio lavoro senza sfruttare gli altri, la collaborazione, l’unità che crea benessere e forza.
Mentre assistiamo alla ritirata  degli insetti malefici arriva un ragazzo dello studentato per avvisare che le formiche sono entrate nel pollaio e hanno aggredito le galline. Una non si muove più.  Gli alunni hanno già iniziato a bruciare erbe intorno al pollaio per impedire che altre entrino. Con il poco petrolio avanzato spruzziamo le singole galline.
Si fa vedere il chiarore dell’alba e per noi è inutile andare a letto, preferiamo sederci sotto i grandi  cajueri a raccontare le maledizioni della notte. Questa volta ridiamo tutti e godiamo per lo scampato pericolo. Anche le ospiti che avevano promesso di abbandonare definitivamente il posto ridono e commentano: “Lei, Padre  ha un bel coraggio per vivere qui da solo!”.





venerdì 27 ottobre 2017

Poesia...Che ne sapete....

 Che ne sapete
del cuore degli altri
quando batte, batte...
come i vostri tamburi?!?
Che ne sapete
se è malato d'amore
Africa amata
di cuori duri!
Che ne sapete
d'un mondo diverso
solo rubandomi
gli stracci di dosso,
occhi di ghiaccio.
e senza sapore.
Che ne sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse illusioni.
Che n sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse emozioni.
Che ne sapete  ?!?

Kavà 18 Novembre 2000
Pier Carlo Acciaro
La Maddalena


sabato 21 ottobre 2017

Poesia...la strada della salvezza

E' buio sepolcrale
nella sentina della barca,
ansimante sulle onde,
con il carico avvinghiato
alla vita,
mirato dalla morte..
Tra odori melmosi
anime disperate,
di corpi ammucchiati
come gelidi marmi
lacrimano amaro
sulle orme della strada
della salvezza.
Esitante la speranza
vaga
in cerca d' un appiglio
nello specchio di sogni
bramati di un domani
in una terra accarezzata dalla pace,
dove si ode il muggire dei buoi
solcare i campi
di pane e umani valori,
dove il sole,
brillando sereno dall'alba
schiude un nuovo giorno alla vita
e non nasce e muore,
rannuvolato da polvere di cannoni,
sopra la zolla natia
di sangue di fratelli
zuppa
La speranza d'una strada nuova
non può arenarsi in fondo al mare.
La Madre Terra non ha figli vagabondi
Dio l'ha creata per amore,
...solo per amore...
Senza servi o padroni..
Senza frontiere.


