Le malarie

                          

                                                                           Berto

Ci sono dirigenti d’igiene e operatori ospedalieri che non accettano bene di ammalarsi o che altri sappiano della loro sofferenza. Così è accaduto a Berto, ispettore d’igiene, venuto nella missione a prestare il suo prezioso servizio di volontario.  E’  inserito in un gruppo di cinque  amici che  hanno alle spalle varie esperienze in territori difficili arrivati sul posto subito dopo i relativi conflitti bellici. Questa volta devono costruire una cisterna in cemento armato quanto mai preziosa in un territorio, dove l'acqua si ritira per dieci mesi l’anno, sostituita dal sole che picchia a oltre quaranta e quaranta cinque gradi.
     Dopo alcuni giorni dall’inizio dei lavori  Berto inizia ad accusare disturbi vari: inappetenza, malumore, febbre non molto alta ma fastidiosa, le ossa tutte rotte, nostalgia della famiglia e di quanto aveva lasciato in paese.  Non ha voglia di andare a lavorare né di farsi una passeggiata. Rimanere a letto non sembra il caso. Trova in giro una Famiglia Cristiana, la sfoglia una, due, dieci volte senza leggerla. Vicino al televisore ci sono delle videocassette che desidera vedere, ma neanche queste lo soddisfano. Non c'è possibilità di andare all'ospedale perché lontano e non accogliente. Secondo la comune esperienza di chi conosce la situazione é certa la presenza della malaria.  Propongo il trattamento, assicurando che in tre giorni sarebbe rientrato nella normalità. Pur di rimanere con i compagni e di rendersi utile accetta subito la cura ma, al vedere tutte le pastiglie, le rifiuta. “Accetto il trattamento ma non tutte quelle pastiglie”, dice.
       Il caso vuole che anche io sento di avere la malaria e inizio la cura. "Tu sei abituato e puoi prenderle, per me sono troppe", commenta l’ospite, pensando che lo facessi per  toglierlo dall’imbarazzo.
 La malaria fa il suo corso e lui si sente abbandonato e disperato. "Padre cosa devo fare, mi dia qualche cosa, io voglio lavorare", é il ritornello del primo giorno.
      Visitare gli amici ma li sente estranei, non resiste per molto tempo  nel vederli lavorare e rientra a casa.
      Va  a letto, si alza subito, gira per la stanza, visita le galline e i maiali, rientra a casa, ritorna dagli amici. In nessun compagno trova conforto, nessun luogo va bene per lui. Lo ignorano tutti e lui si sente solo e abbandonato
     Piangendo si lamenta: "Padre mi aiuti, sono disperato, non so come fare a rientrare a casa". "Fai la cura, tutto passerà subito, é così per tutti, vedi come io sono guarito", insisto io. "Io non ho la malaria, le medicine sono troppe, forse sono scadute, m’intossicheranno tutto il corpo", riprende lui. "Sono le stesse che prendo io, non puoi dubitare", spiego con un lieve sorriso. "Tu sei abituato ma io…, come faccio io a presentarmi in questo modo a mia moglie, vedi come sono", insiste Berto con tono disperato. Dopo un po’ riprende: "Padre, tu ridi quando io parlo della mia situazione, invece di aiutarmi ridi. E’ così che si comporta un missionario? Io sono lontano di casa, non so se riuscirò a rientrare; mia moglie non mi accetterà più,  come farà mio figlio senza di me?". Si rivolge al cuoco: "Michele aiutami, il padre mi ha abbandonato,  soccorrimi tu".  Lacrime abbondanti bagnano il viso. Le lacrime e i lamenti lacerano il cuore di chi non conosce la malattia.
      In questo modo trascorre alcuni giorni di terribile abbandono. Per noi  quasi un gioco. Ben presto neanche Michele trova parole adatte per consolarlo e si rifugia da Beppe, l'amico prediletto. Questo lo convince a iniziare il trattamento tuttavia dopo le prime pastiglie interrompe perché la clorochina é troppo amara e intossicherebbe il suo corpo. Solo Beppe gli é rimasto come amico. Berto lo visita sul posto di lavoro, lo attende in casa al rientro, si sfoga con lui benché neppure Beppe trovi  parole adatte per rasserenarlo. Berto non riesce più a lavorare ma  di questo non sembra  preoccupato. Nella sua mente c’é fissa l’idea di non essere  accettato dalla moglie e dal figlio per le pessime condizioni del suo stato.
