sabato 6 gennaio 2018

I serpenti...esperienza diretta..


Tutta l’Africa è disseminata di serpenti di ogni misura e pericolosità. Ci sono serpenti piccoli che danno pochi minuti di vita alla preda che morde. Ci sono i serpenti di due o tre metri i quali   sono pericolosi non perché mordono ma perché avvolgono la preda e la stritolano. C’è anche un serpente verde innocuo lungo circa  trenta centimetri. Tutti si possono incontrare ovunque, per le strade, nei campi e all’interno di una abitazione. Preferiscono i luoghi bui, sotto le foglie e in mezzo ai rami. Strano ma vero, c’è qualche serpente che può mordere anche dopo morto e il suo morso è mortale. L’udito e la vista degli indigeni scorgono di lontano la presenza di esseri che si muovono in terra o sugli alberi.  Con una pietra o un bastone anche i  ragazzi riescono a difendersi bene. Sentiamo.
Nel pollaio
Si sente rumore inconsueto nel pollaio, le galline si ritirano spaventate in un angolo, poi silenzio. Passa qualche minuto ed è calma assoluta. Le guardie notturne si scaldano al fuoco acceso   per segnalare la presenza di qualcuno. Una guardia si alza improvvisamente e indica a distanza di alcuni metri qualcosa che striscia. Il cobra, lasciato il pollaio, si dirige  verso la campagna. Le guardie si alzano in piedi  e impugnano il machete e la lancia. L’animale aumenta la velocità ma è raggiunto da una lancia che si conficca nella testa, bloccandolo a terra.  La guardia si avvicina e assicura bene la lancia in terra per  fermare la preda, poi tutti si siedono vicino al fuoco. Il rettile è lungo due metri e ottanta centimetri ed è grosso abbastanza da ingoiare uno di loro senza alcuna difficoltà.  Con i primi bagliori della luce gli uomini controllano il bottino e osservano che il serpente, dimenandosi dalla stretta della lancia  si svincola dall’arma ma non riesce ad allontanarsi di molti metri. Nel preparare il serpente per la padella, questo tipo di serpente è combustibile, le guardie trovano nel suo interno una gallina ingoiata nel pollaio. Gli operai fortunati commentano ridendo: “Guardi, padre, forse aveva fretta o è stato disturbato, l’ha ingoiata  così come l’ha trovata: sporca e con le penne”.
Sui piedi
Sono seduto alla porta della cucina e scrivo con i fogli e un libro appoggiati su una sedia che mi fa da scrivania. Ai piedi porto le ciabatte facilmente accantonabili quando si è seduti. Mi esercito nella lettura e scrittura del portoghese che ancora porta molta fuliggine nella mia mente.  Isolato dal resto del mondo  odo solamente lo sbattere delle onde sugli scogli a pochi metri di distanza. Avvolto dalla solitudine dell’ambiente e immerso nella lettura, sento sui piedi un fresco fuori stagione e qualcosa che scorre. E’ un fresco gradevole per cui, impassibile,  permetto a ciò che dà sollievo faccia il suo corso.   Con la coda dell’occhio scorgo sulla mia sinistra   un serpente di circa  venticinque centimetri allontanarsi. Mi alzo per seguirlo mentre  striscia ma è già scomparso nella sterpaglia. La sensazione di fresco è piacevole così com’ è grande il pericolo corso. I ragazzi mi dicono che se mi avesse morsicato quel tipo di serpente mi avrebbe lasciato poche ore di vita. Ringraziamo la Madonna dello scampato pericolo.
Uscito dalla cunetta
Rientro da Nampula nel primo pomeriggio nella Land Rover Defender vecchio tipo. La macchina è forte, alta, stile camioncino. Viaggia con me un giovane indigeno che mi ha guidato nelle vie della città. La strada è sterrata ma abbastanza agevole, è l’unica via percorribile con il fuoristrada. Siamo sulla via Nampula – Corrane, quella che prosegue per Angoche. Nonostante sia un’ arteria stradale importante, nel 1995 non sono frequenti le macchine. Transitano soltanto i mezzi pubblici che collegano Nampula con Corrane e Liupo, poi Nampula Angoche. Passano pochissimi mezzi privati e pochi camion di ditte impegnate nella sistemazione della strada. Il silenzio degli automezzi favorisce  la libera circolazione dei pochi animali ancora esistenti.
Lasciata la città da una ventina di chilometri in lontananza vedo qualcosa come in un film. Qualcosa s’ innalza sul ciglio della strada. La macchina si avvicina e io vedo un serpente che si eleva dritto al di sopra dell’altezza della macchina mentre la parte terminale del corpo fa due cerchi concentrici nella cunetta. La testa un po’ schiacciata fa un giro all’intorno per osservare cosa lo circonda. Dalla bocca esce la lingua lunga che bagna velocemente le labbra, quasi pregustando il suo bocconcino prelibato, poi si vede il rettile, come una rigida canna, cadere in cunetta da dove era apparso. Istintivamente commento: “Che bello, peccato che sia durato poco tempo”.  Mi interrompe il mio compagno di viaggio: “Padre, può essere bello un serpente pericoloso?”
Dopo anni io lo osservo sempre davanti agli occhi, maestoso, bello, piacevole a vedersi e poco a giocare con esso.
In casa
Che la casa della missione sia sempre aperta a tutti è risaputo ma nessuno sogna di dare  accoglienza ad ospiti indesiderati senza uno specifico invito o un previo avviso.
Nella missione di Moma,  in provincia di Nampula vive da molti anni un giovane volontario spagnolo. Provvede da solo alle necessità più urgenti della popolazione in una zona molto grande e disagiata. Durante la guerra lavorava con un gruppo di missionari partiti subito dopo  il conflitto. Martinez, questo il nome del giovane, rimane sul campo e continua a lavorare. Benché sollecitato dalle autorità religiose garanti a lasciare la zona perché diventata pericolosa  per la sua solitudine, lui non si arrende. “Ho lavorato durante la guerra”, dice, “perché abbandonare ora che la guerra è finita?” Padre Mario, l’unico  sacerdote della missione,  incontra le comunità una volta all’anno per l’amministrazione dei sacramenti. Il missionario vive in una zona lontana inserito in un gruppo missionario.
 Visito Martinez con padre Mario. All’ingresso della missione si vede subito un serpente lungo più di tre metri, grosso, imbalsamato. E’ un monumento che domina tutta la stanza spaziosa. “Non aver paura, padre Ottavio”, mi rassicura il padrone di casa, indicandomi il rettile, “è morto e stecchito, mi fa compagnia. A me rappresenta la vittoria delle vittorie”. Ci sediamo su delle sedie di vimini intorno ad un tavolino anch’esso di vimini . Ci offre dell’acqua fresca e racconta: “E’ un pomeriggio,  mi riposo su quella sedia quando  sento   un rumore delicato ma strano alla porta. Non aspetto nessuna visita e non c’è in programma alcun incontro. Mi alzo e apro la porta. Entra strisciando un grosso serpente che si nasconde sotto il letto, lungo la parete. Salto per lo spavento e realizzo subito il pericolo. Il serpente in questione non è pericoloso quando morde ma, avvolgendosi alla preda la stritola.
 Con una mano afferro un bastone, con l’altra una fiaccola e lo affronto. Lottiamo, come si sul dire, corpo a corpo. Sudo in tutto il corpo non per il caldo afoso ma per la tensione. In un attimo sento i vestiti bagnati e attaccati alla pelle. Mi difendo con la fiaccola, col bastone tento di colpirlo alla testa. Esso si innalza e si butta a terra con velocità per cui è difficile colpirlo mortalmente. Nessuno mi può aiutare. Tento e ritento di colpirlo alla testa. Si muove  prontamente, spostandosi  in altezza e lateralmente. Quando apre  la bocca e la sua lingua esce e si ritira con una velocità incredibile. Il sangue si gela nelle mie vene. Sono stanco ma devo continuare la lotta, è questione di vita o di morte.
Se mi fermo finisco nella pancia del rettile e   sparisco dalla faccia della terra senza lasciare un segnale. Mi affido alla Madonna e al Signore. Come per incanto riacquisto vigore  e continuo la lotta. Anche il serpente da segni di stanchezza. Riesco a colpirlo alla testa e si ferma per un attimo. Approfitto e picchio ripetutamente sul capo finché lo schiaccio. Mi fermo e vado fuori a riposarmi. Chiudo la porta per non lasciar fuggire  il rettile. Ritorno dopo alcune ore e incontro il serpente non dove l’ho lasciato ma all’ interno della camera. Mentre prego guardo il serpente e ringrazio i miei protettori per avermi salvato. Vado nella cappella dove c’è il Santissimo, mi siedo in silenzio, non riesco a dire nulla ma penso alla lotta quale segno di ringraziamento”.
Mertinez mi guarda e ride e dice: “Reverendi padri, ora prepariamo il pranzo”. A Martinez un ringraziamento grande come la fatica quotidiana che sostiene per la testimonianza di fede e la dedizione incondizionata alla gente.




