mercoledì 26 luglio 2017

noi una famiglia






don Ottavio Cossu poco dopo il suo rientro dal Mozambico ove ha svolto per quindici anni la sua missione sacerdotale.
Essa è formata da volontari che condividono il suo ideale di dedizione agli altri per una crescita umanitaria, sociale e spirituale della persona nel suo ambiente
 naturale.


Quanto ha realizzato l’associazione col tuo aiuto.
-       Un pozzo nella missione di Kavà-Memba in Mozambico.
-       Attrezzatura di una falegnameria e di un laboratorio del ferro nella missione di Kavà-Memba in Mozambico.
-       Aiuto ad un microcredito agricolo nella missione di Kavà in Mozambico.
-       Una cooperativa per la lavorazione della ceramica  nella parrocchia di Kisangara juu in Tanzania.
-       Pavimento della chiesa parrocchiale di Gonja in Tanzania.
-       In fase di completamento un salone multi uso nella diocesi di Same in Tanzania.
-       Aiuti al centro per carcerati “Giovani in Cammino” a Marrizza in Italia.
-  Contributo per la realizzazione della chiesa di Kisangara Juu in Tanzania.
Con il vostro cinque per mille intestato all’Associazione Onslus “NOI UNA FAMIGLIA”
C.IBAM:  IT7360760117200001000687853  Oppure con l’offerta sul CC postale  1000687853  faremo cose grandi.


sabato 22 luglio 2017

La mia Africa.

.............................................l'occhio si perde negli enormi spazi che uniscono tutt'intorno la terra e il cielo ricordando che la terra è per il cielo e l'uomo è fatto per Dio.
Per nove mesi l'anno la natura è lussureggiante di colore verde con le sue mille sfumature, purtroppo una tradizione radicata " obbliga" gli abitanti a bruciare ogni angolo di terra.
Lo fanno tutti gli anni alla fine del periodo secco per preparare la terra alla semina, stanare topi e altri animali da mangiare, per ripulire dalle erbe i campi già coltivati l'anno precedente.
Ciò che conta è bruciare, sicuri che, pochi giorni  le prime piogge, riappare il verde propio della natura.
..................L'alba e il tramonto sono sempre differenti I mille colori, ora tenui ora incandescenti, sorprendono e inchiodano lo sguardo in una contemplazione senza parole nè sentimenti, avvolti  dal mistero che emanano. Terminati i loro dieci minuti di magia ci si trova il cuore leggero, contento, disponibile all'amore più puro.
Alla notte, quando si nasconde la luna, appaiono le stelle a miriadi, molto vicine alla terra e, con le molteplici forme che disegnano, abitano l'universo, ricordando all'uomo la sua piccolezza e dipendenza dl Divino.


sabato 15 luglio 2017

Per caso o per grazia?