      Beppe, con paziente  costanza  e con la grazia di Dio, riesce a far prendere in qualche modo le pastiglie all’amico e anche per lui passa la malaria mai accettata.
       Forse ha vergogna di essersi trovato debole davanti a una zanzara? Oppure ha paura di altre conseguenze? O forse, accettando la malaria si sente il peggiore del gruppo del quale nessun altro si è ammalato?
      Auguri, Berto; é più semplice raccontare che voler dimenticare. Un antico saggio dice che “l’uomo grande sa accettarsi così com’é, ridendo e piangendo di se stesso”. 
Saper ridere di sé è la via migliore per vivere contenti.
  


   Uccio       

"Questo schifo di luogo non lo sposerò mai".
Questa frase, gridata nel silenzio della notte, mi sveglia improvvisamente.
Sul tardi il mio ospite  va a letto sereno, senza accusare alcun disturbo. Dormiamo nello stesso corridoio poiché siamo agli inizi dell'avventura missionaria e non ci sono comodità. Durante la notte lo raggiunge una febbre da delirio e un mal di testa fortissimo. Si alza, passeggia, pronuncia frasi sconnesse, la sua preoccupazione è di non sposare quel luogo. Cerco di calmarlo, spiegando la situazione, insistendo sul fatto che tutto è dovuto ad una forte malaria presa improvvisamente. Si calma un attimo poi ritorna il disagio. Lo preoccupano l'abbandono di tutti gli amici e del padre missionario che non lo vuole più in casa. Cose simili gli tolgono il sonno e lo rendono nervoso.
      Una pastiglia per la febbre e la prima dose di clorochina lo riportano nel lettino.
      Durante il sonno si lamenta, si gira, lotta, sogna stranezze  puntualmente dimenticate. Al secondo giorno sembra già guarito ed é tentato di non continuare la cura. Cede di pomeriggio quando arriva un malessere generale indescrivibile, assume nuova clorochina e aspirina. Si ripete la stessa situazione del giorno precedente: Lo schifo del luogo non è per il suo matrimonio, nessuno lo può obbligare a sposarsi e ancor meno a sposarsi con questo luogo. Il terzo giorno é il peggiore di tutti. E' una continua lotta contro il luogo maledetto che lui non può maritare.  Anche se il luogo  lo volesse portare a nozze per terminare ogni malumore lui non lo può fare. Si sente abbandonato e incompreso da tutti. Nessuno é in grado di capire la sua posizione. Non esiste una persona che s’interessa a lui. Il padre non fa nulla per salvarlo  benché  si avvicini la sua morte lontano da tutti. A distoglierlo da queste ed altre preoccupazioni  ci pensa un'abbondante dissenteria che istintivamente lo porta ai servizi.  Il raffreddore non passa, anzi, al raffreddore si aggiunge la fuoriuscita di alcune gocce di sangue dal naso. Rimane smarrito e tremendamente confuso. Mai aveva visto il suo sangue. Quel liquido rosso lo incanta, mille pensieri lo assalgono. Gli sembra di morire dissanguato. Vuole capire ed immaginare come vivrà senza sangue. “Nessuno può vivere senza sangue, quale sarà la mia fine? Chi potrà insegnarmi a vivere senza sangue?” Si chiede insistentemente.
      Io sorrido e con calma lo incoraggio. La mia calma e il mio sorriso peggiorano la situazione e si apparta. Si calma e mi chiede se è così per tutti o se è lui che non riesce a superare la malattia. Lo assicuro che è uguale per tutti, lui non è il peggiore.
Forse i sogni gli ricordano situazioni passate e lo preoccupano ulteriormente.  Senza alcuna resistenza segue meticolosamente ogni mia indicazione, rimanendo in casa per non incontrare nessuno e per non preoccupare i giovani del suo stato di salute.