giovedì 21 dicembre 2017

"Grazie Padre!"


Negli anni di permanenza in missione noto che gli avvenimenti speciali  accadono la mattina presto quasi a scongiurare che si   confondano con  i fatti della giornata e perdano il loro prezioso valore. Tutti sanno che   viaggio spesso e mi alzo quando ancora regna il buio della notte. Chi mi vuole incontrare prima della partenza deve camminare di notte e attendere che apra la porta della canonica per salutare il nuovo giorno. Alle cinque smontano le guardie notturne e io sono  da loro per congedarle.  Una mattina  invernale nel  salutare quegli uomini stanchi e intirizziti dal freddo, gli stessi mi avvisano che sotto il mango poco lontano dall’abitazione,  aspettano da  tempo Olgisa e Nziko. Questi sono bagnati non dalla pioggia ma dalla rugiada notturna scesa abbondante per sostituire   l’acqua,  assente da molti mesi. E’ una rugiada benedetta da Dio per tenere sempre verdi i grossi alberi di mango e di cajù. Nel cielo la luna  è   piccola e dà spazio alla moltitudine di stelle che ricamano con mani di fata l’immenso spazio. L’aurora inizia a sostituire il chiarore della luna e delle stelle. Solo un Dio grande e immensamente buono può inventare simili bellezze. Questa mattina  lo splendore e l’immensità del firmamento custodiscono altra bellezza, altra delicatezza che  l’animo umano possiede.   E’ la luce e la delicatezza dell’amore che si fa attenzione e ricompensa.  
Nziko è un giovane sui vent’anni, di media statura, robusto, di bell’aspetto, non eccessivamente nero ma castano scuro. Olgisa Ha un comportamento signorile, non alto, sorridente con lo sguardo rivolto in basso come è consuetudine per le donne makwa, Non interviene nella discussione eccetto quando è sollecitata dal marito. Non interviene per rispetto del marito e del missionario ma anche perché non conosce il portoghese. Dal suo comportamento fa capire che conserva  nel cuore qualcosa di grande mista a una felicità che sprizza da tutti i pori. Sulle spalle porta il solito fagotto  con dentro l’ultima creatura che dorme ignara di tutto e sicura della protezione materna. Il primogenito ha quattro anni e  sta accanto al padre, stringendosi forte alle sue gambe.  La famiglia  viene da Muripa, un villaggio distante venti chilometri dal centro. Hanno camminato per diverse ore perché quelle strade  si percorrono solo a piedi o in bicicletta. Loro non hanno soldi per comprare il mezzo di trasporto e si servono del cavallo di san Francesco. Non possiedono proprio niente. La loro vita è ricca solo di amore, di rispetto, di fedeltà e di attenzione reciproca. Doti veramente rare in  un  ambiente che esce dal turbine della guerra. Non dico che non esistono amore, attenzione,  rispetto, fedeltà ma che non si trovano ovunque. La guerra  ha costruito un ambiente di diffidenza, di odio, di malavita. In quel periodo anche in famiglia ognuno doveva pensare a salvare prima se stesso, poi i congiunti.
I due al mio arrivo si alzano in piedi e mi salutano, lui in portoghese, lei in Makwa col saluto tipico del luogo: “ Moxelelya”, “koxelelya kahiki  nywo”, rispondo io, ( ha riposato bene? Io sì non so lei).  Insieme mi rivolgono il saluto riverenziale riservato alle persone di grande rispetto o a quelle vecchie: “Moscamolo”, “ah- ah”, rispondo io, (come sta?, sto bene). Senza attendere altri discorsi chiedo dove  sono diretti e se hanno molti bagagli. La mia domanda è giustificata perché è norma che la presenza mattutina di persone provenienti dai villaggi lontani è sempre per chiedere passaggi. Alle volte è l’intera famiglia  a   muoversi con fagotti e fagottini che da soli riempiono la macchina. Questa volta mi sono sbagliato, molto sbagliato così da rimanere confuso di tanta delicatezza che i due mi rivolgono. Ricordo di aver riscontrato in precedenza solo qualche altra volta una simile sensibilità.
“Padre, non chiediamo nulla per noi, da qui rientreremo a casa”, dice Nziko con una espressione soddisfatta, quasi contento perché il padre questa volta non ha indovinato il motivo della loro presenza. “Le chiediamo  di ascoltarci   per un solo minuto. Questo è un regalo per lei”. Mentre parla mi porge di lontano una gallina e la signora  alcune uova, e riprende: “La vogliamo ringraziare perché l’anno scorso  ha battezzato il nostro figlio e ha benedetto le nostre nozze.  Attendevamo quel giorno da molto tempo. Il catechista non ci ammetteva mai ai sacramenti perché mancavamo spesso alle lezioni. Lei ci ha  accettato  ugualmente, considerando  la nostra assidua presenza alle celebrazioni e perché abbiamo imparato a casa le preghiere. Le vogliamo dire che adesso conosciamo tutte le preghiere e alle volte recitiamo insieme la corona. La creatura accovacciata sulle spalle di mia moglie  è nata dopo il matrimonio religioso. Noi non  abbiamo dimenticato il regalo che lei ci ha  donato e oggi siamo venuti per ringraziarla: grazie, Padre.
 Potevamo venire prima ma non  avevamo nulla da offrirle e per questo abbiamo preferito attendere il momento giusto, inoltre mia moglie non poteva camminare molto”.  La donna slega il fagotto che porta sulle spalle annodato  sulla pancia. Mi mostra una creatura che dorme beatamente, dolce come la luna che sta per andarsene. Finalmente Olgisa mi guarda nel volto, mostrandomi lo splendore degli occhi incastonati in un viso ampio e lucente.  Come in un coro i due ripetono: “Koshukuru” (grazie). Io ringrazio loro e ricambio il dono con del sale,  una bottiglietta di olio e una busta di riso. Difficilmente il sale si  può comprare, l’olio non si trova affatto nella mensa della gente e il riso è per i giorni di festa.  Ricambiare il dono, secondo le proprie possibilità, è un  gesto che indica  apprezzamento dell’offerta ricevuta.
In un ambiente dove esistono solo doveri, dove per necessità o “per virtù”  la ruberia è di casa, incontrare una simile finezza convalida e incoraggia l’azione missionaria intrapresa e riempie di gioia il cuore.   






martedì 12 dicembre 2017

Giustizia sia fatta...