“Piacere  Pino”, “Piacere don Ottavio”.
In una consueta visita alla Casa per ospiti carcerati la responsabile della  comunità mi presenta il nuovo ospite di passaggio. Per vivere i suoi brevi permessi premio che il tribunale gli concede,  Pino va a Marrizza.   Qui incontra altri sventurati che scontano la loro pena o sono in attesa di giudizio. Qui c’è la responsabile del centro che dispensa a piene mani accoglienza, certezza e speranza. Tutti gli ospiti trovano serenità, motivo di vita, e il recupero di una  esistenza che sembrava persa o indirizzata nel tetro buio dell’incognita.  
Dopo vent’anni di rigore assoluto  Pino può assaporare l’inizio di una libertà dimenticata, può respirare l’aria pura e salmastra del mare, può incantarsi davanti all’estensione delle acque sempre in movimento e ammirare il cielo stellato del quale ha dimenticato il colore, la forma e la composizione dei corpi celesti che lo abitano. Abituato all’oscurità della cella, non ricorda i benefici della luce. La macchina blindata che lo accompagna nei trasferimenti ha le pareti di  lamiera come i furgoni che trasportano materiale vario facilmente deteriorabile alla luce e all’aria. La mancanza di vetri nella zona dove siede il “materiale umano” impedisce al sole  di penetrare all’interno per sollevare l’umore dei detenuti e scorgere qualche strada, forse conosciuta. Ora, quando cammina in macchina accanto all’autista, Pino ha paura poiché gli sembra che tutte le auto gli vengano addosso.
Come un bimbo che   lascia il seno materno, l’uomo si deve abituare alla luce del sole, ai colori della natura, al vento che accarezza la pelle, muove i fiori e gli alberi, al volto sereno o corrucciato delle persone che girano in fretta alla ricerca della propria vita. Nel seno materno il feto si forma e cresce inconscio di tutto ciò che lo circonda e ignaro di quello che accade. In tutto e per tutto dipende dagli altri. Possiamo dire che lo stesso avviene nell’ assoluta segregazione   e nel buio delle celle di alta sorveglianza. Il recluso è sempre nelle mani degli altri, deve essere pronto e ubbidiente, pena il suo deterioramento. Una minima ribellione potrebbe complicare la situazione. Se da un lato l’assoluta segregazione toglie la libertà dei movimenti dall’altra può raffinare l’animo e fortificare la volontà nel bene. Fuori della cella deve  abituarsi agli incontri sereni e fiduciosi con i propri simili. Il buio dell’ambiente creato nel penitenziario ha prodotto nell’animo di Pino una oscurità  ben più difficile da illuminare. Pino ci tenta.
 Affrancato dagli occhi vigili delle guardie, senza la preoccupazione di non farsi sentire dai vicini, a  Marrizza il recluso può incontrare la moglie, con lei ricordare il passato, raccontare il presente e, specialmente, programmare il futuro. Un futuro di sacrifici nell’ambiente e in famiglia. Si sa cosa si pensa e come ci si comporta nel territorio, specialmente in quello natio, nei confronti di chi ha sbagliato gravemente. Si vede la persona perennemente ancorata all’errore ed è difficile pensarla redenta. In famiglia sono cambiate tante cose, si sono create nuove situazioni, altre persone sono entrate in essa e il corso della vita non è quello lasciato. Riguardo alla sua ‘imminente’ liberazione, cinque anni ancora, l’uomo si mostra preoccupato ma fiducioso. “Sarà dura ma non impossibile”, commenta Pino, “ciò che m’ impegnerà di più sarà farmi accettare dalle due figlie, ambedue mature. La prima ha il suo lavoro ed è indipendente, la seconda studia.  Insieme a mia moglie”, dice ancora l’uomo, “riuscirò anche in questa impresa”.   Mentre parla, quasi per avere conferma delle parole, guarda la signora che gli siede  accanto con il volto raggiante di luce.  Sbagliare è facilissimo. Ci si trova trascinati da una spirale di odio e di morte alle volte per galanteria, altre volte per avidità o per necessità oppure obbligati, coscienti ma impotenti nel lasciare l’ambiente.  Ricuperare è un lavoro difficilissimo che impegna tutta la volontà e la forza morale.