venerdì 20 ottobre 2017

Bambina coraggiosa


Anche in Mozambico è presente il traffico di organi umani esteso in tutto il paese. Si dice che  in questo traffico sia implicato anche qualche elemento governativo. Questi strani commercianti hanno strutture proprie vicino agli aeroporti e in città marittime. Sono conosciuti luoghi e persone ma nessuno sa o parla. Sono facile preda   gli adolescenti e i  giovani, uomo o donna non importa. L’ambiente è favorevole agli spacciatori a causa della miseria e della facilità con la quale i genitori cedono i figli  a sconosciuti  con la promessa di  dare loro una vita migliore. Il desiderio di una vita  nuova per i figli non lascia immaginare ai genitori che ci sia qualcos’ altro oltre le parole. Con  questi signori avranno cibo e vestiti  a volontà.  In seguito i figli non si vedranno più. Alla preda si da subito qualche soldo e ai più giovani si mette nelle mani  una manciata di caramelle.   Può capitare anche che qualche padre, ricordando di avere dei figli lontano dalla sua ultima residenza e, volendo vendicarsi della ex convivente oppure semplicemente per avidità di soldi, vada alla ricerca di uno o più figli e li consegni a queste organizzazioni. Naturalmente neppure il genitore conosce la fine dei figli. Atteggiamenti , questi, fuori di ogni sensibilità umana. Se poi osserviamo, come dice il vescovo locale,  che neanche gli animali sono disposti a cedere la propria prole, immaginiamo, se ne siamo capaci, fin dove può arrivare la distorsione della mente umana.
 Questa   organizzazione criminale  è presente a Nacala. Nelle periferie  della città costruisce un complesso chiuso con accesso rigorosamente interdetto alle visite e ai “non addetti ai lavori”. Un secondo accesso dà al mare. I ragazzi e i giovani adescati finiscono lì e nessuno sa più nulla. C’è stato un periodo durante il quale  alcuni missionari   tentarono di denunciare all’opinione pubblica internazionale il movimento ma durò poco. La cosa era già conosciuta a livelli internazionali, all’ONU e altrove ma nulla si muoveva. Una missionaria laica che si occupava del traffico è stata uccisa a Nampula.
In questo quadro così losco s’ inserisce la storia della nostra adolescente alla quale diamo il nome di Jenìn. Questa è una dei figli di genitori separati e risposati molte volte. Lei conosce la madre, il papà non lo ricorda. Un giorno la madre le presenta un uomo, indicandolo  come suo  babbo ma non ha più nessun altro contatto  col genitore.  Ora Jenìn non abita con la madre. Ancora molto piccola va   a vivere con la nonna materna insieme al fratello.  In seguito si spostano da un conoscente all’altro, cercando in ognuno   ciò che   non può dare loro: la sicurezza di un casolare, l’amore dei genitori mancati e una vita serena. Il padre conosce bene la situazione dei due figli e segue di lontano tutti i  loro movimenti. I due  raggiungono l’età approssimativa di dodici - tredici anni e si muovono con più facilità, prestando i loro servizi presso le famiglie.   
Un giorno il papà, accompagnato da alcuni signori bianchi ben prestanti alla guida di un pulmino, va alla ricerca dei figli. Li incontra, li saluta e li prega di seguire gli amici, suoi benefattori. Il papà riceve la ricompensa e scompare.   I ragazzi, ignari dei loschi progetti del  genitore, entrano nel pulmino e subito ricevono caramelle e tante promesse. Poco più tardi si ritrovano nella periferia di Nacala in grandi locali. Qui incontrano altri ragazzi e giovani con i quali subito fanno amicizia. Tutti raccontano le   storie personali più o meno uguali. Sono trattati bene, mangiano, giocano ma non capiscono perché sono chiusi e nessuno li visita. Non possono incontrare nessuno ed è vietato uscire dal recinto. Notano anche che alcuni dei compagni alle volte scompaiono. Jenìn non vede più il fratello. Jenìn e alcune amiche chiedono di ritornare a casa e non trovano risposta,  vogliono uscire per incontrare amici e parenti ma viene loro vietato severamente, presentando scuse che non soddisfano nessuno.
Jenìn, abituata a giocare e a girare all’aria aperta, non resiste a un simile trattamento e progetta di fuggire. Non sa come fare né dove andare. Per un certo periodo osserva tutto in silenzio, ascolta le conversazioni degli altri sventurati, degli assistenti e delle guardie. Scopre dei movimenti che si ripetono quotidianamente. Capisce che non è possibile scavalcare i muri né fuggire da nessuna  porta perché all’esterno c’è la ronda che vigila giorno e notte. La ragazza non ha fretta ma vuole accelerare i tempi per paura che scompaia come la sua amica conosciuta lì dentro. Con lei avevano pensato a una fuga ma l’amica non c’è più e lei vuole attuare il piano da sola.  Mentre è seduta per terra in un angolo del cortile, sola e pensierosa, con la testa fra le mani, si avvicina una compagna, per dire il vero non molto simpatica. La ragazza desidera parlare con lei. “Scusa”, dice la ragazza, “io sono di Nampula, sono stata portata qui con inganno, promettendomi vestiti e soldi.  Non ho avuto nulla, anzi sono sorvegliata anche di notte. Mi chiamo Gracinta. Sono qui da venti giorni e sono stanca. Voglio  fuggire, ma non so come fare”.
Si sa che la necessità e lo stato di sopravivenza acuiscono l’intelligenza,   raffinano la scaltrezza e aumentano l’innato senso psicologico anche nei bambini. I   Makwa possiedono fin dall’infanzia un altissimo senso psicologico per cui ci si capisce benissimo non solo con le parole ma dai movimenti, dallo sguardo e, specialmente dal tono della voce. Tutto concorre a una intesa immediata anche fra sconosciuti. E’ quanto avviene fra le due prigioniere.  Quella compagna antipatica si trasforma in  amica e complice. Jenìn rivela subito  le sue intenzioni:      “Da alcuni giorni medito proprio questo, in due sarà più facile. Ascolta il mio piano e poi mi dirai: Alle volte vedo una guardia che avevo incontrato  nella zona dove vivevo, credo che lei possa aiutarci. Ci facciamo accompagnare alla stazione dei pullman e poi ciascuna va nella propria direzione. Ci stai? Dobbiamo parlare con  la guardia quando non c’è nessuno in giro”. “Bella idea”, risponde Gracinta, “io ho già parlato una volta con quella guardia. Devo trovare l’occasione per parlargli un’altra volta”.   
Tre giorni  dopo  le due amiche si trovano ben nascoste nella macchina della guardia in direzione della città.  Tutti tremano per la paura di un controllo. In questo caso i tre vengono eliminati senza pietà. La guardia non le accompagna fino ai mezzi di trasporto pubblici, sarebbe troppo rischioso per lui. Le lascia all’ingresso della città dove c’è molto traffico. Gracinta entra subito in una macchina di passaggio diretta a Nampula, Jenin si dilegua nella campagna e a piedi  raggiunge la zona di Sette di Aprile, un villaggio questo, a metà strada da Nacala a Memba. Ancora non è vicino al suo villaggio natale tuttavia lei si sente a casa e si può riposare sotto  un albero. La gente la vede   ma nessuno pensa che in quella ragazza ci sia qualcosa di particolare. Tutti sono abituati a simili scenari.
Jenìn dorme profondamente, quando si sveglia sente fame. E’ una fame causata dalla stanchezza accumulata durante la fuga e dallo stato di nervosismo  represso nei giorni di prigionia. Passa fra le bancarelle del mercato, osserva con avidità quel cibo appetitoso ma non ha soldi per comprare.  Desidera portar via qualcosa   però si sente osservata da tutti e desiste. Vaga per la campagna, qualcuno le rivolge la parola e lei scappa. Ha paura di chi si ricorda di lei. Osserva bene in ogni angolo alla ricerca della madre e del fratello. Forse anche lui è riuscito a fuggire dalle mani di quegli sconosciuti!  L’istinto fa riconoscere chi le vuole bene e di chi ci si può fidare, per questo osserva, cammina, fugge.  Ascolta molto,   parla pochissimo e, al  momento propizio si ferma e accetta ciò che le offrono.  Il cibo, il riposo, l’alloggio sono   cose   necessari ma in lei passano in secondo ordine.  La cosa più importante è vivere, poi si sistemerà tutto. Assapora la vita più che mai. Ha rischiato di perderla, ora è tutta sua, nelle sue mani e per nessuna cosa al mondo può rischiare di sciuparla.
 Arriva nella zona di  Geba e accetta l’ospitalità di chi si dice parente (stessa tribù). Dopo alcuni giorni le troppe domande dei conoscenti la mettono nuovamente in cammino. Vagando per la campagna si ritrova nella zona di Nakeka. Qui riconosce una sua familiare. Questa le dà indicazioni della madre e della famiglia. Dopo essersi riposata e aver mangiato a sazietà si mette nuovamente in viaggio.
Nel frattempo si diffonde la voce della sua fuga dalla casa del padrone che le aveva promesso ricchezze e benessere. Chi non conosce la realtà dice che la ragazza non doveva fuggire perché viveva con un padrone potente, mangiava a sazietà e non lavorava. Al contrario, chi conosce qualcosa del traffico degli organi dice che Jenìn è molto coraggiosa, è fortunata. Gli ultimi sono pronti a difenderla. Anche un missionario si mette sulle tracce dell’ adolescente per proteggerla, ascoltarla e, magari, avere un testimone prezioso nella lotta che sta conducendo contro il maledetto traffico. Nello stesso tempo  circola un’altra voce crudele e spietata che non ha simili: a Nacala s’ incontrano in un quartiere pezzi di corpi umani abbandonati in un prato non frequentato, vicino alla strada. Qualcuno riconosce la testa o arti di giovani  da tempo scomparsi.