Nlaika è un ladro di professione, un residuo malavitoso della guerra con una sua banda conosciuta in tutta la regione. Non possiede armi per difendersi ma solo la scaltrezza unita alla velocità delle gambe. Il suo gruppo non è l’organizzazione peggiore ma quando in zona manca qualcosa ci si riferisce a lui in modo quasi sicuro.
Capita che muore un suo familiare e lui è accanto al defunto per ricevere la consolazione (le condoglianze) che il vicinato e i conoscenti porgono ai congiunti. Tutti sono meravigliati e contenti per la sua presenza. Forse  il giovane ha cambiato vita, pensano in molti. Termina il funerale, si rientra a casa e si trova l’abitazione del defunto ripulita di ogni cosa. Sono scomparsi gli abiti e i pochi soldi che il defunto aveva conservato, è scomparso anche Nlaika.
Un’altra volta sulle rive del fiume Mekupuri, vicino a Memba, si trova il cadavere di un giovane sconosciuto. Si rassomiglia a un ricercato. La gente pensa a uno dei tanti malavitosi che girano in cerca di cibo. La polizia non concorda con questa versione.  L’unico che potrebbe aiutare gli investigatori é Nlaika che per caso è presente nel villaggio. Lo si chiama per identificare la salma, pensando che il ritrovato faccia parte della sua banda. Il giovane si presenta, saluta l’amico disteso per terra, lo insulta perché non è riuscito a sopravvivere, (questo modo di fare rientra nell’ antica tradizione locale), lo spoglia degli stracci che porta addosso per essere sicuro della  persona, lo riveste, rivela la sua identità e va via. Tutto avviene alla luce del sole con la sorveglianza dei poliziotti.  Si dilegua Nlaika e appare Adelino, uno sconosciuto alla ricerca del suo amico scomparso da oltre dieci giorni. Lo cerca perché gli ha portato via i suoi risparmi. Adelino vede la ressa della gente, si avvicina e riconosce nel giovane disteso a terra il suo mico. Saluta il cadavere e cerca i suoi risparmi ma non trova nulla di quanto cerca. Adelino si allontana, esigendo dai poliziotti il suo denaro. I militi ordinano di sotterrare il cadavere da qualche parte e iniziano la ricerca di Nlaika.   Questi non ha mai  conosciuto il malcapitato e al momento dell’identificazione inventa tutto. Sugli agenti cade un velo di tristezza e si dubita della identità rivelata dai due. Nel frattempo Nlaika  si è volatilizzato, lasciando detto che se la polizia  vuole il bottino deve cercarlo nelle sue mutande, non nella persona del defunto.
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Spesso siamo propensi a pensare che nella vita di un disgraziato che non conosce altro se non vendetta e furto, ci possa essere spazio per un briciolo di pietà. Nella nostra mente rimane lontano l’idea che il suo cuore sia capace di atti di benevolenza. Alle volte non è così.  Scopriamo allora che anche il cuore più indurito nasconde, nei remoti meandri, la possibilità di tenerezza e di misericordia.
A Nacala Porto, distante da Memba ottanta chilometri,  è rapinato un corriere di una grossa azienda. Subito viene dato l’allarme e si iniziano le ricerche della banda  teppista senza risultato. Come sempre si pensa a Nlaika.  L’indagine non dà nessun esito positivo.  Nei villaggi vicini non c’è traccia del ricercato. Dopo lunghe e accurate ricerche si pensa di applicare una norma giuridica in vigore nell’ agire comune della polizia: Arrestare i parenti  del presunto colpevole finché questo non si consegna spontaneamente. La polizia locale si presenta, dunque, in casa della povera mamma di Nlaika e, non avendo trovato il ricercato nella sua abitazione,  la portano in prigione.  Gli agenti vanno anche in casa di Ancha, cugina del “buon” fuorilegge. Buono perché oltre il furto e qualche avventura amorosa per sedare il proprio istinto non  é capace di fare altro. Gli uomini al servizio della legalità, sicuri di incontrare   nell’abitazione il fuggiasco, pretendono di  controllare la casa senza  un mandato di perquisizione. Ancha non è una donna facilmente malleabile o timorosa. Lei non ha niente a che fare con il cugino, è sicura di non proteggere nessun ricercato. Inoltre vuole difendere le sue cose e i suoi figli da quegli uomini senza scrupoli vestiti di autorità. La  signora si appella   alla  tradizione secondo la quale una donna gravida o che allatta la propria creatura non può essere toccata da nessun uomo. Forte della tradizione la signora si mette all’ingresso dell’abitazione allattando il figlio di due mesi e si rifiuta categoricamente di far perquisire la casa. 
“Il padrone di casa è assente”, dice Ancha, “io non ho nessuna autorizzazione  per far entrare  nell’abitazione alcuna persona, dentro non ci sono ricercati, voi non entrate”. Con fare altezzoso gli agenti rispondono: “Noi abbiamo l’autorità di cercare nelle case il  latitante, siamo sicuri che Nlaika è protetto da te. E’ per questo che ti opponi alla perquisizione”. “Mi sento offesa quando dite che proteggo i delinquenti. Io e mio marito abbiamo sempre vissuto del nostro lavoro e non siamo mai venuti nelle vostre case a mendicare. Siamo persone oneste e voi non entrate in questa casa per nessun motivo”, replica  Ancha. “Se non ci fai entrare ti mettiamo in prigione”, continuano i poliziotti. “Vista la vostra prepotenza entrate, se avete il coraggio, tuttavia ricordate che il padrone di casa è assente”, insiste la  signora. Mentre parla, lascia libera la porta. La donna in questione è anche capo tribù e quindi un’autorità morale. Gli agenti si guardano in volto, sono meravigliati per la sfida rivolta  da Ancha. Pensano a eventuali feticci e hanno paura, tuttavia non possono arrendersi e dichiararsi sconfitti. “Noi non entriamo in casa ma tu e i tuoi figli verrete con noi in prigione”.  Ancha non si oppone, chiude la porta, prende i suoi due figli, mette in mano al figlioletto più grande una manciata di arachidi, si sistema bene sulle spalle il figlio più piccolo. Avvisa la vicina di casa dell’accaduto e raccomanda d’informare il marito quando rientrerà dal lavoro. La coraggiosa signora si avvia alla prigione scortata dalla polizia.  In prigione trova anche la madre di Nlaika.  Al contrario, il latitante non si trova da nessuna parte e  i parenti rimarranno in prigione fino a che il malvivente non si farà vivo. Arriva la sera, il comandante  considera la situazione della giovane donna e dei figli e li rilascia in libertà. In carcere rimane la vecchia madre del fuggiasco.   Il giovane viene informato   della carcerazione della madre per sconta la sua pena. Subito si costituirsi. “Non è bene che mia madre sia prigioniera per colpa mia, gli altri si, mia madre no”, dice il malvivente che riscopre per un po’ di tempo la pietà e la debolezza del cuore.