      Dopo molto travaglio e lotta interiore l’ospite riacquista la salute, dimentica la terribile situazione, riprende il suo posto nello studentato. Si affeziona sempre di più alla gente, all’ambiente e si innamora del cielo stellato  mozambicano.
     Uccio é un giovane che viene fuori da una esperienza di tossicodipendenza. Ha trascorso molti anni nelle comunità terapeutiche e ora ha finito la sua cura. Il giovane, consapevole delle difficoltà che incontrerà nel reinserimento, prima di riprendere il lavoro che lo accompagnerà lungo la vita, vuole trascorrere un periodo in un ambiente di estrema povertà, così pensa di visitare il sacerdote della sua infanzia che nel frattempo è partito in missione. Uccio era stato un chierichetto attento, puntuale, devoto. Le circostanze della vita lo avevano condotto in ambienti non sani e a fare esperienze non buone per rivalutarsi ed essere qualcuno nella società. Quella caduta era stata per lui anche una reazione alla morte del fratello al quale era molto legato.
      Presentandomi le sue scuse mi chiede di accettarlo per un periodo nella missione; avrebbe aiutato in ciò che sapeva fare. "E' poca cosa ciò che so fare”, confessa il giovane, “perché in comunità ero addetto all'allevamento degli animali e quasi niente ho appreso dei lavori artigianali". Uccio é convinto di saper fare niente o poco più di nulla. Senza pensare molto gli do la mia disponibilità per il tempo da lui desiderato. Lui rientra molto bene nella mia idea di missione.
     Io concepisco la missione aperta a tutti: a quelli del posto e agli esterni. Dio non fa presenze di persone, nel suo cuore c'è posto per tutti quelli che lo cercano con sincerità: per coloro che pensano di dover solo insegnare e per quelli che sono alla ricerca di se stessi. Credo che questi ultimi siano gli autentici missionari che lasciano una impronta dove passano. La missione è l'annuncio del messaggio cristiano, non c'è missione se mancano coloro che l'annunciano. Le visite sono i messaggeri inviati da Dio. A volte ci possono essere messaggeri inconsapevoli ma non inutili. Per questo motivo non ho esitato a dare la mia disponibilità a Uccio.
      Ritrovo il mio chierichetto sereno, parla con tutti  della sua esperienza e avvisa, specialmente i giovani, di guardarsi bene dal seguire compagnie e situazioni dubbie. Ascoltando i ragazzi dello studentato, impara le preghiere in makwa,  poi le insegna a coloro che hanno più difficoltà nell’apprendimento. Gli raccomando di avvisarmi se sente qualcosa di strano nel proprio organismo perché potrebbe essere segno di malaria e con questa non si può scherzare. Lui ride e, come tutti, risponde con parole d’incoraggiamento nei miei confronti: "Non prenderò la malaria, non sono venuto per darle fastidio".
       Uccio è convinto di non aver preso la malaria, forse per non pensare di aver infastidito il padre e i ragazzi o chissà perché.  .
       A Uccio vadano i nostri sinceri ringraziamenti, non solo per l'allegria portata ma specialmente per quello che ha insegnato ed è stato in mezzo a noi.
     







                                                 La malaria non delude

Nel mese di aprile mi trasferisco a Corrane dove vive padre Castellari, un missionario comboniano che, oltre alla sua missione (Corrane) segue anche le due parrocchie di Liupo e Namigi destinate in seguito alla mia cura pastorale.    Il padre Castellari vive nella missione di Corrane e, benchè di diversa diocesi, segue fin dal periodo della guerra anche il distretto di Moginkwal con le due missioni di Liupo (40 villaggi) e Namigi (38 villaggi).
     A me è stato affidato il distretto di Moginkwal e già inizio a prenderne visione. Mi sento responsabile di quelle comunità e quasi indispensabile dal momento che sono l'unico sacerdote e l'unico che possiede una macchina in tutto il territorio.  Un altro fuoristrada  si incontra nella zona nel  periodo delle castagne, e quando  lo incontro in esso c'è tutto il mondo. Sono l'unica autorità che raggiunge i villaggi e costituisco per la gente un punto di riferimento certo.