Forse la nostra Jenìn non  è al corrente di tutto questo oppure ne ha sentito parlare come  una notizia crudele. Di fatto, lei è riuscita a scappare e ora cerca una casa sicura che possa proteggerla e amarla. La premura e l’amore del missionario la incontrano e la consegnano alla madre che vive a Napera, una comunità cristiana della sua missione.  


martedì 10 ottobre 2017

Assunta in cielo

  Maria Vergine assunta in cielo  15. 08.2017
Oggi, contempliamo la  Vergine Maria assunta in cielo accanto al suo figlio, splendente di bellezza, di benevolenza e di misericordia. La sentiamo in noi quale regina di tutte le grazie, potente della potenza di Dio che intercede in favore degli uomini, anche loro suoi figli, sempre pronta ad aiutarci e accompagnarci alla salvezza eterna. Tu, o Vergine Maria, ci vuoi felici su questa terra e per l’eternità. Nessun figlio escludi dalla tua felicità.
Oggi   vogliamo esprimerti qualche nostra preoccupazione affinché tu la presenti al tuo Figlio e, se è nei suoi piani, possa esaudirci.
Sappiamo o Vergine Maria, di esserci allontanati molte volte da Te e da Gesù Cristo, senza per questo dimenticarvi. Sappiamo che  nell’avvicinarci all’Eucaristia e   ai tuoi misteri di salvezza, non  siamo così decisi e convinti come dovremmo essere. Ci accontentiamo di affermare che siamo tuoi e che crediamo in Dio senza che Questo ci impegni  più di tanto nelle nostre decisioni e nella vita quotidiana. Il nostro credo rimane nebuloso, inefficace. Siamo caduti nell’isolamento e nell’egoismo, vediamo negli altri preferibilmente ciò che è negativo, pensiamo ai nostri interessi, a difendere noi stessi a costo di tutto. Siamo disposti anche ad affondare gli altri pur di non perdere qualcosa di noi. Quanto è amara  la nostra situazione! Isolati dal resto dell’umanità crediamo di essere a posto e che tutto dipenda noi!  Immersi in questa  condizione, o Vergine Maria,  oggi veniamo da Te  per deporre il nostro cuore nel tuo. E’ un cuore  bramoso di perfezione e desideroso di  una vita nuova, libera da ogni paura, una vita che possa accogliere tutti, specialmente coloro che hanno più necessità, non solo i nostri familiari e amici.
Penso ora alla massa di persone che fuggono dalla morte e dalla fame e arrivano fino alle nostre case. Ricordo l’ambiente dove vivevo fino a qualche anno fa, là periodicamente arrivava la fame. Quella fame che uccide, che non lascia scelte né discussioni perché mentre altri discutono sul come, quando e il perché aiutare chi non ha cibo muore di fame. La miseria non ha tempo. Anche ora la situazione non è cambiata. Non possiamo sentirci infastiditi o aver paura dei migranti, neppure quando si mostrano aggressivi. La loro insubordinazione, probabilmente, è la voglia di riscatto da una condizione da noi creata in passato. La loro prepotenza è poca cosa confrontata con la nostra, presentata loro con le armi sotto forma di progresso o per sete di potere. Ora dobbiamo sentirli amici e familiari.   Come noi sono povera gente che necessitano di amore, di amicizia e di condivisione. Come noi, sono figli di Dio e salvati dallo stesso sangue di Cristo. Il legame che ci unisce a loro è solo questo, non un legame economico o di progresso civile o altri risultati umani che si possono verificare.
Accogli, o Vergine Maria, un cuore pieno di amarezza per gli avvenimenti di questa terra. E’ un cuore pieno di dolore per le sconfitte personali, per i dispiaceri delle nostre famiglie.   Sono dolori per le malattie che si accumulano  senza tregua, per le morti che arrivano improvvise, per quelle naturali o provocate e per quelle scelte.            Nelle tue mani deponiamo la nostra esistenza per proteggerla e custodirla.
Vergine Maria Madre del Salvatore, affidiamo al tuo cuore di madre quello  di tutte le madri del mondo, specialmente di quelle che non trovano parole per consigliare i figli immersi nella   malavita, nel vagabondaggio, nella droga, nella disperazione e propensi al male perché senza lavoro. Ti affidiamo quelle madri i cui figli sono scomparsi nel nulla o sono vittime d’ ingiustizie e di vendette, madri dei figli venduti e fatti oggetto di speculazione per i progetti di persone senza scrupoli e che hanno perso il concetto stesso di persona umana.
(Ho presente in questo momento quei ragazzi trovati appesi in un grosso magazzino vicino a Nampula, pronti per essere squartati  al fine di vendere gli organi. Ho davanti agli occhi i bambini e i giovani del Bangladeh accecati  e mutilati per mandarli a chiedere l’elemosina in favore di potenti, ricordo una mamma costretta dalla fame a cedere il figlio a un ricercatore di pietre preziose che promette in cambio  vestiti e cibo e ….. mai più visto).
Ti presentiamo Vergine Maria, il nostro cuore pieno di sofferenze ma anche  ricolmo di fiducia e di gioia, nonostante le amarezze. Siamo contenti per la tua presenza in mezzo a  noi premurosa e pronta ad aiutarci in tutto. Siamo certi che non ti stancherai mai di noi, non permettere che noi ci dimentichiamo o ci stanchiamo mai di Te.   Grazie per la vita e l’amore che ci doni.  Ti ringraziamo perché ci dai il tuo Figlio, nostra unica salvezza. Grazie per gli amici che incontriamo nel cammino della vita e perché metti nel cuore dell’uomo l’anelito al bene, la speranza di una esistenza migliore e la forza di andare avanti in questo mare di lacrime.