sabato 9 dicembre 2017

La convivenza tra Religioni


Sono tante le moschee presenti nel territorio della missione di Kavà, molte di più che le cappelle cristiane. I musulmani ferventi s’ incontrano a pregare  cinque volte al giorno e ogni venerdì quale giorno da santificare. Chi non può andare nella moschea prega dove s’ incontra, in ginocchio con la faccia che tocca la terra. Quando sono i fedeli sono numerosi  si mettono uno accanto all’altro ben squadrati. Osservano rigorosamente il digiuno e   girano con la loro corona, ripetendo in continuazione “Alláh è grande, Alláh è forte, Alláh è potente….”. Nella recita di questa preghiera si nominano gli attributi convenienti alla divinità. Ci sono  i musulmani meno ferventi che si presentano alla preghiera quando ne hanno voglia o quando gli impegni di lavoro lo permettono. Ci sono pure quelli ai quali la religione non importa nulla e vivono senza niente praticare.  Gli ultimi forse sono i più numerosi. Anche per loro la sopravvivenza  prevale sulla pratica religiosa.
Non è raro riscontrare questo ultimo atteggiamento persino negli Iman (i capi delle comunità musulmane). Ricordo un mio falegname, iman della comunità di Mirepane, il quale non è mai stato visto  pregare o fermarsi nelle ore della preghiera. Di venerdì mai mi ha chiesto di andare nella vicina moschea per l’orazione comune. Lo stesso si dica per i musulmani e i loro capi che lavorano nei miei campi durante la preparazione della terra per la semina o durante il raccolto. Lavorano insieme ai cristiani e agli animisti senza alcun problema, pensando solo a ricevere il salario.  Sono uguali l’impegno e la moralità nel lavoro anzi,  ricordo dei casi in cui ad istigare e a organizzare il furto durante il lavoro sono stati proprio i cristiani e non i musulmani. Insomma, davanti alla difficoltà di salvarsi tutti siamo uguali poiché la sofferenza e la vita sono di tutte le religioni.
Fra gli amici più fidati incontrati al mio arrivo in parrocchia sono  un cristiano e il suo amico musulmano. Spesso  sono accusato dai cristiani, mai dai musulmani. Nei grandi negozi di Nacala sono sempre i musulmani a darmi subito fiducia, i cristiani  rimangono distanti e alle volte ostili. Dei tanti giovani dello studentato solo alla fine del corso si sa chi  é cristiano o musulmano poiché tutti  rispettano le regole allo stesso modo e frequentano le cerimonie cristiane dello studentato. E’ il caso di  Josè il quale, alla fine dei tre anni di permanenza nel gruppo, chiede il battesimo, assicurandomi che la famiglia è contenta della decisione. Mai aveva lasciato trapelare il dubbio che non fosse di famiglia cristiana.  Diversa storia ha Mario il quale passa da responsabile dei giovani cristiani alla pratica islamica a causa della seconda moglie musulmana. Considerata l’esperienza precedente, e per legarlo ancora di più al nuovo ambiente,  l’iman confida subito  a Mario   la direzione dei giovani musulmani.
Nella pratica della poligamia si annulla la religione e nel matrimonio si passa da una religione all’altra molto facilmente. Jacob è figlio di convertiti, è educato   nella  famiglia impegnata al completo nella comunità e nella parrocchia.            Trascorre il periodo degli studi nello studentato della missione. Con allegria e attenta preparazione contrae matrimonio cristiano con una giovane anch’essa cristiana. Dopo alcuni anni di serena di vita matrimoniale diventa poligamo. Prendendo come seconda moglie una musulmana,  Jacob  abbandona la chiesa cattolica e passa alla moschea. La prima moglie accetta la situazione ma continua a praticare la sua fede cristiana. Virgilio è un giovane cristiano, si sposa con una musulmana convertita. Per la sua conversione  é felice la famiglia musulmana. Alla cerimonia religiosa è presente tutta la tribù, alcuni ai margini dell’assemblea altri partecipando attivamente.




venerdì 8 dicembre 2017

Preghiera dei genitori

O Padre amoroso
i nostri figli non sono i nostri figli,
sono figli e figlie della vita.
Nascono per mezzo di noi ma non da noi. simili a noi,
Sono i tuoi.

Dimorano con noi e tuttavia non ci appartengono.
Possiamo dare loro il nostro amore ma non le nostre idee,
perchè essi hanno le loro.

Possiamo dare una casa al loro corpo
ma non alla loro anima,
perchè la loro anima abita la casa dell'avvenire
che noi non possiamo visitare
nemmeno nei nostri sogni.
Possiamo sforzarci di tenere il  loro passo
ma non pretendiamo di renderli simili a noi,
perchè la vita non torna indietro
nè può fermarsi a ieri.

Noi siamo l'arco dal quale, come frecce vive,
i nostri figli saranno lanciati nell'avvenire:
Permetti, o Padre,
che l'inclinazione della nostra mano di arciere
sia diretta verso Te e loro arrivino a Te,
dimorino in Te. Amen



giovedì 30 novembre 2017

natale 2016 Santa Maria Coghinas

Il Natale in "Cuzina"

Buongiorno a tutti.
Oggi è il primo giorno di Dicembre il mese del Natale.
Propongo il messaggio natalizio vissuto dagli abitanti di Santa Maria Coghinas lo scorso anno.
Santa Maria Coghinas detto in gallurese "Cuzina" è un piccolo paese di 1400 anime.
Tra morbide colline nella "Bassa valle del fiume Coghinas, nord Sardegna, è sito tra Valledoria e Viddalba.
Auguri di pace e serenità




https://youtu.be/w8g0_lH68gs

Per la morte di un amico


La morte di una persona cara è sempre un trauma. In chi rimane su questa terra essa segna un altro stile di vita: Si lasciano delle abitudini per prenderne altri, si innestano ricordi benevoli e, alle volte, rimorsi dolorosi. Il vuoto lasciato da chi parte non si può colmare perché non si sente più la voce, mancano le lamentele o gli apprezzamenti per i servizi prestati.  Si prestano ad altri le attenzioni  che prima si prodigavano a chi non è più. Nessuno può sostituire la persona cara. Eppure quella persona è viva, la si sente accanto, si parla con lei, a lei si chiedono consigli, si sente la risposta, ancora si lavora insieme. Tutto avviene in modo differente, misterioso ma reale nel cuore e nell’anima.
Ora  accompagniamo il nostro fratello all’estrema dimora. Lui entra a far parte delle persone che godono la salvezza assicurata da Cristo morto e risorto.  
Confortato dal vangelo di oggi che ci assicura che le forze del male non prevarranno mi è caro pensare il fratello nella gloria di Dio, assicurata a tutti coloro che si affidano a Lui.
Non mi è difficile vedere la vita di zio Pietrino in quella di Giobbe.
 Questo era un personaggio biblico facoltoso, buono, attento alla famiglia e ai sudditi. Va in fallimento, perde tutto, anche la salute. Il suo corpo si copre di piaghe e tutti lo invitano a maledire il suo Dio che ha permesso una simile situazione.  Al contrario Giobbe  risponde: Oh, se le mie parole si scrivessero! Se s’ imprimessero sulla roccia con stilo di ferro e con piombo! Io so che il mio redentore è vivo e che ultimo si ergerà sulla polvere. Quando il mio corpo si sarà disfatto con questi miei occhi io, io stesso Lo vedrò. Giobbe va oltre il momento penoso che vive, considera le sue sofferenze non fine a se stesse ma in relazione della vita che troverà in Dio dopo l’esperienza dell’annullamento del corpo. Giobbe vive nel desiderio l’esperienza della morte e della resurrezione. Quanto detto da Giobbe si realizzerà in ciascuno di noi con la potenza del Cristo morto e risorto.
 Se non avessimo questa certezza a che servirebbe la lotta della vita del nostro fratello che accompagniamo all’estrema dimora? Quale ricompensa per una esistenza spesa per la famiglia, nel portare avanti una famiglia di nove figli dei quali otto vivi? Nell’educarli al lavoro, all’unità, al servizio e generosità fino ad assicurare una dimora a ciascuno? Quale ricompensa per il sudore versato nell’attività costante e lungimirante della sua vita? A che servirebbe ora l’amore, la fedeltà, la dedizione alla moglie per i lunghi e duri anni trascorsi insieme?   Dove è finita l’amicizia con  i colleghi di lavoro? Quale  frutto ha potuto cogliere dalle gioie e dalle fatiche di una vita se gli ultimi anni li ha trascorsi nell’incoscienza e alla mercé di tutti? Certo, riceveva amore, attenzione, servizio costante ma lui non ne era consapevole.
Per chi guarda solo alla terra e non solleva lo sguardo al cielo, oltre il travaglio delle sofferenze tutto si risolve in un autentico fallimento. Per i cristiani, al contrario, è il prezzo di una eternità beata. Per noi grida ancora Giobbe che ricorda: Il mio Redentore è vivo e  ultimo si ergerà sulla polvere (la polvere dei nostri corpi e delle realtà  terrene). Dopo che questa mia pelle sarà distrutta, senza la mia carne  vedrò Dio, io stesso, i miei occhi lo contempleranno così come è. Qui sulla terra paghiamo un prezzo altissimo perché la ricompensa che ci aspetta è infinita, eterna.



giovedì 16 novembre 2017

Poesia...Un mattino


...un mattino,
quando la natura
dorme ancora,
me ne andrò...
...in silenzio...