Le figlie, Marica 20 anni ed  Erica 14 anni, conoscono il padre come un recluso, uno lontano che sconta la pena di qualcosa di molto grave, tanto grave da meritare 25 anni di stretta separazione dal resto del mondo. Non l’hanno mai incontrato a casa, non hanno mai giocato con lui,  non hanno mai ricevuto una carezza e ancor meno un aiuto nei momenti di difficoltà. Sanno che è il genitore perché la loro madre lo ha presentato così. Il primo approccio con il padre è attraverso le foto che conserva la mamma, poi in persona, in un penitenziario dietro il vetro blindato con le guardie armate vicino. Prima di incontrare il genitore sono perquisite all’ingresso, anche loro sospettate di chissà quale cosa, poi sentono lo scricchiolio delle porte e delle chiavi fino ad arrivare davanti a un bancone. Dopo l’attesa appare il padre scortato ma sorridente. Il padre sembra aver dimenticato la sua condizione. Vede il volto delle figlie che lo riempiono di gioia. In lui  suscitano nuove emozioni e fortificano la volontà di recupero. Le figlie sono impassibili, non un sorriso, non una parola. Quell’uomo rimane lontano anni luce dal loro mondo. La madre le aveva preparate all’incontro ma le emozioni, i pensieri, il volto di quel recluso sono nuovi, imprevedibili. Nessuno conosce l’impatto che provoca una simile scena nell’animo delle adolescenti. Solo chi lo vive sulla propria pelle sa cosa significa. Anche a loro s’impone un lavoro non facile di accettazione per vivere insieme e amarlo come padre attento, delicato e responsabile. Le aiuterà l’ambiente in cui vivono? Le amicizie che si sono coltivate avranno l’intelligenza e la forza morale per  far propria la nuova situazione oppure le due giovani dovranno vivere sempre col marchio di un prigioniero?. La tentazione forte e pressante è quella di ripudiare il padre, anche se questo rimarrà sempre il loro genitore.
Al momento della carcerazione  Pino è latitante e fidanzato con Maria. Durante la contumacia la donna dà alla luce la loro creatura. Gli agenti dell’ordine sorvegliano il reparto ospedaliero con la speranza di incontrare il ricercato. Credono che l’istinto paterno superi quello dell’autodifesa. Attesa  inutile e umiliante anche per la giustizia. Il latitante conosce l’ astuzia della polizia per cui il  clandestino preferisce immaginare la bellezza della sua creatura piuttosto che avventurarsi in una visita molto pericolosa . Alle volte anche la scaltrezza giuridica si rivela ingenua. Nonostante le sue attenzioni, il giovane viene arrestato  poco tempo dopo senza vedere il volto della  figlia.   Pino e Maria sono fortemente innamorati e tale decidono di rimanere fino alla fine dei giorni, nonostante tutto.
La sentenza del tribunale condanna l’uomo a 25 anni di carcere, segregato dal resto del mondo, sorvegliato in ogni suo movimento. La cella di alta sorveglianza è quella di massima sicurezza dove entrano  solo i mafiosi e i grandi criminali. L’unico momento di aggregazione è il  giornaliero tempo d’aria nel cortile del penitenziario dove convergono i detenuti.  Il cortile è coperto con una rete spessa   per impedire la fuga dei malcapitati. Lungo il perimetro del   chiostro c’è una corsia dove passeggiano le guardie ben armate. Forse hanno paura anche loro benché siano pronte a tutto pur di salvarsi.  Pino riflette, riconosce, decide per una vita nuova ispirata alla legalità, al rispetto e alla riparazione. Capisce che non è la violenza a risolvere i problemi ma l’impegno che nasce dall’amore incondizionato e orientato al bene dell’altro. In questo trova un esempio chiaro e forte nella donna che ama. Nelle lunghe meditazioni che la situazione dispone, il giovane comprende bene che la violenza è solo l’atto supremo dell’egoismo che alimenta altro egoismo. Capisce il significato del servizio come  gesto di amore che avvicina l’altro, lo  comprende e si mette nelle condizioni di camminare insieme.
 Nel frattempo  Maria non si scoraggia per la lontananza obbligata del fidanzato, non lo lascia per nessun’altra proposta. Le difficoltà nel  seguire la figlia e le dicerie dell’ambiente sono continue ma lei preferisce seguire la sua strada. La donna è alimentata dalla forza della fede e dalla certezza che il suo fratello, ormai al cospetto di Dio, la segue e la protegge. Col cuore e con la mente   entra in carcere anche lei. Pino ne sente i benefici e s’impegna  per una condotta giusta e irreprensibile pur di ricomporre il nucleo familiare.  Come tutti i carcerati pericolosi il nostro uomo peregrina da un  penitenziario all’altro, conosce  reclusi di ogni tipo, impara i sotterfugi per usufruire di qualche permesso o beneficio. Lo spostano spesso e all’improvviso per non agganciare rapporti con i compagni e per far perdere le tracce agli eventuali collaboratori che si trovano all’esterno. Nelle ore di luce conosce un  capo cellula degli anni di piombo (Giuliano) e viene a sapere che di fronte alla sua cella c’è quella di  uno dei più pericolosi malviventi dell’epoca (Graziano Mesina). Lì dentro non ci sono vie intermedie che si possono seguire: O si diventa ancor più delinquenti, e alle volte si sceglie il suicidio, oppure si diventa santi. Il nostro amico sceglie la seconda via. Non si propone esplicitamente la santità ma sceglie la via che conduce a essa. Per lui la santità non è affare dei carcerati. Nella sua mente la perfezione cristiana è  scomparsa da molto tempo.