O Vergine Maria assisa sul trono di Dio permetti che in questo giorno speciale Ti chiediamo ancora una grazia:  Fa che Ti cerchiamo sempre, cercandoti Ti incontriamo e incontrandoti Ti amiamo.  Non permettere che ci allontaniamo mai da Te. Grazie.


lunedì 9 ottobre 2017

poesia...L'araba fenice



Sguardi di bimbi
su campi
di solo pianto irrigati,
su crepe
di solchi dolenti,
ove nasce
la fame.
Il grano,
elemosinato
non parla di spighe
baciate dal sole
né di papaveri in fiore
La fantasia
non dimora
nella mente
privata di vitali
forme, sapori, colori
ove la speranza
non coglie fiori.
Ignora
che poco più in là,
oltre le capanne
grattacieli
d'umana avidità
ambisce
a rinnovarsi
in eterno
come l'araba fenice


Poesia....Suona xilofono



Suona xilofono
suona
ritmi solari...
creati da fresche
mani.
Suona xilofono
suona
ritmi antichi...
il ripetersi
della vita.
Suona xilofono
suona
il silenzio
della sera
africana...
accompagnami
in questo vagare
a cogliere
folate d'Oceano
e...la mia mente
a navigare
tra marosi
d'emozioni.


sabato 7 ottobre 2017

Colei che ci salvò dal colera...