           La  guerra è appena terminata, tuttavia molti ancora non credono che  sia veramente finita. La gente è stata aiutata sempre dal missionario e solo in lui  ripone una sicura speranza.  Le persone  si fidano più del padre che di se stessi. Quando il padre arriva in una comunità è festa, l'unica festa del villaggio.
Non bado alla stanchezza o ad altro, il mio desiderio è di raggiungere tutte  le comunità nel minor tempo possibile per organizzare un lavoro organico e adatto alla situazione. Con la prima esperienza malarica sono certo che  questa non mi avrebbe disturbato più di tanto e non penso minimamente ad essa.
          Si avvicina il Natale e, nel mio fervore  apostolico, a dir poco sconsiderato e imprudente, devo assolutamente raggiungere tutti i villaggi per le confessioni e la celebrazione della Santa Messa. Secondo lo stile missionario l’anziano della comunità  pensa alle altre cerimonie in modo autonomo. 
          La notte del dieci di dicembre vado a letto stanco ma forte. Il giorno dopo mi attendono ore di confessione e la celebrazione eucaristica domenicale. Non conosco ciò che mi  aspetta di lì a poco. Dopo alcune ore di sonno  mi sveglio terribilmente sudato. Il cuscino, le lenzuola, il materasso sono inzuppati dell’acqua che il mio corpo ha traspirato. Unito al caldo corporeo sento un freddo glaciale. I reni non mi permettono di stare a letto né di camminare o di fermarmi da qualche parte e ancor meno di sedermi. Mi alzo e cambio le lenzuola, mettendo sul materasso bagnato gli asciugamani che possiedo. Inutilmente tento di riprendere sonno. Il mal di reni è fortissimo. Mi alzo e non posso camminare, mi siedo sul letto e il dolore aumenta. Ci sono nella camera due finestre con le stesse dimensioni e alla stessa altezza dal pavimento. Per riposare un po’ mi appoggio ad una di esse trovando sollievo per alcuni secondi. Al contrario, nell'altra finestra non posso  avvicinarmi perché lì non c'é riposo per me. Si fa presente anche il singhiozzo che a brevi intervalli mi accompagna per tutta la notte.
     Mi sembra indelicato disturbare padre  Castellari che gode il suo sonno restauratore nella camera accanto. Trascorro tutta la notte  passeggiando dal letto alla finestra amica e ai quattro angoli della stanza con la febbre oltre i 40 gradi. Arriva l'alba e con le prime luci tutti siamo in piedi. Racconto la mia disavventura notturna al padre il quale abbozza un sorriso e dice: "Quando capita così devi avvisare, questa è malaria". Mi da alcune pastiglie di paracetamolo, subito abbassa la febbre ed io riprendo il mio lavoro. “Non mi devo abbattere, devo vincere io, le comunità aspettano e se non vado io nessun altro mi può sostituire”, penso nel mio falso fervore missionario.
    La malaria fa il suo corso, le suore e il padre mi vogliono mandare all'ospedale di Anchilo distante novanta chilometri ma io rimando a dopo le feste. Faccio in casa la cura ma la febbre non mi passa. Arriva la domenica che anticipa  il Natale di tre giorni. Nella sede parrocchiale non è prevista la celebrazione eucaristica tuttavia , sentendomi meglio mi presento in chiesa per le confessioni e  la celebrazione eucaristica. Non avrei predicato perché sarebbe stato troppo pesante.
     Prima della messa  ricevo le confessioni, molte confessioni sia perché é il periodo di Natale, sia perché eè da tanto tempo che non si celebra l’ Eucaristia e con essa neppure il sacramento del perdono.  Durante le confessioni sento forti brividi di freddo seguiti da un abbondante sudore.  Non sono ancora le ore otto   ma il caldo si fa sentire prepotente, aumentato dalla febbre  altissima.