La buona condotta di  Pino  consente alla moglie qualche visita sotto la severa sorveglianza delle guardie. Più avanti nel tempo,  gli innamorati riescono a contrarre matrimonio civile all’interno del penitenziario.  Il fatto permette di riconoscere la figlia, a suo tempo registrata col cognome della madre. Pino acquista fiducia all’interno del  carcere. Nel fascicolo che lo accompagna come la sua pelle nei trasferimenti si leggono solo note positive. Dove   Pino arriva, gode subito di nuovi favori. Le udienze con i familiari avvengono anche nel giardino interno del carcere lontano dalla sorveglianza, in modo anche appartato. E’ proprio in uno di questi incontri che  i due decidono per un secondo figlio. Un’ altra femminuccia sigilla l’amore fedele di  Pino e Maria. La bambina prende il cognome del padre e viene subito battezzata. I due sono cristiani, ancorati alla fede che li sorregge. Ora desiderano suggellare il loro cammino con il sacramento del matrimonio. Sperano di celebrarlo nel paese natale quale testimonianza di rinascita nel perdono donato e accettato a piene mani.


giovedì 6 luglio 2017

figlio di cinque padri


Nella tradizione makwa è di norma, o almeno lo era all’epoca  dei fatti, che  all’inizio delle doglie, si chieda alla partoriente la paternità della creatura che porta in grembo. Questo è dato dal fatto che la maternità non può essere messa in discussione, al contrario, non essendoci per loro riscontri scientifici, si può  dubitare della paternità.  Al momento opportuno, la  suocera della  gravida o una incaricata del presunto papà, chiede alla partoriente il nome del padre del nascituro.  Chi presenta la domanda può anche mettere delle condizioni per tutelare la veridicità della risposta, ad esempio: se la madre  dice il falso muoia subito lei o il bambino; oppure: se il padre del nascituro è il marito  della partoriente non ci sia   nessun problema durante il parto; o anche: se il bambino non è del marito della donna la creatura nasca guasta. Come si può facilmente notare la pratica non rivela l’ombra della  delicatezza. Questa è un’ abitudine che  mette in discussione la  fiducia e la fedeltà tra i coniugi. Presentata in questo momento particolare, la domanda  non infonde, certamente,  serenità nell’ ambiente e ancor meno aiuta la donna  nel dare alla luce la propria creatura. Soddisfa solo la macabra curiosità della gente, umiliando la donna  e il papà nel momento più bello e delicato della loro vita.
Un’altra pratica comunemente accettata e che facilita la diffidenza coniugale é il fatto che la donna non nega mai all’uomo la proposta   di un rapporto sessuale. Qualunque sia l’uomo. Sono pochissime le donne che  respingono sia il semplice rapporto come anche il lasciare marito e figli per seguire l’ultimo arrivato. La donna diventa una merce qualunque che passa da un uomo all’altro senza diritti né dignità, con l’unico dovere di soddisfare le esigenze dell’uomo.  Una concezione profondamente maschilista è radicata nella mentalità makwa. Una simile mentalità libera l’uomo dalla fedeltà coniugale, dagli impegni familiari, dal rispetto della propria persona e   degrada la dignità femminile. La donna  possiede una sola risposta all’infedeltà coniugale: “Lui mi ha invitato”. L’espressione rivela una mancanza totale della percezione del proprio valore, e della  dignità femminile pari a quella dell’uomo. Lei è convinta che l’unico scopo della sua esistenza sia la procreazione. Per capire meglio i rapporti familiari è bene ricordare che fino a non molti anni orsono i mariti, per rafforzare l’amicizia o per   cortesia verso l’ospite,   usavano scambiarsi la moglie fra di loro  per una o più volte.  Si può intendere quanto sia arduo e delicato il lavoro missionario per la costruzione del tessuto umano, sociale e tradizionale.  In questo quadro si colloca l’episodio che segue. 