Madre Paola Muzzeddu

Kavà febbraio 2009
Sento parlare di persone che muoiono di colera nella zona di Laia. Subito dopo chiamo l'anziano di quella comunità per conoscere meglio la situazione. L'anziano si presenta con i responsabili della comunità e mi comunicano che la malattia iniziò il 17 Novembre, la prima persona a morire fu Olanda Fernando e fino a quel momento erano morte 17 persone.
Dopo una settimana spaventati dalla  situazione, un gruppo di abitanti si reca dalle autorità locali per chiedere spiegazioni e aiuto.
Interviene l'amministratore Fabbrica con la polizia, il quale, minacciando il popolo con le armi, dice che in Lara non ci sarebbe stato alcun intervento in merito alla situazione e che potevano rivolgersi al punto sanitario più vicino. Questo (Calea) dista da Laia 15 chilometri. La zona contagiata resta così abbandonata a se stessa.
La gente si dirige verso Calea ma qui non trova nessun aiuto. Gli ammalati ritornano a casa in attesa della morte che non tarda ad arrivare.
Gli ammalati,a volte non ce la fanno ad arrivare a casa e finiscono i loro giorni per strada. Altri preferiscono rimanere nelle proprie abitazioni impossibilitati a muoversi.
Nel frattempo si muore tutti i giorni e al 17 Dicembre se ne contano 38 tutti con gli stessi sintomi: diarrea, vomiti, dimagrimento improvviso e nel giro di qualche giorno arriva la morte.
Avviso la comunità che sarei andato il 17 Dicembre per celebrare la Santa Messa e per visitarla in un momento tanto delicato.
I responsabili parrocchiani che sempre mi accompagnavano, questa volta si  rifiutano per paura della malattia e di essere aggrediti, come si fa di consueto in ogni villaggio. Vado con Matteo Augusto , un giovane di Laia che vive a Memba nello studentato della missione.
In Laia incontro poche persone perchè molti abbandonarono la zona, altri sono rimasti a casa ad assistere i famigliari e un gruppo occupato nel funerale di Agostino Mokwanya-
Questo era andato al punto sanitario di Calea con la speranza d'incontrare aiuto ma non ricevette alcuna medicina e fece rientro a casa dove morì appena arrivato.
Prima della celebrazione Eucaristica ricordo a tutti che nell'altare della loro chiesa ci sono le reliquie di Madre Paola Muzzeddu e di suor Gabriella Sagheddu e che solo loro possono aiutarci perchè vivono in Dio. Gli avvenimenti da poco vissuti ci dicono che non possiamo sperare niente dalle autorità civili che tutto sta nelle mani di Dio. Insisto sul fatto che la salvezza del popolo si ottiene con la preghiera fervorosa e con la piena fiducia nei
santi. Tutti hanno l'immagine di Madre Paola e invito a pregarla con fede e, se sarà nei piani di Dio, la malattia passerà.
Celebriamo la Santa Messa con poca solennità ma con grande fervore e fiducia, poi mi licenzio invitando, ancora una volta, alla preghiera.
Due settimane dopo, nell'incontro del consiglio parrocchiale, chiedo all'anziano di Laia come stavano le cose e lui risponde che ad iniziare dalla mia visita non era morto nessuno, anzi erano guarite anche le persone  che in quel momento erano ammalate. Incredulo ripeto alcune volte la stessa domanda ricevendo sempre la stessa risposta " dalla sua visita, Padre, nessuno è morto!"
Nell'ultimo giorno dell'anno nella sede parrocchiale è tradizione fare una veglia di preghiera che si protrae fino al primo giorno dell'anno successivo per ringraziare Dio del tempo concesso e chiedere aiuto per il nuovo anno.
Dei 200 giovani presenti nessuno aveva chiesto la pioggia ma durante la celebrazione eucaristica della notte tra il 2006 e il 2007 cade abbondante, quasi per completare l'avvenimento straordinario della settimana precedente.
La pioggia era scomparsa dal mese di Marzo e quella notte rallegrò il cuore di tutti.
Anche in Laia cadde abbondante, purificando l'ambiente e dando speranze alle persone.
Tutti siamo convinti che il popolo è stato salvato per intercessione di Madre Paola e non per le medicine che le autorità preposte negarono.