Continuo a confessare per oltre un'ora, poi inizio la Celebrazione Eucarestia. Durante una piccola riflessione che sostituisce l'omelia, dettata dal seminarista presente, devo uscire dalla chiesa per un attacco di vomito. Tutti si meravigliano e alcuni mi seguono. Con l'incoscienza di chi non conosce  limiti riesco a  terminare la Santa Messa. Subito vado in camera e stendo sul letto. Con due aspirine cala la febbre ma rimane forte il dolore ai reni. Nessuna posizione corporea soddisfa il mio caso.
    Le suore e il padre Castellari mi invitano ad andare ad Anchilo dove c'é un ospedale  diretto dalle suore comboniane. Il mio intento é di lasciar passare le festività ma non resisto e  domenica 23 dicembre il padre Castellari mi accompagna ad Anchilo. Lungo la strada riappare il singhiozzo prima lieve poi sempre più forte. Mi distrugge l’apparato respiratorio e la cassa toracica, la gola è riarsa. Arriviamo a destinazione nel primo pomeriggio e, per caso incontriamo nel cortile di casa Suor Maria, la direttrice del centro sanitario. E' una donna non giovane con grande esperienza, alta, magra, con pochi sorrisi e fare deciso, proprio come i  primari dei grandi ospedali che tutto hanno da insegnare e poco o niente da imparare.  La suora saluta padre Castellari e guarda me. "Vuole un ospite illustre?", anticipo io contento e sorridente. "Vai subito a letto, io verrò fra non molto", risponde lei seria e senza aggiungere altro. Mi danno una stanza nella zona dei Padri. Questi vengono a salutarmi e a congratularsi con me per la malattia che non si presenta leggera ma non diversa da tante altre che loro hanno assaporato nel cammino missionario. L’infermiera mi riempie di flebo e pastiglie. Non ho voglia di mangiare, é aumentata la febbre, sono ritornati il vomito e la dissenteria, i reni sono calmi, stranamente non ho mal di testa né altri dolori. Il giorno di Natale arriva per due volte il primario dell'ospedale centrale di Nampula. La suora infermiera si preoccupa non tanto della malaria quanto del singhiozzo che dura da  troppo tempo e non intende lasciarmi in pace. Giorno e notte, senza alcuna interruzione mi dà battaglia. Anche i padri sono preoccupati perché il ritmo del singhiozzo si sente da cinquanta metri di distanza. Mai   avevano assistito ad un fenomeno del genere. Forse, dopo qualche giorno, inizia a disturbare il loro lavoro e il riposo. Il singhiozzo dura quindici giorni poi mi lascia, portando con sé le mie forze. Lo spirito è allegro, nonostante tutto. La forte inappetenza preoccupa  tutti, provocando continue visite per controllare il mio stato di salute. Dopo venti giorni di lotta serrata finalmente posso rientrare a casa, debole ma con la volontà di continuare la visita nelle comunità.
         Da Corrane mi trasferisco a Liupo dove sono arrivate altre suore per riaprire la casa di quella missione abbandonata durante la guerra. Insieme ci saremmo presi cura  di quella vasta area.  Il nuovo centro dista da Corrane,  sessanta chilometri. Riprendo la catechesi, i battesimi e i matrimoni che il mio predecessore aveva segnato nel calendario. La mia debolezza forzata dal grande lavoro provoca la ricaduta della malaria. Questa volta si presenta  con una  febbre meno forte e senza dolori particolari. E’ mancato l'appetito, le giunture delle ginocchia non mi reggono, Un malessere generale si impossessa di me e mi rende  strano. Così credo che appaia anche agli occhi delle suore le quali mi invitano ad andare nuovamente ad Anchilo.
         Una suora ospite  patentata si offre per accompagnarmi. Mi decido, nonostante mi pesi  la lunga distanza. Quattro ore di macchina su strada sterrata e poco livellata non sono uno scherzo tuttavia ci diamo appuntamento per il giorno dopo alle ore cinque. Arriva il momento della partenza, la suora non si vede, è ancora a letto con febbre alta. Mi avrebbe accompagnato col patto di non guidare. Ci penso un attimo poi ci incamminiamo,  io al volante e lei seduta vicino che tenta di dormire. Sento la macchina strana: le ruote vanno in modo incontrollato, il volante non lo sento nelle mani, la carrozzeria é tutta rovinata e staccata dagli incastri, vedo la strada non con le normali buche ma tempestata da voragini e baratri. La perfetta conoscenza della strada e l’uso del cervello mi danno la possibilità di una guida sicura e di vincere le mie sensazioni.