Il mio cuore
avrà la stessa emozione
di quando arrivò
in questa Terra,
ove uccellini
attendono
la Primavera.

...Un mattino me ne andrò
in silenzio...
portandomi un carico
d'amore

Pier Carlo Acciaro
Memba 10 nov. 1999


L'elezione dell'anziano di Napako

Elezione dell’anziano  di Napako      
Napako è una piccola comunità cristiana sulla strada Kavà – Alua. L’anziano della comunità è un vecchietto del tempo coloniale che governa con  il terrore dei feticci (malocchio). Tutti hanno paura di lui. Ciò che lui  decide è legge e non accetta alcuna interpretazione a ciò che dice. I paurosi gli ubbidiscono, alcuni si allontanano, i musulmani e gli animisti non si avvicinano alla cappella per timore. Tutti sono stanchi della sua presenza. Vorrebbero cambiare ma come dirlo al Padre poiché l’anziano gli sta sempre al calcagno?   Ci sarebbe uno col quale sostituirlo ma questi non accetta, sempre per paura. Ci sarebbe un’ alternativa: affidare a Càssimo,  animatore di zona, anche l’incarico di anziano. La comunità non lo ritiene opportuno perché si accumulerebbe troppo potere nelle mani di uno solo. Accanto a lui c’è anche la moglie  chiacchierona e autoritaria. Arriva il momento propizio e il missionario convince il vecchio responsabile a lasciare l’incarico.  Prima di licenziarsi l’anziano indica  il suo successore nella persona di Swardi Mulakya e lo presenta all’assemblea come già eletto.  I fedeli, pur con la paura di una reazione pericolosa dell’anziano rinunciatario, non si sentono vincolati  e scelgono un altro con voto segreto alla presenza del missionario. Viene eletto Ramiro Loja, il catechista della terza tappa, è il catechista che prepara all’ammissione ai sacramenti. L’assemblea si mostra finalmente libera, confidando nella forza e nella libertà del missionario.
L’eletto inizia a tremare, è smarrito, vorrebbe rifiutare, diviene immobile, il suo sguardo passa dall’altare al missionario e poi fissa un punto sul pavimento. Confesserà più tardi che in quel momento desiderava sprofondarsi nella terra e non vedere più nessuno.  La cerimonia di insediamento  prevede  che l’anziano    uscente e il nuovo eletto siano seduti uno alla destra e l’altro alla sinistra del  celebrante. E’ impressione di tutti che l’eletto sia afferrato dal tormento dell’ufficio da svolgere all’altare e dalla paura di dover morire a causa del suo predecessore. La forza del padre che l’avrebbe protetto  non lo rasserenava. Il missionario chiede il consenso a Ramiro   per procedere all’investitura e lui non risponde. Il volto dell’eletto diventa lucido per la paura, il suo sguardo assente è rivolto alla terra, ora fisso su un punto ora rivolto verso la porta. Sembra sentirsi male. L’animatore di zona lo incoraggia e ricorda che anche lui era stato minacciato di morte quando  l’avevano eletto alla carica zonale, ma sono passati più di venti anni e ancora è vivo. Poi dice: “Non preoccuparti, la comunità è con te, non avere paura di nessuno”. Il missionario sospende l’incontro e incarica  Càssimo di sostituire l’ eletto per un mese.    
Alla scadenza del mese il missionario è nuovamente  nella comunità per la presa di possesso del nuovo anziano. E’ presente tutta la comunità eccetto l’anziano decaduto. Questo, insieme alla sua famiglia e alla famiglia di Swardi Mulakya, cambia zona e non fa più ritorno in paese. In seguito si  saprà che, appena superato il confine della missione, senza avvisare alcuna autorità, ha fondato un’altra comunità con i parenti e gli amici. Questo è un atteggiamento tipico di chi perde il potere nel proprio ambiente e non spera di ricuperarlo. Tutto volge al meglio, eccetto per Ramiro che è sempre incerto e pauroso, anzi più incerto e pauroso di prima. Occorre un colloquio a tre: il missionario, il responsabile di zona e l’eletto. Il nuovo eletto presenta le sue difficoltà  che vengono subito risolte dall’autorità dell’animatore di zona. Approfittando dell’assenza momentanea dell’animatore di zona, Ramiro mi confida che l’ostacolo maggiore è proprio  lui, Càssimo,  poiché ora si sente defraudato del posto di anziano. Capisco che occorre un mio discorso rassicurante Ramiro e che metta paura nell’animatore.
Alla presenza dei due e dell’animatore parrocchiale inizio il  “trattamento” contro il malocchio. Naturalmente è una cerimonia inventata sul momento perché l’unico rimedio a questa malattia mortale è l’autoconvinzione che non esiste il malocchio. Controllando le reazioni dei tre, li faccio sedere  davanti a me e prendo nelle mie mani la mano destra dell’anziano, la stringo forte in modo che lui senta bene la presa. Raccomando ai tre di pensare solo a ciò che accade tra noi, allontanando ogni altra preoccupazione o desiderio. Guardo fisso gli occhi di Ramiro e invito i tre a guardare solo i miei occhi e a pensare solo a me. Ecco il discorso che si rivela  persuasivo ed efficace, almeno per un lungo periodo:
 “Conoscete l’importanza del momento.  Siamo qui per allontanare da noi e dalla comunità cristiana ogni tipo di maleficio. Sapete  che al bianco e al missionario non attaccano i feticci né alcun’’altra forma di maledizione. Come vedete ora sta davanti a voi un bianco che è missionario e porta in sé ogni forma di difesa per lui e per coloro i quali lavorano con lui. Voi avete lavorato da sempre con il missionario, avete piena fiducia nel Signore Gesù, che ha vinto la morte e il male. Niente è impossibile a chi vince la morte. L’unico rimedio per  superare il male è la preghiera  fiduciosa in Gesù e nella Madonna. Se noi abbiamo paura, questa ci toglierà le forze, ci obbligherà a pensare solo alla  situazione personale e ci distruggerà. Chi pensa di essere preso dal feticcio si ammala pensando ad esso, non mangia più, non vuole guarire, muore di disperazione e di stenti. Al contrario chi non crede in esso non è soggetto alla paura e vive bene, lascia  che gli altri si divertano con i propri malefici e mette la sua vita nelle mani di chi ha vinto la morte. Ora guardate bene, Ramiro ha la sua mano nelle mie mani, esiste una continuità fra la sua persona e la mia persona, io prendo sulla mia persona tutti i malefici che scendono su Ramiro, niente potrà fare del male a lui o alla sua famiglia. I malefici afferrano prima la testa poi il resto del corpo.   Ramiro, ascolta bene quanto sto per dire: “ Se qualcuno vorrà farti del male tu rispondi che è libero di fare ciò che vuole, il suo operato non si ferma sulla tua persona ma passa alla persona del Padre,  L’operatore di malefici risponderà  a me e non a te. Quel tizio avrà ciò che merita”.