Parroco della Missione di Kavà


giovedì 5 ottobre 2017

Racconto...Le scimmie

Le scimmie
“Sei brutta come una scimmia, sei dispettoso come una scimmia”, oppure  semplicemente, “mi sembri una scimmia ”, si dice di una persona poco simpatica per attribuirle qualcosa di sgradevole e di poco simpatico. Che una scimmia non splenda di bellezza non occorre dimostrarlo, per gli altri casi cerchiamo di presentare alcuni  esempi che possono aiutarci a capire.
La difesa della scimmia
Tre giovani sono sul tetto della loro abitazione per riassettare la griglia delle canne dove appoggiare le palme per la coperture. Cantano e chiacchierano con allegria. Un branco di scimmie si avvicina in cerca di cibo e  accenna ad entrare in una abitazione vicina di proprietà di Basilio, uno dei giovani.  Basilio scende velocemente dal tetto dove lavora, afferra un bastone e corre in direzione del branco.  Gli animali fuggono, eccetto un esemplare di grande stazza.  E’ la madre che osserva la fuga repentina della prole, vede l’uomo che corre verso di essa.   L’animale scatta in direzione dell’uomo, pronta a difendere i piccoli i quali osservano da lontano. Il quadrupede si ferma, ritto sulle gambe posteriori in attesa dello scontro. Il volto cambia aspetto, diventa corrucciato e pieno di rughe, la grande bocca aperta mostra i poderosi denti ingialliti. Lancia il grido di guerra e aspetta l’avversario.
L’uomo conosce bene l’indole dell’animale e, deciso nel proteggere la sua abitazione, si dirige verso la scimmia. Si ferma a pochi passi dell’avversario, solleva in alto il bastone per allontanare  il rivale e sente nella propria testa qualcosa di molto duro. Il sangue gli cola sul viso mentre il suo bastone è nelle mani della madre scimmia. Accade che nell’atto di colpire l’animale questi strappa il bastone di mano dell’uomo e picchia con la medesima arma la testa del giovane, provocando una ferita grande e profonda. Attonito per l’accaduto il giovane s’ incanta. Vede l’animale sollevare solennemente il bastone in alto e  spezzarlo in due sulla propria bamba, butta i due pezzi ai piedi dell’aggredito e scappa per raggiungere i suoi piccoli. Anche il giovane correre verso un punto di soccorso, dove gli praticano quattro punti sulla testa.
 La scimmia e il bambino
Un bambino di pochi mesi giace nudo su un panno alla porta della casa. Lo proteggono  dai raggi solari  una stretta veranda che gira intorno all’ abitazione. Il caldo supera già i trenta gradi. La madre prepara il terreno per la semina a pochi metri di distanza. La zappa che adopera per raschiare la terra è ridotta al minimo, la sua lama ha raggiunto il buco del manico. La donna possiede solo quel mezzo, ha i soldi per comprare una nuova zappa ma il negozio dista novanta chilometri dal suo villaggio. Non ci sono mezzi per raggiungere la città, le strade sono sterrate e difficili da percorrere solo a piedi. La donna, come tanti altri che lavorano la terra, si deve accontentare di quel mozzicone di metallo in attesa di tempi migliori. Mentre dissoda la terra Ana, questo è il nome della signora, guarda la propria creatura che dorme pacificamente. Nella zona  sono scomparsi gli animali feroci, sono presenti solo alcuni branchi di scimmie che visitano periodicamente l’abitato ma nulla di preoccupante. Da più di una settimana le scimmie non si vedono in giro e si pensa che abbiano cambiato zona.
La donna possiede una capra che tiene legata dove c’è da brucare qualcosa. Ci sono anche alcune galline che razzolano nel piazzale, innocue per la creatura.  Ana zappa la terra, procura la legna per il fuoco, prepara il cibo, allatta la creatura, tutto in contemporanea. Si sa che le scimmie non aggrediscono se non sono disturbate e possono giocare beatamente con i bambini se lasciate in pace. Una scimmia, di qualche anno di età, si avvicina alla porta dell’abitazione, si ferma accanto al neonato, lo guarda con attenzione, gli gira attorno, vuole giocare con quell’essere da lui diverso pur assomigliandosi in qualche modo a essa. Mentre il quadrupede compie la sua ispezione viene avvistato dalla madre del bambino che, spaventata, corre per liberare la sua creatura dalla incomoda compagnia. Si spaventa anche l’animale e fugge, nascondendosi dietro la casa. Quando la donna riprende il suo lavoro e tutto sembra calmo, la scimmia ritorna dal neonato, con le mani pratica grosse ferite nella pancia della creatura, tenta di spaccare in due il bambino. Ana assiste alla scena,    inorridita e fuori di sé corre in aiuto del suo bambino ma inutilmente. Mentre Ana si avvicina, la scimmia solleva in alto la creatura e la butta in terra con forza ai piedi della madre, quindi scappa velocemente per raggiungere il branco.
La scimmia dispettosa
Nella zona di Chipene le scimmie invadono i campi coltivati e arrivano fino alle case per cercare cibo.  Non si spostano per il semplice rumore che produce l’uomo nel quotidiano lavoro ma occorre minacciarle con bastoni e inseguirle con lanci di pietre. Capita che, avvicinandosi troppo all’animale nell’intento di allontanarlo, questo accetti la sfida e ne abbia la meglio. Tamoil coltiva un grande campo a manioca e miglio. L’agricoltore segue fedelmente gli ultimi accorgimenti del Padre missionario in fatto di produzione agricola. Il campo ben ordinato, da una parte la manioca dall’altra il miglio, tutto in linea e ben pulito  permettere il controllo del podere con un solo sguardo. L’uomo è felice di come vanno le cose e prevede un abbondante raccolto. Alla comunità darà una parte maggiore degli altri anni quale ringraziamento a Dio. La pianta della manioca già  porta le sue radici allo scoperto, le pannocchie hanno la barba dorata, tutti segni che avvisano l’agricoltore della maturità del prodotto. Purtroppo Tamoil non   prevede l’impatto con le scimmie spesso allontanate con modi bruschi. Per due volte gli animali   sradicano le piante e rovinano le talee della manioca, frugano  anche sotto terra alla ricerca della semente del miglio ma subito  si   rimedia con la sostituzione di talee e di sementi. Tamoil non pensa alla scimmia dispettosa.
Il secondo giorno del raccolto di notte interviene un branco di scimmie, rovina un terzo del prodotto già raccolto, spezza le talee e si allontana in altri poderi. Tamoil non si altera per il danno subito e promette di dare la caccia spietata a tutte le scimmie. Sarebbe inutile adirarsi. Le scimmie, come spesso gli uomini, sembra che godano quando vedono altri adirati. Questo modo di procedere delle scimmie è comune a tutti i poderi con il cibo a loro gradito. I contadini non riescono a competere con gli animali e pregano un intervento massiccio dell’Amministratore. Questo, com’ è consuetudine alle autorità, temporeggia finché gli animali arrivano anche nel suo podere. Si organizza subito una grossa retata per cacciare le scimmie e salvare il prodotto della popolazione.  Avviene  un autentico sterminio degli animali indesiderati. Per diverso tempo la popolazione si ciba volentieri della carne prelibata di questo essere che tanto si rassomiglia all’uomo Per incontrare questi animali simpatici ma dispettosi. . Adesso occorre allontanarsi dalle abitazioni e dalle strade percorse dagli esseri umani.