          Dopo quattro ore arriviamo senza problemi ad Anchilo. Si fanno le analisi ai due pazienti. Il risultato è chiaro: la suora ha la malaria con 5 croci, (cosa rarissima), io solo con due accompagnata da una forte debolezza. L'infermiera mi mette subito a letto, attacca la flebo al braccio sinistro e mi addormento. Quando mi sveglio  non capisco dove sono, non ho più la flebo attaccata. Vivo in un ambiente strano.
      Benché fossi andato a letto di venerdì , per me, il giorno dopo  è domenica. Tutto è silenzio, non si sentono i tamburi della celebrazione, nessuno va in chiesa, l'unico movimento  presente era il padre Antonio Bonato che pulisce davanti alla sua camera.  Faccio un giro  per incontrare qualcuno e collocarmi nel tempo e nello spazio. Il padre mi dice che il silenzio è dovuto al fatto che quel giorno è lunedì non domenica. La mia incredulità mi porta ad informarmi dal cuoco. Questo mi assicura la stessa data: Lunedì, non domenica. Un altro padre mi conferma lo stesso giorno e mi dice che, tutti sono meravigliati per il sonno che mi ha afferrato. Nei giorni precedenti tutti   controllavano il mio riposo e il singhiozzo che mi aveva nuovamente  visitato. Questa volta il singhiozzo è stato più   benevolo ed è rimasto con me ininterrottamente solo una settimana.  Faccio l'ammalato per oltre venti giorni, poi rientro a casa. Sono estremamente debole, dimagrito di quattordici chili. La malaria è curata perfettamente  ora occorre un periodo di  riposo. Mi decido a rientrare in Italia.
                 In maggio arrivo in Italia. Nell’ aeroporto di Fiumicino mi raggiunge P. Mario che mi vuole trattenere a Roma per qualche giorno, io invece ho fretta di arrivare a casa. Nell’ attesa dell’aereo per Olbia mi obbliga ad andare in convento per rinfrescarmi e radermi la barba lunga di tre giorni. In questo modo  mi sarei reso più presentabile agli occhi dei familiari.
            Imbarco nell’ultimo aereo per Olbia  dove mi attendono tutti i familiari e gli amici del posto. Tutti vogliono rassicurarsi del mio stato di salute. Mi guardano ammirati come un essere strano, nessuno mi saluta poiché é superfluo chiedermi come sto. L'amico Mario mi raggiunge al nastro e non vuole trattenermi neppure per ritirare i bagagli. Mi avverte che non sarei rientrato mai più in quel posto maledetto; che la mia esperienza missionaria era finita e che mi avrebbe fatto  ricoverare immediatamente in ospedale. All’ arrivo dei passeggeri mi attendeva tuta la famiglia: La sorella maggiore, abituata a piangere di allegria o di preoccupazione, non versa una lacrima, gli altri mi accompagnano alla macchina, si caricano i bagagli e subito si parte alla volta di casa. Non ricordo se ho salutato l’amico, se non l’avessi fatto in quel momento lo faccio ora ringraziandolo con grande simpatia.  Anche il parroco, nel vedermi il giorno dopo, con le braccia aperte, ha una sola espressione: “Eh, Ottà”.
         Durante le ferie  Andrea mi obbliga a sostare tutti i giorni sulla bilancia per controllare il peso. Nel frattempo in tutta la diocesi si diffonde la notizia del mio arrivo  in condizione di salute molto precaria. Al terzo giorno, di buon mattino, un medico dell'ospedale dove lavoravo prima di andare in missione mi telefona per chiedermi se qualcuno mi può accompagnare in ospedale oppure se è necessario  mandare l'ambulanza.