Dopo  la catechesi l’eletto si rasserena e possiamo procedere  alla presa di possesso con grande allegria dell’assemblea.  Questa non sembra per niente infastidita per l’attesa prolungata dovuta al colloquio, anzi mostra soddisfazione per la conclusione raggiunta.  Il missionario inizia la celebrazione eucaristica,  accompagnato dall’animatore di zona, dall’animatore parrocchiale e dal nuovo eletto.  Il nuovo anziano rivestito delle vesti proprie, si mostra padrone della  cerimonia. Ora anche Napako può andare avanti spedita con  il responsabile  di sua fiducia senza alcun intralcio per la presenza di Swardi Mulakya e il suo amico.


giovedì 9 novembre 2017

Anche le scimmie piangono...

Anche le scimmie piangono
Nei racconti di un vecchio missionario ce ne sono   alcuni particolarmente significativi che meritano di essere ricordati. Padre Pio Santo Canova ricorda così gli inizi del suo ministero nella zona di Lurio.
“Nella zona di Lurio  vengo col gruppo missionario per  conoscere le terre al fine di  fondare una missione.  Al mio arrivo tutta la  vastissima zona é un’unica foresta interrotta da ampie savane abitate da molte specie di animali.  Vivono indisturbati, i palapala, le gazzelle e molti tipi di maiali selvatici. Non mancano  i  leoni,  gli elefanti, le scimmie, i leopardi. Sono tutti animali che scendono nei piccoli  villaggi alla ricerca di cibo. Quando gli animali non hanno fame o non sono disturbati la gente convive con essi quasi serenamente. Noi missionari  siamo anche provetti cacciatori perciò   la carne non manca mai nella mensa della missione. Gli animali preferiti sono le gazzelle, i palapala e, in mancanza di questi si cacciano anche le scimmie, più numerose e più facili da rintracciare.  
Appena arrivati sul posto prescelto per impiantare la missione si costruisce una cappella, un centro sanitario, un centro di alfabetizzazione per ragazzi e ragazze,  le abitazioni del personale missionario e degli operatori. Per realizzare tutto questo occorre molto tempo. Non ovunque arriva il fuoristrada per cui il materiale si deve trasportare spesso a piedi e sulla testa per molti chilometri. In compenso    abbiamo a disposizione tutto il tempo necessario. Sembra che gli anni e i secoli ci appartengano.
Fiumane di persone si accalcano nel centro sanitario con ogni forma di malattie. Spesso sono persone con lo stomaco vuoto da molto tempo. Il centro di alfabetizzazione ospita in modo permanente  cinquanta ragazzi e  alcune ragazze, altri arrivano a piedi dai centri più vicini.  Dobbiamo sudare  parecchio per aprire la scuola poiché il saper leggere e scrivere non  offre  subito da mangiare e i familiari devono lavorare inutilmente, aspettando i benefici  della istruzione. Una particolare avversione si riscontra per le ragazze, nate per dare un’ abbondante discendenza alla tribù. Per far questo non occorre saper leggere e scrivere, inoltre nel periodo dello studio si perde tempo e si acquistano brutte abitudini. In realtà l’istruzione delle ragazze rallenta lo sviluppo della tribù. Nella situazione descritta il mio compito é quello di evangelizzare mente e anima, oltre ad assicurare il cibo quotidiano”. Mentre racconta, padre Canova sembra rivivere quei momenti., orgoglioso delle sue imprese.  “Una volta mi sono dovuto assentare per una settimana”, continua il missionario, “ nel frattempo la dispensa si é svuotata.     Non c’è  tempo per andare a caccia di gazzelle o di palapala per assicurare il pranzo. La preoccupazione delle suore addette alla cucina diventa la mia preoccupazione: cosa dare   per sfamare  una marea di gente? Io non ho ancora imparato a moltiplicare né pane e neppure i pesci. Prego ugualmente il Signore dei miracoli e come i discepoli presento la mia disponibilità.  Si deve trovare qualcosa d’ immediato.  Ricordo che non lontano da casa si rifugia sugli alberi una famiglia di scimmie. Senza perdere tempo, prendo il fucile e mi dirigo verso l’albero, prima che gli animali  vadano altrove. Accoccolata sui rami  c’é ancora ben visibile tutto il branco. Sparo alcuni colpi. Due scimmie cadono per terra, alcune fuggono. La madre, un grosso esemplare da far paura, scende dalla chioma dell’albero, si mette accanto ad una delle sue creature senza vita e osserva la sua prole. Istintivamente  mi viene da sparare anche a  essa ma subito mi trattengo.  La preda caduta è sufficiente per quel giorno e sto a osservare cosa avrebbe fatto la madre.  Con il fucile in mano pronto allo sparo, immobile assisto ad una scena unica, mai vista prima né dopo. Quella grossa mamma prende fra le braccia una delle due scimmie morte e solennemente la solleva in alto. I suoi occhi lasciano scorrere abbondanti lacrime.  Con passo lento si  dirige verso la mia postazione e, senza troppo avvicinarsi, la depose ai miei piedi.

Non é fuggita, non ha potuto difendere la prole e ora consegna all’uomo crudele il suo  terribile dolore. Presenta la sua sconfitta al vincitore, sconfitto anche lui dall’istinto materno di una scimmia. Poi quella mamma si allontana velocemente  in direzione delle altre scimmie sopravvissute. Io mi ritrovo solo con il mio fucile in mano.  Osservo la preda.  Sono indeciso se portarla a casa o darle degna sepoltura. Pur nello smarrimento raccolgo gli animali e li consegno ai ragazzi.  Per tutto quel giorno non riesco a mangiare, non parlo con nessuno per non infastidire qualcuno. I ragazzi, ignari di tutto, mangiano in abbondanza. Quella scena materna è scolpita nella mia mente. Sembra che le lacrime della madre scimmia   bagnino il mio volto e, senza niente asciugare, passo le  mie mani sulle guancie e negli occhi. Il dolore della madre é diventato il mio dolore. Mai più avrò il coraggio di cacciare una scimmia.



mercoledì 8 novembre 2017

"Formiche carnivore"