martedì 19 settembre 2017

La morte del fratello


Durante e subito dopo la guerra, pur di  salvare una vita, si affrontano sacrifici impensabili in altri momenti. Si viaggia senza contare i chilometri e le ore o calcolare i pericoli. E’ sufficiente  conoscere che in un posto c’ é un ammalato in difficoltà e subito si corre. Il padre Castellari ha abituato così la gente. Quando  sa di un ammalato salta il pranzo e la cena e viaggia per ore e ore pur di incontrarlo. Non sempre trova  chi cerca perché ristabilitosi o passato a vita migliore. In tal caso rientra a casa, contento se l’ammalato é vivo e ha ripreso la sua attività, deluso quando incontra l’ammalato già morto e sepolto. Quando lo permette la luce del sole il defunto si seppellisce il giorno stesso del decesso. Il Padre Castellari non  s’infastidisce mai anche quando non si  capisce se l’avviso corrisponda a verità o  é solo  il desiderio di girare in macchina. La guerra  ha formato il popolo all’incertezza, alla menzogna, a viaggiare in continuazione pur di salvarsi.  
Ai disagi del conflitto si aggiunge il feticcio (una specie di malocchio) operante nell’ambiente come una vera peste. Esso  agisce nel popolo  come una forza occulta  che determina azioni, movimenti e desideri a cui non si può e non si deve opporre resistenza. Esso è sempre la causa di ogni male che, mosso dall’invidia, penetra nella mente, fa vedere tutto negativo e porta inesorabilmente alla morte. Per vincere il feticcio occorre opporgli qualcosa di più forte che pochissimi addetti al mestiere conoscono. In caso contrario la stessa opposizione può aumentare le disgrazie in chi ne è colpito.
Di buon mattino, ancor prima dell’alba, un giovane chiama padre Castellari per soccorrere il fratello gravemente ammalato nel villaggio di Curahama. Il villaggio dista  60 chilometri dal centro, circa tre ore di macchina. Il missionario  ricorda al giovane che altre volte andò in suo soccorso e il fratello non si   lasciò mai aiutare. Forse stanco di viaggiare inutilmente, il vecchio missionario mi prega di sostituirlo.  In separata sede mi avvisa che i parenti sono convinti che l’ammalato sia invaso dai feticci. La curiosità di conoscere e una certa presunzione di sistemare la situazione mi fanno accettare l’incombenza.
Durante il viaggio il giovane è di poche parole. Io rispetto il silenzio, trascorrendo in tal modo venti minuti lunghi come  i giorni e le settimane. Una sua preoccupazione lo costringe a rompere il silenzio. Con voce sommessa  il giovane dice: “Padre, forse mio fratello è morto, forse al nostro arrivo l’hanno interrato, forse non serve il nostro viaggio”. Il suo dubbio è per me realtà. Ho la tentazione di fermare la macchina e farlo scendere. Mi faccio forza e  lo ascolto mentre parla lentamente: “ Padre, io l’ho lasciato ieri sera che respirava a fatica, forse è morto. Il feticcio che lo  possiede  é molto potente, noi non   riusciamo a vincerlo. L’ invidia delle persone supera le nostre possibilità, lui soffre molto”. Io spiego che per il cristiano non esiste il feticcio, si deve solo pregare affinché il Signore superi ogni malattia e resistenza. Spiego la dinamica del feticcio e come si può vincere. Il mio discorso  non rasserena il giovane, al contrario lo rende più nervoso e quasi lo offende. “Padre, interviene lui, io credo alle sue parole ma il feticcio che ha mio fratello non si può vincere, lui è destinato a morire”.
I discorsi si intercalano con lunghi silenzi. Non capisco perché abbia chiamato il missionario se è convinto della sua inutilità. Non riesco a spiegarmi perché debbano essere così rassegnati.
Con simili argomenti arriviamo a destinazione. L’ammalato giace su una stuoia sotto un albero di Cajù. Intorno a lui stanno i parenti in silenzio, aspettando la fine. A distanza, seduti su delle pietre, alcuni amici chiacchierano sommessamente e si alzano all’arrivo del missionario. I parenti rimangono seduti, intensificando il dolore sul loro viso. L’ammalato  è ridotto a pelle e ossa, il respiro è quasi regolare. Capisco che il giovane ha necessità di serenità e di essere incoraggiato. Se riuscisse a mangiare sarebbe un’ottima cura. Uno dei presenti avvisa l’ammalato che  il Padre missionario è accanto a lui. Lo stesso che parla con l’ammalato, anticipando ogni mia eventuale proposta, mi dice che è inutile portarlo all’ospedale, ormai è pieno di maledizioni e morirà subito. L’ammalato apre gli occhi e accenna a un sorriso. E’ un sorriso di saluto al padre arrivato al suo capezzale. Anch’ io sorrido e rispondo con una preghiera e una benedizione. Lontano dall’ammalato, con la speranza di rimuovere la decisione presa, faccio le mie rimostranze con il capo tribù e insisto per non lasciar morire in quel modo un giovane che, forse, non ha raggiunto ancora i vent’anni. Intorno a me si fa silenzio in ascolto delle mie parole poi si solleva un brusio da tutte le parti. Con fare gentile il mio accompagnatore si presta a riaccompagnarmi alla missione e partiamo. Il mio cuore si restringe, non capisco proprio nulla e non trovo alcuna giustificazione per la decisione presa. Non mi sento deluso o sconfitto, sono semplicemente disorientato. Un silenzio che si fa preghiera mi accompagna fino a casa e per i giorni successivi.
Il giovane ammalato muore di fame e di stenti alcuni giorni dopo. Ancora una volta il feticcio  fa da padrone. 
Don Ottavio



Africa amata...fine

Tra Sardegna e Africa...