              Faccio tutte le analisi dovute ma, con grande meraviglia e anche con una benevola delusione del medico, i risultati  non rivelano alcuna traccia negativa. Le vacanze si sono protratte per tre mesi durante i quali ho ricuperato dodici chili  che mi permettono di rientrare in  Mozambico rinnovato nel corpo e nello spirito.
              Questa volta ho imparato a non scherzare con la malaria. La devo  considerare  come una compagna di viaggio e con essa non posso giocare come voglio. Ora siamo buoni amici e come tali ci si deve comportare fin dall’inizio della sua visita.








                                                                              Il Gemello

 All’aeroporto di Nampula si meraviglia  perché lo saluto  chiamandolo per nome. Non sa spiegarsi come io conosca il suo nome già prima d’incontrarlo.
       Alcuni mesi prima di lui il fratello Salvatore è stato in mezzo a noi prestando la sua opera di volontario.  Per tre mesi quest’ultimo  lavora i tronchi di ebano per la realizzazione di un altare e un leggio da sistemare  nella cappella di Mirepani in via di ristrutturazione.   Salvatore  rientra a casa contento, invitando il suo gemello a fare la stessa esperienza.
       Il ’Gemello', così lo chiameremo nel nostro racconto, inizia bene. E' soddisfatto della nuova esperienza, “la più bella della sua vita”, dice lui. Nella missione insegna ad alcuni ragazzi la lavorazione del ferro, professione che lui esercita in un laboratorio di artisti in Italia.  Conosce qualcosa di elettricità e la trasmette volentieri ai ragazzi con i quali entra in perfetta sintonia. Dopo pranzo è d'obbligo un bagno al mare, contento di immergersi nell'Oceano Indiano che trova meno salato del Mar Mediterraneo. Sul tardi, non manca una visita nel villaggio con i ragazzi dello studentato. La gente lo guarda e ammira i suoi lunghi capelli, interrogandosi sul perché un uomo porti lunghi capelli.  Con i ragazzi si pavoneggiano a vicenda: lui perché è scortato da giovani neri, questi perché fanno da ciceroni a un bianco. 
       Anche per lui non tutto corre secondo i propri desideri e un’altra esperienza fuori programma lo attende.
       Mentre si trova su di una scala per terminare l'impianto elettrico del laboratorio cade. La faccia si riempie di ferite e un piede diventa pesante e molto delicato.  Sente un fortissimo dolore a un braccio, come di qualcosa di rotto. E' un venerdì pomeriggio. Di pomeriggio il pronto soccorso è chiuso. Il sabato e la domenica non ci sono emergenze che possano essere attese. La conclusione è che il giovane non può essere soccorso subito e deve sopportare dolori lancinanti per alcuni giorni. Il lunedì seguente lo trasferisco ad Alua, dove c'è un ospedale diretto da una suora comboniana. I raggi rivelano una frattura al braccio e la fuoriuscita dell'omero. Occorre portarlo all'ospedale centrale di Nacala.  La strada non è facilmente praticabile e l’ora è ormai tarda. Il giorno seguente i musulmani festeggiano il Ramadan, ( la conclusione del grande digiuno) e all'ospedale non fanno nessun trattamento che non sia d'urgenza, (qui ‘urgente’ significa pericolo di vita). Il passare del tempo non facilita il buon esito della situazione. Il giovane è giustamente preoccupato. Dopo quasi una settimana dall'incidente si arriva all'ospedale di Nacala, dove gli rimettono a posto l'omero e gli ingessano il braccio.
          Gemello è più sereno, il dolore è diminuito. L’amore per i giovani dello studentato gli danno la forza di seguire,  in qualche modo, i lavori iniziati.
         Si direbbe che tutto è risolto. Purtroppo non  é così. Il giovane si sente strano ma non vuole manifestare il suo malessere.
          C'è una ferita nel piede che non si riesce a curare. Non servono le pomate, l'acqua del mare non risolve il problema. Per quella ferita non si trova rimedio. Non è grande ma é prepotente.  Gemello non è soddisfatto del cibo che Carlo prepara alle volte insipido  o troppo salato, altre volte eccessivamente cotto. Per rispetto non protesta ma è insofferente. La febbre ancora non è tale che possa  costringerlo a letto. Ha alcune preoccupazioni che lo tormentano: La gallina, il tetano e quella ferita sempre più puzzolente.