Formiche carnivore
Si ritiene che le formiche siano fra gli esseri viventi più numerosi. Si trovano ovunque, in qualunque periodo dell’anno e a qualunque latitudine del globo. Qualcuno stima che ci siano due milioni di formiche per ogni essere umano. Ce ne sono piccolissime e di una certa grandezza. Esse si nutrono di tutto: dall’erba alla carne. Ci sono formiche che viaggiano alla luce altre che escono dalle tane al buio, altre ancora lasciano le loro caverne alle prime piogge e muoiono subito dopo. Possiamo dire che ce ne sono per tutti i gusti, anche commestibili, chi se ne ciba  afferma che sono squisite.
Le formiche carnivore sono belle al vedersi e interessanti a studiarsi ma pericolose quando aggrediscono. Rimedi molto efficaci per difendersi da questi insetti sono il fuoco e il petrolio. Nessuno pensi che ci si possa difendere facilmente da questo tipo di insetti  quando non si hanno pronti simili rimedi. Ho visto persone correre, saltare e dimenarsi mentre cercavano le formiche nel proprio corpo e nei vestiti, dopo essere state aggredite.  Escono a milioni in colonna al buio alla ricerca di cibo. Dove trovano una preda, si riversano immediatamente su di essa e in poco tempo la divorano.  Davanti allo studentato in una notte é scarnificato un gattino    nato da poco tempo. Il malcapitato non è riuscito a fuggire. Un’altra volta è   un coniglio che,  intrappolato nella sua gabbia, viene scarnificato . Fanno impazzire grossi e pericolosi animali quando si annidano nelle orecchie, nelle narici o in altri parti delicati del corpo.
 Distrattamente Johana, ospite nella missione, durante una passeggiata al chiarore di luna, calpesta una colonna di formiche carnivore.  Immediatamente sente un formicolio in tutto il corpo, si dimena cercando di liberarsi ma non riesce e si adira con me perché non l’ho avvisata in tempo di un simile pericolo. Promette che non sarebbe più venuta in questo posto maledetto. Io rido e lei si dimena ancora di più. Corre per raggiungere l’abitazione e cambiare i vestiti. Solo in quel momento l’ospite riesce a ridere e scherzare,  all’oscuro  di quanto le sarebbe accaduto durante la notte.
Quella stessa notte, infatti, Johana e Selene, sua compagna di avventura, mi svegliano disperate. Non sanno cosa fare e dove andare. Non ridono e non gridano, sono smarrite per lo spettacolo che le circonda. Le formiche hanno invaso la loro stanza, il corridoio, la sala e la cucina. Iniziano ad entrare anche nella mia stanza ubicata in fondo al corridoio. Le ospiti promettono di andarsene lontano e non ritornare mai più in questo posto  dimenticato da tutti, abitato solo dai mali di questo mondo. Come di norma si adirano con me perché mi vedono calmo e sereno e iniziano a parlare a voce alta, poi a gridare. In cucina le formiche  hanno occupato i cestini e i recipienti dove si conservano i cibi,  hanno  riempito lo scarico del lavabo e il rubinetto dell’acqua. Da  qui pende un gigantesco grappolo di formiche. Si presenta  uno spettacolo meraviglioso quanto pericoloso. Bisogna  resistere ai morsi spietati che le formiche offrono in abbondanza e iniziare a porre rimedio.  Accorrono gli ospiti che dormono in una casa vicina, spaventati per il chiasso che si  è creato. Qualcuno fotografa tutto.  Io col petrolio del  lucerniere faccio un corridoio in mezzo alle formiche  in direzione del ripostiglio dove conservo un bidoncino quasi pieno di petrolio. Il prezioso liquido è sparso in tutta l’abitazione. Si costeggia il muro all’esterno fino alle tane degli insetti. Le ospiti mi seguono con paura per controllare che venga  eliminata anche la più piccola delle formiche. Gli ospiti fotografano tutti i movimenti.
Mentre compio l’operazione di  liberare l’ambiente, mi chiedo il perché di tutto  lo sterminio. In fondo quelle formiche vogliono solo vivere, cercano il loro cibo, non disturbano nessuno se non  sono prima infastidite. Perché noi dobbiamo vivere e loro no?   Mi  ricordo l’osservazione di un bambino che mi vede  ai piedi di  un grosso albero di mango uccidere  una colonia di formiche rosse che si inerpicano fra i rami per fare il loro involucro,   seccando così le foglie  e  i  rami all’interno dell’involucro. Il bambino si avvicina e, con un velo di tristezza sul volto  chiede: “Padre, perché uccide le formiche? cosa le hanno fatto?”. La domanda del bambino, nella sua semplicità e immediatezza,   insegna tanto anche a noi grandi e sapientoni. Ecco, ad esempio: il rispetto per la natura, il lasciare di far valere sempre e ad ogni costo la legge del più forte, il dover vivere del proprio lavoro senza sfruttare gli altri, la collaborazione, l’unità che crea benessere e forza.
Mentre assistiamo alla ritirata  degli insetti malefici arriva un ragazzo dello studentato per avvisare che le formiche sono entrate nel pollaio e hanno aggredito le galline. Una non si muove più.  Gli alunni hanno già iniziato a bruciare erbe intorno al pollaio per impedire che altre entrino. Con il poco petrolio avanzato spruzziamo le singole galline.
Si fa vedere il chiarore dell’alba e per noi è inutile andare a letto, preferiamo sederci sotto i grandi  cajueri a raccontare le maledizioni della notte. Questa volta ridiamo tutti e godiamo per lo scampato pericolo. Anche le ospiti che avevano promesso di abbandonare definitivamente il posto ridono e commentano: “Lei, Padre  ha un bel coraggio per vivere qui da solo!”.





venerdì 27 ottobre 2017

Poesia...Che ne sapete....

 Che ne sapete
del cuore degli altri
quando batte, batte...
come i vostri tamburi?!?
Che ne sapete
se è malato d'amore
Africa amata
di cuori duri!
Che ne sapete
d'un mondo diverso
solo rubandomi
gli stracci di dosso,
occhi di ghiaccio.
e senza sapore.
Che ne sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse illusioni.
Che n sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse emozioni.
Che ne sapete  ?!?

Kavà 18 Novembre 2000
Pier Carlo Acciaro
La Maddalena


sabato 21 ottobre 2017

Poesia...la strada della salvezza

E' buio sepolcrale
nella sentina della barca,
ansimante sulle onde,
con il carico avvinghiato
alla vita,
mirato dalla morte..
Tra odori melmosi
anime disperate,
di corpi ammucchiati
come gelidi marmi
lacrimano amaro
sulle orme della strada
della salvezza.
Esitante la speranza
vaga
in cerca d' un appiglio
nello specchio di sogni
bramati di un domani
in una terra accarezzata dalla pace,
dove si ode il muggire dei buoi
solcare i campi
di pane e umani valori,
dove il sole,
brillando sereno dall'alba
schiude un nuovo giorno alla vita
e non nasce e muore,
rannuvolato da polvere di cannoni,
sopra la zolla natia
di sangue di fratelli
zuppa
La speranza d'una strada nuova
non può arenarsi in fondo al mare.
La Madre Terra non ha figli vagabondi
Dio l'ha creata per amore,
...solo per amore...
Senza servi o padroni..
Senza frontiere.