Miguel Pedro Cobre vuole che rimanga a Cavà.
Secondo lui porto un pò d'allegria per i giochi di prestigio che presento a loro e che sono ormai famosi!....Il tam,tam delle notizie nella foresta ha suonato varie volte per annunciare i miei "incantesimi. Mi trovo sotto l'attenzione di tutti. I capelli bianchi hanno un fascino particolare per quei ragazzi ed ogni movimento è seguito con .
L'obesità in  Mozambico, in cui la linea asciutta è prerogativa essenziale, chi ha la pancia pronunciata come la mia e qualche chilo di troppo è ricco.
Per loro è ricco anche chi riesce a mangiare ogni santo giorno e può sorridere, in cuor suo, a Nostro Signore.
Il suono di un flauto in lontananza, squarcia il silenzio della sera e Joào, ormai responsabile e valido aiutante di don Ottavio in quel di Memba mi sorride con un augurio che parte dal cuore. Spera che il mio ritorno a Memba non tardi per mostrarmi ancora una volta la sua abilità a salire su quel "cokèiru" appeso in quel cielo azzurro che la notte ricama di brillantini affascinanti e spettacolari.Mi darà da bere il nettare della noce di cocco preso per la mia felicità e si poserà accanto a me a confortare la mia emozione incontrollata che, a sua volta, rafforzerà il mio amore.
Il vento di maestrale della mia isola mi ricorda,ancor di più, quelle folate tiepide che, dall'Oceano Indiano, corrono con le maree in un gioco dell natura e vanno a morire, lentamente, nel cuore della foresta, per ritornare dopo che le stelle salutano il firmamento incantato.
L'Africa amata attende il mio ritorno e quel giorno sarà la vittoria più bella che il mio cuore possa ricevere, senza alcun rifiuto.
Mi adagerò sulla sabbia bianca della foresta e gli occhi verso il bao bab là vicino, a protezione della mia  riservatezza, piangerò lacrime di gioia.
La mia isola lontana mi conforterà con i suoi dolci ricordi e il profumo del suo mare  mi rigenererà le membra. Respirerò a pieni polmoni , la quotidianità locale e quella strada di terra rossa che cammina come un gomitolo torturato da un gatto, non sarà fiume di sangue ma...di pace. Africa amata in cui ho depositato una part delle mie ricchezze, sei la "credenza" della mia casa. Ti cerco quando ho bisogno d'una tazzina d'amore particolare, come se tu fossi la mia amante, il medico che lenisce i dolori, la mamma che calma il pianto del figlio, l'elicriso della mia nostalgia...ti cerco, insomma, quando ho bisogno di pace.
La luna naviga tra stelle, a mille a mille e altre  ancora si preparano a salutarla.Il suo viaggio è d'amore discreto. Non ha bisogno di aneliti.
Il mio cuore viaggia in questo mare di emozioni forti e, grazie al Buon Dio, riesce a non perdere la rotta.
Africa amata, la mia isola accarezza la mia anima per donarti un figlio caro!....Una parte del mio cuore sarà tra mare e Oceano e gli scogli una barriera, così da non perdersi alcun granello d'amore....

Pier Carlo Acciaro


sabato 9 settembre 2017

Africa amata 1^ parte

Il mondo è così piccolo!.. una sfera che ruota su se stessa in cui vedi quello che vuoi vedere, con occhi affascinati, nel mondo della fantasia. I colori escono da quel globo in movimento a salutare il "ciak" della vita. Ritorni a far rivivere il povero cuore, provato da altre battaglie e...l'amore che senti è molto più vicino.
Il Mozambico mi chiama ancora a soddisfare, in parte, questa grande "sete" che ho dentro.
 Non servono più le ansie di "vecchio uomo" per scaricare il fardello d'amore, tenuto celato in un tempo che non ha mai fine.
Non servono più!...ora ho la sfera tra le mani ed il mio dito indice accarezza l'Oceano Indiano in cui si affaccia la mia Africa amata.
E' subito brivido nel mio corpo!..vivo momenti meravigliosi, di una realtà virtuale. Sono nella mia isola ( La Maddalena ) e...un'altra esistenza mi accompagna in una Terra lontana!?..,
Jaime, artista raffinato,  di sculture di legno duro come il " Pau Petru", ora dà l'ultimo tocco da maestro a quella opera d'arte che fa bella mostra in quell'angolo della chiesa " Immacolata Concezione" della parrocchia di Kavà.
Finalmente il prete che ha ordinato l'opera può dire di vedere realizzata una cosa così bella da renderlo felice ma...le cose buone, a volte , sono accompagnate da altre cattive.
Come il vento che accarezza con dolcezza le fronde degli alberi lasciandoci gli applausi della natura tra foglia e foglia in un regalo gradito, così i l silenzio del vento che non c'è più, andato a beare altre sponde, lascia un vuoto nella piccola comunità.
Rimane quell'opera d'arte in ricordo di un vento passato troppo in fretta.
Jaime aveva dato l'illusione di rimanere in quella comunità a suonare i suoi strumenti d'arte e insegnarli a quella gioventù avida  di conoscenza.
Invece è volato via lasciando una lieve speranza in cuore a chi vuole credere che domani sarà migliore.
Vorrei sentire il profumo della terra baciata dalla pioggia in un bel canto di gioia e rotolarmi in quella danza di emozioni assieme ai miei amici mozambicani.
 Salutare quel "cochèiru" là in alto fino a perdere l'equilibrio e trovarmi spaparanzato per terra, in quella terra rossa bagnata di fresco e accorgermi di essere in compagnia di noci di cocco, cadute da quell'albero.
Vorrei sentire il vociare dei bambini che, dalla scuola vicina alla comunità di Memba, fanno di tutto per portarmi indietro nel tempo e ritrovarmi bambino anch'io con la voglia di far sentire la mia voce  all'aria salubre della mia cara isola. Vorrei ascoltare in silenzio i discorsi dei bambini, ma la lingua che parlano è il Macua ...allora mi trovo a parlare il mio bel dialetto sardo-maddalenino e i pensieri si perdono in un marasma di voci.

Pier Carlo Acciaro