Mwalapwa e Ana sono due giovani che hanno contratto da poco il matrimonio sacramentale, sono sereni e felici di essere cristiani. Si sono preparati con tre anni di catechesi e vivono insieme da cinque anni.  Non hanno figli viventi poiché due sono morti appena nati. Vivono a Keteketi e si sono proposti di essere fedeli al sacramento ricevuto. Tutta la comunità cristiana li stima. Lui si prepara per diventare catechista.
Nella comunità di Mwipia vive un insegnante, Janela, che ha la moglie, quella del sacramento. Forse perché possiede qualche soldo, non si accontenta  della moglie e periodicamente diventa poligamo. La prima è stabile a casa e guai a chi la tocca, la seconda dura  fino a che lui non si stanca, poi la restituisce alla famiglia.  La restituzione, notare il termine usato da loro, non implica grandi oneri eccetto quello di un risarcimento economico per i danni subiti dalla donna. L’insegnante danaroso non si fa scrupoli, quando adocchia una donna che a lui piace, piomba nella casa e la porta via con la sola giustificazione che a lui piace. E’ quanto avviene  nella casa di Ana. Questa tenta una  iniziale  resistenza senza alcun risultato. L’uomo piccolo di statura, snello, tutto nerbuto da sembrare un atleta, nero come la pece, le ordina di prendere la biancheria e di seguirlo senza tentennamenti per evitare il peggio. Così avviene e dopo mezzora A na si ritrova come seconda moglie di Janela.
Povero Mwalapwa. Al ritorno dai campi trova la casa vuota, aspetta inutilmente il ritorno della moglie. Forse è andata a Miroge dai parenti, forse è in chiesa per l’incontro delle donne, oppure è andata al fiume a lavare i panni e ad attingere l’acqua. Se fosse così rientrerà al tramonto. Tutto è possibile per chi non conosce. Sono le vicine di casa a dargli la brutta notizia: “Janela l’ha portata via contro la sua volontà”. Il marito fedele piange a dirotto, si precipita  nella nuova dimora della moglie, la prega piangendo inginocchiato ai suoi piedi. Ana sta raccogliendo nuovamente la sua biancheria quando arriva l’insegnante e minaccia i due di cose strane. Mostra loro un involucro e due bastoncini e dice: “ Questo è per voi se mi disturbate ancora”. Nell’ involucro c’è la maledizione del feticcio. Con questo nessuno scherza, nessuno avanza delle pretese, almeno apertamente,.
Mwalapwa sconfitto e ridotto in cenere rientra a casa ma non si rassegna a perdere in questo modo la moglie amata e venerata. Il suo casolare non può essere rovinato proprio dal figlio dell’animatore di zona. L’uomo non rassegnato si reca dal padre di Janela, presenta il suo dramma e lo supplica di risolvere il problema,  in qualità di padre dell’usurpatore e come animatore di zona.  L’animatore possiede i mezzi per intervenire. Il padre chiama il figlio il quale non ha niente da dire né  vuole difendersi. Davanti al padre Janela china la testa e ripetutamente dice: ” Ana mi piace e la voglio io”. Irremovibile il figlio quanto deciso il padre. Non servono i discorsi, non convincono le parole e il padre passa alle botte. Il disgraziato ne riceve tante che quasi non può camminare. Col il genitore Janela non si difende, non si lamenta, è lì come una persona estranea alle botte. Non è possibile lasciare quella donna, bella e generosa.
Non ottenendo nulla dall’animatore di zona, Mwalapula si presenta al missionario per avere consigli sul comportamento da tenere. Il giovane non vuole prendere altra moglie, vuole rispettare il sacramento ricevuto e rientra a casa deciso ad attendere.
Col tempo tutto si normalizza. L’animatore di zona e padre di Janela si sente umiliato e sconfitto. Janela si ristabilisce dalle botte e cura le due mogli. E’ felice, si sente un imperatore capace di tutto. Mwalapwa si rassegna, prende un’altra donna e attende che rientri la sua amata. Ana si ritrova incinta e porta in  casa grande gioia. Stranamente anche l’uomo ferito e abbandonato dalla moglie appare felice, non perché la donna che gli portarono via  é in attesa,   ma per   cos’altro che nessuno conosce. Janela si presenta ovunque raggiante come l’uomo forte che nessuno può sconfigge. E’ l’uomo che  conosce e ottiene ciò che vuole, dovesse anche ripudiare la sua fede.