venerdì 20 ottobre 2017

Bambina coraggiosa


Anche in Mozambico è presente il traffico di organi umani esteso in tutto il paese. Si dice che  in questo traffico sia implicato anche qualche elemento governativo. Questi strani commercianti hanno strutture proprie vicino agli aeroporti e in città marittime. Sono conosciuti luoghi e persone ma nessuno sa o parla. Sono facile preda   gli adolescenti e i  giovani, uomo o donna non importa. L’ambiente è favorevole agli spacciatori a causa della miseria e della facilità con la quale i genitori cedono i figli  a sconosciuti  con la promessa di  dare loro una vita migliore. Il desiderio di una vita  nuova per i figli non lascia immaginare ai genitori che ci sia qualcos’ altro oltre le parole. Con  questi signori avranno cibo e vestiti  a volontà.  In seguito i figli non si vedranno più. Alla preda si da subito qualche soldo e ai più giovani si mette nelle mani  una manciata di caramelle.   Può capitare anche che qualche padre, ricordando di avere dei figli lontano dalla sua ultima residenza e, volendo vendicarsi della ex convivente oppure semplicemente per avidità di soldi, vada alla ricerca di uno o più figli e li consegni a queste organizzazioni. Naturalmente neppure il genitore conosce la fine dei figli. Atteggiamenti , questi, fuori di ogni sensibilità umana. Se poi osserviamo, come dice il vescovo locale,  che neanche gli animali sono disposti a cedere la propria prole, immaginiamo, se ne siamo capaci, fin dove può arrivare la distorsione della mente umana.
 Questa   organizzazione criminale  è presente a Nacala. Nelle periferie  della città costruisce un complesso chiuso con accesso rigorosamente interdetto alle visite e ai “non addetti ai lavori”. Un secondo accesso dà al mare. I ragazzi e i giovani adescati finiscono lì e nessuno sa più nulla. C’è stato un periodo durante il quale  alcuni missionari   tentarono di denunciare all’opinione pubblica internazionale il movimento ma durò poco. La cosa era già conosciuta a livelli internazionali, all’ONU e altrove ma nulla si muoveva. Una missionaria laica che si occupava del traffico è stata uccisa a Nampula.
In questo quadro così losco s’ inserisce la storia della nostra adolescente alla quale diamo il nome di Jenìn. Questa è una dei figli di genitori separati e risposati molte volte. Lei conosce la madre, il papà non lo ricorda. Un giorno la madre le presenta un uomo, indicandolo  come suo  babbo ma non ha più nessun altro contatto  col genitore.  Ora Jenìn non abita con la madre. Ancora molto piccola va   a vivere con la nonna materna insieme al fratello.  In seguito si spostano da un conoscente all’altro, cercando in ognuno   ciò che   non può dare loro: la sicurezza di un casolare, l’amore dei genitori mancati e una vita serena. Il padre conosce bene la situazione dei due figli e segue di lontano tutti i  loro movimenti. I due  raggiungono l’età approssimativa di dodici - tredici anni e si muovono con più facilità, prestando i loro servizi presso le famiglie.   
Un giorno il papà, accompagnato da alcuni signori bianchi ben prestanti alla guida di un pulmino, va alla ricerca dei figli. Li incontra, li saluta e li prega di seguire gli amici, suoi benefattori. Il papà riceve la ricompensa e scompare.   I ragazzi, ignari dei loschi progetti del  genitore, entrano nel pulmino e subito ricevono caramelle e tante promesse. Poco più tardi si ritrovano nella periferia di Nacala in grandi locali. Qui incontrano altri ragazzi e giovani con i quali subito fanno amicizia. Tutti raccontano le   storie personali più o meno uguali. Sono trattati bene, mangiano, giocano ma non capiscono perché sono chiusi e nessuno li visita. Non possono incontrare nessuno ed è vietato uscire dal recinto. Notano anche che alcuni dei compagni alle volte scompaiono. Jenìn non vede più il fratello. Jenìn e alcune amiche chiedono di ritornare a casa e non trovano risposta,  vogliono uscire per incontrare amici e parenti ma viene loro vietato severamente, presentando scuse che non soddisfano nessuno.
Jenìn, abituata a giocare e a girare all’aria aperta, non resiste a un simile trattamento e progetta di fuggire. Non sa come fare né dove andare. Per un certo periodo osserva tutto in silenzio, ascolta le conversazioni degli altri sventurati, degli assistenti e delle guardie. Scopre dei movimenti che si ripetono quotidianamente. Capisce che non è possibile scavalcare i muri né fuggire da nessuna  porta perché all’esterno c’è la ronda che vigila giorno e notte. La ragazza non ha fretta ma vuole accelerare i tempi per paura che scompaia come la sua amica conosciuta lì dentro. Con lei avevano pensato a una fuga ma l’amica non c’è più e lei vuole attuare il piano da sola.  Mentre è seduta per terra in un angolo del cortile, sola e pensierosa, con la testa fra le mani, si avvicina una compagna, per dire il vero non molto simpatica. La ragazza desidera parlare con lei. “Scusa”, dice la ragazza, “io sono di Nampula, sono stata portata qui con inganno, promettendomi vestiti e soldi.  Non ho avuto nulla, anzi sono sorvegliata anche di notte. Mi chiamo Gracinta. Sono qui da venti giorni e sono stanca. Voglio  fuggire, ma non so come fare”.
Si sa che la necessità e lo stato di sopravivenza acuiscono l’intelligenza,   raffinano la scaltrezza e aumentano l’innato senso psicologico anche nei bambini. I   Makwa possiedono fin dall’infanzia un altissimo senso psicologico per cui ci si capisce benissimo non solo con le parole ma dai movimenti, dallo sguardo e, specialmente dal tono della voce. Tutto concorre a una intesa immediata anche fra sconosciuti. E’ quanto avviene fra le due prigioniere.  Quella compagna antipatica si trasforma in  amica e complice. Jenìn rivela subito  le sue intenzioni:      “Da alcuni giorni medito proprio questo, in due sarà più facile. Ascolta il mio piano e poi mi dirai: Alle volte vedo una guardia che avevo incontrato  nella zona dove vivevo, credo che lei possa aiutarci. Ci facciamo accompagnare alla stazione dei pullman e poi ciascuna va nella propria direzione. Ci stai? Dobbiamo parlare con  la guardia quando non c’è nessuno in giro”. “Bella idea”, risponde Gracinta, “io ho già parlato una volta con quella guardia. Devo trovare l’occasione per parlargli un’altra volta”.   
Tre giorni  dopo  le due amiche si trovano ben nascoste nella macchina della guardia in direzione della città.  Tutti tremano per la paura di un controllo. In questo caso i tre vengono eliminati senza pietà. La guardia non le accompagna fino ai mezzi di trasporto pubblici, sarebbe troppo rischioso per lui. Le lascia all’ingresso della città dove c’è molto traffico. Gracinta entra subito in una macchina di passaggio diretta a Nampula, Jenin si dilegua nella campagna e a piedi  raggiunge la zona di Sette di Aprile, un villaggio questo, a metà strada da Nacala a Memba. Ancora non è vicino al suo villaggio natale tuttavia lei si sente a casa e si può riposare sotto  un albero. La gente la vede   ma nessuno pensa che in quella ragazza ci sia qualcosa di particolare. Tutti sono abituati a simili scenari.
Jenìn dorme profondamente, quando si sveglia sente fame. E’ una fame causata dalla stanchezza accumulata durante la fuga e dallo stato di nervosismo  represso nei giorni di prigionia. Passa fra le bancarelle del mercato, osserva con avidità quel cibo appetitoso ma non ha soldi per comprare.  Desidera portar via qualcosa   però si sente osservata da tutti e desiste. Vaga per la campagna, qualcuno le rivolge la parola e lei scappa. Ha paura di chi si ricorda di lei. Osserva bene in ogni angolo alla ricerca della madre e del fratello. Forse anche lui è riuscito a fuggire dalle mani di quegli sconosciuti!  L’istinto fa riconoscere chi le vuole bene e di chi ci si può fidare, per questo osserva, cammina, fugge.  Ascolta molto,   parla pochissimo e, al  momento propizio si ferma e accetta ciò che le offrono.  Il cibo, il riposo, l’alloggio sono   cose   necessari ma in lei passano in secondo ordine.  La cosa più importante è vivere, poi si sistemerà tutto. Assapora la vita più che mai. Ha rischiato di perderla, ora è tutta sua, nelle sue mani e per nessuna cosa al mondo può rischiare di sciuparla.
 Arriva nella zona di  Geba e accetta l’ospitalità di chi si dice parente (stessa tribù). Dopo alcuni giorni le troppe domande dei conoscenti la mettono nuovamente in cammino. Vagando per la campagna si ritrova nella zona di Nakeka. Qui riconosce una sua familiare. Questa le dà indicazioni della madre e della famiglia. Dopo essersi riposata e aver mangiato a sazietà si mette nuovamente in viaggio.
Nel frattempo si diffonde la voce della sua fuga dalla casa del padrone che le aveva promesso ricchezze e benessere. Chi non conosce la realtà dice che la ragazza non doveva fuggire perché viveva con un padrone potente, mangiava a sazietà e non lavorava. Al contrario, chi conosce qualcosa del traffico degli organi dice che Jenìn è molto coraggiosa, è fortunata. Gli ultimi sono pronti a difenderla. Anche un missionario si mette sulle tracce dell’ adolescente per proteggerla, ascoltarla e, magari, avere un testimone prezioso nella lotta che sta conducendo contro il maledetto traffico. Nello stesso tempo  circola un’altra voce crudele e spietata che non ha simili: a Nacala s’ incontrano in un quartiere pezzi di corpi umani abbandonati in un prato non frequentato, vicino alla strada. Qualcuno riconosce la testa o arti di giovani  da tempo scomparsi.

Forse la nostra Jenìn non  è al corrente di tutto questo oppure ne ha sentito parlare come  una notizia crudele. Di fatto, lei è riuscita a scappare e ora cerca una casa sicura che possa proteggerla e amarla. La premura e l’amore del missionario la incontrano e la consegnano alla madre che vive a Napera, una comunità cristiana della sua missione.