Arrivano le doglie del parto e ad Ana si rivolge la domanda consueta, non perché ci sia alcuno che dubiti della paternità attribuita a Janela ma per rispettare le usanze: “Ana, chi è il padre della creatura?”. La donna si chiude in un silenzio misterioso, non parla, non si muove, guarda fissa il suo pancione che racchiude il segreto della sua vita. Le donne addette al parto la sollecitano più volte finché lei a parlare. Le chiariscono che la domanda non vuole essere offensiva ma è solo per rispettare la tradizione. Tutto sanno che il nascituro appartiene a Janela il quale, per gelosia o per paura, aveva proibito ad Ana di frequentare le case vicine o ricevere visite di uomini. Quando le donne presenti al parto parlavano lei diventava sempre più triste e paurosa. Il suo viso si bagna di sudore e di lacrime. Le donne sono smarrite e pian piano zittiscono.
Quando tutto è silenzio attorno,   tremante e rassegnata alla sorte malefica, Ana risponde: “Non lo so”. Le donne si guardano smarrite in faccia. Un mormorio si diffonde nella stanza. L’incaricata alle domande chiede: “Che significa non lo so?   Cosa dire a tuo marito? Tu devi dare una spiegazione a quanto hai detto”. La donna che vede davanti a sé la sua morte e quella del nascituro  non riesce più a parlare, si chiude nuovamente nel   silenzio e rimira il pancione. Nessuno immagina il dramma che nasconde quella donna. In fine, sollecitata dalle assistenti e votata ormai alla sorte, continua: “Non lo so perché durante la mia permanenza qui avevo dei rapporti non solo con Janela ma veniva anche Mwalapwa e Amisi e alcune volte si sono presentati Ramiro e  Waeka. Ecco perché non conosco la paternità della creatura”. Un dramma nel dramma  senza conosce quale sia il peggiore. Le due tragedie portano, inevitabilmente alla terza: l’eliminazione della donna con il bambino. Per grazia di Dio non c’è stata quest’ultima tragedia.
 Dopo le prime sfuriate, Janela decide di restituire all’antico marito la sua donna infedele con il bambino sano, forte e di bell’aspetto come tutti i bambini che si affacciano sulla terra. Tuttavia l’uomo forte non può apparire uno sconfitto davanti alla popolazione e nell’atto di consegna chiede a Mwalapwa il risarcimento danni: la restituzione dei soldi pagati per avere portato via la donna, l’affitto della casa per il periodo che  Ana ha dimorato nella sua abitazione, il vitto consumato dalla donna,  e quello che eventualmente avevano consumato gli uomini quando si servivano di Ana, il tutto con gli interessi. Inoltre Janela chiede il risarcimento per il disonore che la donna ha portato nella sua famiglia.  Potrebbe sembrare strano ma Janela ottiene tutto questo per scongiurare pericoli maggiori. Questa volta si è rispettata la vita: quella della madre e quella del bambino. Se negli intrighi degli adulti e nelle passioni incontrollate degli uomini  c’è una vittoria, questa volta è della vita, la vita nel suo scorrere e nel suo apparire.
La  disgraziata   si trova nuovamente come merce di scarto nelle mani di uomini senza scrupoli, desiderosi di seguire i propri istinti. Mwalapwa  è disorientato, non sa come fare. Lui è cristiano e non può  essere poligamo ma chi mandare via: Ana è la vera moglie, non lo ha mai disgustato, forse il bambino è suo. La seconda donna lo ha reso felice per l’ultimo periodo, mai ha ricevuto un rimprovero da  lei e già attende il suo bambino. Anche Ana ha dato un bel bambino che l’uomo può stringere fra le sue braccia. Sì, è vero che si può dubitare della sua paternità ma il bambino gli rassomiglia molto. All’uomo piacciono le due donne ma non gli piace la poligamia, è indeciso sul da farsi, nel frattempo rimandarla dalla mamma Ana. Non trascorre un mese e Mwalapwa ricompone la sua famiglia,  riceve in casa Ana e il figlio e riconsegna alla famiglia l’ultima donna.  Ana ha capito bene la lezione e mai più accetta un minimo accenno alla infedeltà coniugale, diventando anche furiosa se necessario.



lunedì 3 luglio 2017

La circoncisione....Bonito


Bonito è un ragazzo che vive nella missione da oltre un anno. E’ venuto al centro perché a casa non c’é di che mangiare. La carestia  ha iniziato a  raccogliere i suoi morti e ognuno si arrangia come può.  Non c’è chi   ruba perché da nessuna parte c’ é di che portar via. Bonito  vive con la zia materna, non perché manchino  la   madre o il padre ma perché fra i makwa vige la norma che i figli non rimangano  con i genitori ma vadano a crescere dai nonni o dai fratelli o da coloro che l’accolgono. Bonito   lascia la casa dei genitori all’età di quattro anni per andare a vivere con la nonna, poi  passa da un amico di famiglia e di seguito approda in casa della zia materna da dove   giunge con altri ragazzi alla missione. Qui  trova cibo, vestiti, acqua e, all’occorrenza, assistenza medica. La carestia obbliga molti ragazzi e bambini a rivolgersi alla missione per trovare salvezza. Le madri portano i figli piccolissimi. Non fanno discorsi né chiedono al missionario di accettarli, li lasciano semplicemente. Mentre si allontanano tutte le mamme hanno la stessa espressione: “Qui avranno di che mangiare”.
Questa volta  la siccità si   prolunga oltre ogni limite. I viveri scarseggiano e il  popolo si nutre di tutto, anche delle sementi conservate per la semina del nuovo anno.  La gente gira per le campagne e le strade alla ricerca di erbe da mangiare ma non trova nulla. Ora la carestia é passata e sono stati seppelliti i suoi morti.   La pioggia arriva in abbondanza, la gente  affida alla terra quelle pochissime sementi rimaste con la speranza  che il nuovo raccolto assicuri almeno la sopravvivenza. Alcuni ragazzi   rientrano alle loro famiglie o da altri amici. Liberi come gli uccelli del cielo quei bambini continuano la loro esistenza senza alcun obbligo con nessuno, sperando un pezzo di manioca, un sorriso, una voce amica. Bonito si  ferma con noi,  é di casa, non si allontana dalla missione. E’  presente con il suo corpo fragile, esile, con il volto che raramente abbozza un sorriso. E’ felice perché ha un rifugio sicuro. Per la sua timidezza spesso è deriso dai compagni non certo perché sono in miglior condizioni di lui ma perché più audaci e rissosi. Dai sui amici Bonito si fa scudo con il silenzio e si rifugia nel lavoro. Quando non ha una occupazione la chiede al responsabile. Nessuno lo vede bisticciare ma piuttosto seduto in un cantuccio a piangere senza mai lamentarsi. La sua presenza umile e silenziosa riempie lo studentato. Quando non é fra di loro, i compagni  lo cercano fino al suo rientro nel gruppo. Nella missione  é coccolato così come sanno fare i ragazzi, nella strada é difeso da loro e nessuno osa  deriderlo o, ancor meno, mettergli le mani addosso. All’occorrenza gli amici lo circondano pronti alla guerra per proteggerlo.
Bonito ormai  non è più un bambino e arriva il momento della circoncisione. Da bambino dovrà diventare adulto, dovrà imparare a vivere da adulto,  dovrà essere capace di assumersi la responsabilità delle proprie azioni, potrà discutere nelle assemblee. Un giorno di buon mattino si presenta nella missione  il capo della sua tribù per chiedere la disponibilità del ragazzo e unirlo agli amici del quartiere per il rito della circoncisione. Bonito si prepara e parte. I ragazzi dello studentato lo accompagnano  per un tratto di strada. Non ha in mano la canna e non ripete “lukhu, lukhu” (non circonciso, non circonciso) come si fa di norma.  Porta con sé una busta di plastica con dentro un paio di pantaloncini mai usati e una  nuova maglietta , una manioca, un panino e nient’altro.  E’ contento, saluta con la mano sollevata come se dovesse partire per  un viaggio lontano. Saluta a voce alta: “Salama, salama” (state bene, arrivederci a un altro giorno). Nessuno può immaginare che quello sia l’ultimo saluto che Bonito dà ai compagni e alla missione. Scompare fra gli steli dell’alta vegetazione, i compagni rientrano contenti fra i canti e i salti.
Durante il periodo della segregazione solo pochi possono visitare il luogo dove sono i ragazzi.  Il responsabile dello studentato è incaricato per andare a trovarlo e fare da tramite fra  la compagnia lasciata e il futuro uomo nuovo.  Bonito ha già subito il taglio dovuto dal santone tradizionale. Nonostante l’assenza dell’ infermiere abilitato all’operazione tutto sembra procedere bene.  Trascorrono tre mesi di segregazione, i ragazzi rientrano a casa rinnovati: sono uomini nuovi del popolo makwa. Anche Bonito rientra nella casa del capo tribù ma non sta bene, non si rimargina la ferita. I familiari tentano di curarlo con le medicine tradizionali senza alcun risultato. Il ragazzo non cammina, non si regge in piedi, non mangia, il volto è bianco come la neve, la ferita è purulenta. I familiari sono convinti che un feticcio potente abbia invaso il ragazzo. Chiedo di portarlo all’ospedale e ottengo un netto rifiuto.  Ritengono   inutile il trasloco perché il ragazzo è stato “tutto infeticciato” e non esistono cure per salvarlo. Bonito ha finito i suoi giorni e la sua salvezza è la tomba.
Passa ancora una settimana quando un tardo pomeriggio arriva la notizia: Bonito è morto.  Oramai è troppo tardi  per procedere ai funerali, si faranno la mattina seguente. Povero ragazzo vittima della tradizione. I compagni si raccolgono intorno al Padre missionario senza parole, nessuno si muove, pensano al saluto festoso della partenza. Per Bonito era un saluto inconsueto presago di qualcosa di grande. Quell’ “arrivederci a un altro giorno”, quella mano alzata non erano gesti quotidiani per lui e ora diventano misteriosi. Un profondo, triste silenzio scende nella missione.  Nessuno vorrebbe muoversi. Quella sera nessuno sente la necessità di giocare o di mangiare. Non c’è chi vuole cucinare. Tutti i compagni vogliono essere presenti alla cerimonia di addio per manifestare ai partecipanti il loro affetto per l’amico buono, silenzioso, laborioso. Al rito funebre sono presenti anche i compagni non circoncisi, cosa  inconsueta. Passa molto tempo prima di riprendere il normale ritmo di vita. Nel ricordo di Bonito alcuni ragazzi promettono di non farsi circoncidere. Di lui abbiamo una  foto che appendiamo in cappella, affidandolo al Signore e alla Madonna.





sabato 1 luglio 2017

Mariuccia


Guardando il crocifisso non trovo parole da esprimere, non ho vocaboli per spiegare. Mi afferra un senso d’ impotenza e di ammirazione, considerando la vita racchiusa in chi è crocifisso. Non conosco neppure io il perché non penso alla morte ma alla vita. Mi è davanti un corpo martoriato, grondante sangue, debole e medito sulla forza  vitale che esso esprime. Sofferenza, dolore e solitudine costringono il crocifisso a una morte lenta e disumana. Allo stesso tempo infonde in me serenità e pace, non odio o ribellione ma serenità e pace.
Tuttavia una domanda s’impone nel mio animo: Perché tutto questo? Qual’ è il fine di tanta lotta e contraddizione? La risposta la trovo solo nell’amore. L’amore alla vita libera da ogni contraddizione umana, libera da ogni ostacolo che possa inchiodare il crocifisso alle realtà della terra. Una libertà che porta la persona alla salvezza più pura in Dio che è amore, donazione, libertà, salvezza.
Un’altra risposta la trovo nella Bibbia in relazione al Servo Sofferente, il Servo di Dio.  Egli è colui che è fedele a Dio, gli ubbidisce e collabora ai suoi disegni. Con la sua obbedienza il Servo deve far sì che tutto il popolo sia fedele e obbediente al Signore. Pensiamo ai Patriarchi, a Mosè, a Davide e a quanti avevano un incarico particolare nel popolo eletto. Servitori di Dio in favore del popolo!
Io sentivo tutto questo quando incontravo Mariuccia. Una donna crocifissa, nata per la croce, nata e vissuta per amore, per trasformare la sofferenza in serenità e donazione. Non ricordo di averla mai conosciuta sana e allo stesso tempo non ricordo di averla mai incontrata infastidita o indisposta nell’accoglienza. Non nascondeva le difficoltà, non diminuiva i dolori ma li manifestava come fossero cose normali, come se non conoscesse un altro modo di vivere. Trovava sempre una parola per spiegare le difficoltà e scusare i limiti altrui.  Non infastidiva neppure il suo spirito critico proteso a capire più che a danneggiare.
Fin da fanciulla ha dovuto lottare con la tubercolosi, allora molto difficile da curare. Una breve pausa nel godersi la salute poi la preparazione al matrimonio, quindi nuovamente la malattia che non l’ha mai più lasciata.  Ha assaporato la crudeltà di una  patologia degenerativa, distruggendo pian piano nel suo corpo ogni movimento, non certo la sensibilità e la capacità di donazione   del suo supplizio al Signore. Per essere più conforme al crocifisso, insieme all’artrite deformante si aggiunge l’operazione a un tumore con le conseguenze che ne derivano. In questa donna tutto concorre a manifestare in modo sempre più evidente  l’umano e il divino, la fragilità e la potenza, la stoltezza umana e la sapienza divina. Vera serva sofferente scelta da Dio per una missione misteriosa e quanto mai fruttuosa di benedizioni divine.
Tutto ha donato al Signore: L’umile e serena accettazione della sua condizione di sofferente. Ricordo che in un incontro chiedeva a me e a se stessa: “Perché mi accadono tutte queste cose? Perché Dio permette nella mia persona tanto strazio? Forse non conosce la mia debolezza, forse ha sbagliato persona”. Al contrario era proprio la sua debolezza che,  nelle mani del Signore, diventava forza e coraggio. La sua debolezza dava speranza di vita in chi l’avvicinava, forza nell’accettare le proprie difficoltà. Ha offerto al suo Creatore e Salvatore lo strazio della malattia, il tormento nel non poter essere di aiuto alla famiglia come avrebbe desiderato. Amava di un amore incondizionato il marito, i figli, la famiglia: Per loro ha offerto tutta la sua esistenza. Credo sia questo atteggiamento sacrificale che l’ha sostenuta nel cammino difficile su questa terra e inserirla senza attesa nella visione beatifica di Dio. Con una certezza umana ieri nella camera ardente dell’ospedale di Sassari si ripeteva sommessamente: “Sembra una santa, se lei non è andata direttamente in paradiso questo non c’è”. La certezza umana non è dogma di fede ma rivela quella sensibilità che penetra i misteri di Dio alla quale l’uomo fa bene a porgere attenzione.Noi siamo propensi a cercare i santi in paradiso, e facciamo bene, ma non possiamo dimenticare che i santi si costruiscono sulla terra, vivono in mezzo a noi e quando arrivano in cielo sono già santi. Abituiamoci, quindi, a riconoscere la santità nelle persone che ci circondano,  nelle persone quotidiane.  
Un atteggiamento caro a Mariuccia era la preghiera. Una preghiera costante fatta di formule prima e di offerta poi. “Non mi riesce più a pregare”, diceva  negli ultimi anni della sua esistenza terrena, “spero che Dio accetti la mia sofferenza, mio marito, i miei figli, la mia famiglia, adesso non ho più  nient’altro da donare”. La sua condizione di sofferente, le gioie e i dispiaceri diventavano squisita preghiera, la sua stessa persona era ormai una preghiera vivente in espiazione dei mali dell’umanità.
Era diventata quel seme evangelico che, caduto nella terra dei dolori, della corruzione, della violenza, dell’odio, dell’indifferenza, delle divisioni, delle persecuzioni si dissolveva per una messe di salvezza e di pacificazione protesa verso l’eternità. Voglio dire al marito e ai figli, alla famiglia tutta, alla comunità   di essere orgogliosi di Mariuccia. Come non vi ha abbandonato in terra vi proteggerà in un abbraccio divino dal cielo, dove si trova in Dio. In vita era un esempio, in morte un rifugio. Ciao, Mariuccia!