         C'è una gallina che lo perseguita, gli becca la ferita e depone le uova ai suoi piedi. Non uno o due ma tante, tante uova che lo tormentano. Non è contento delle molte uova che quotidianamente quel pennuto depone  davanti a lui, né  pensa di utilizzarle. Gemello  non ha spiegazione al fatto che una gallina deponga le uova ai suoi piedi anziché nel luogo proprio. "Quella maledetta gallina la devo ammazzare, non m’importa nulla, se non la smette di importunarmi farà brutta fine”, ripete il giovane con alcuni ragazzi, ormai divenuti suoi confidenti. La manda via ed essa ritorna, la ricaccia e riappare nuovamente. Non osa dire nulla al Padre, si sfoga con i giovani i quali, con lui assumono il volto triste,  quasi funereo, poi ridono e imitano. “Gemello ha la malaria”, dicono al padre in separata sede, e raccontano ogni particolare.
         Non meno preoccupante è la ferita del piede. Questa assume proporzioni gigantesche.  Lui sente già la puzza della putrefazione. Col braccio ingessato e il piede ferito non può andare molto lontano,  tuttavia deve rientrare in Italia. Come fare?
"Padre, quanto tempo dovrò rimanere ancora col gesso?
Farò in tempo a toglierlo prima di partire?
E la mia ferita perché non guarisce?   È così per tutti?
Padre, mi taglieranno il piede, e poi la gamba, come potrò camminare?
Come presentarmi in casa? 
Che cosa dirà mia madre?
Sono partito sano con due piedi e rientro con uno,
mia madre mi accetterà in casa?"
       Per la disperazione non c'è tregua, i pericoli aumentano e raggiungono proporzioni e forme inimmaginabili. Tento di fargli capire che tutto può dipendere dalla malaria che ha  preso. Lui   si offende: “Lei mi vuole distruggere”, ripete alcune volte sottovoce. Per lui non è possibile quel tipo di malattia, lui non la conosce, non ha mai preso la malaria e rifiuta ogni tipo di terapia.
       Arriva nella missione suor Linda, responsabile di un centro sanitario vicino. Il padre le presenta subito il caso. Lei visita attentamente l'ammalato e diagnostica: "E' malaria, la ferita non rimargina finché non passa la malaria e il braccio avrà dei problemi, è bene fare  la cura della malaria e tutto si risolverà subito. Non c'è nessun pericolo per il braccio né per il piede se si fa la cura della malaria. La tua madre ti riceverà contenta più che mai e tu potrai raccontare tutto serenamente". 
La sentenza della suora lo convince e Gemello  davanti alla religiosa ingoia senza problemi le numerose pastiglie: Quattro oggi, quattro domani, due dopo domani con una aspirina al giorno.
       Nei tre giorni si susseguono tutti i sintomi della malattia: dissenteria, vomiti, febbre, dolori vari. I sogni non lo lasciano in pace e le preoccupazioni continuano sempre più pressanti. Gemello è del tutto smarrito. Alle preoccupazioni normali si aggiunge quella di non far trapelare nulla al padre missionario. Al contrario questo è informato tempestivamente dai giovani. Non va all'ospedale per il dovuto controllo del gesso perché lo toglie da solo prima del tempo. Non vuole  rientrare in Italia col braccio ingessato o altre fasciature. Passata la malaria, come per incanto tutto si normalizza: Scompare la ferita, lo lascia la gallina, dorme serenamente, è certo che la madre lo accetterà con i dovuti onori.
     Gemello non dimenticherà l'esperienza mozambicana non solamente  per la malaria o l'incidente ma in particolare per le amicizie maturate con i giovani dello studentato.
    A Gemello vada il nostro ringraziamento per la sua cordialità, la sincerità,  la semplicità e per il lavoro che ha insegnato.
         

















                                                                       Gabriele

Gabriele: Uomo spavaldo, sui cinquant’anni, molta esperienza alle spalle, provetto elettricista, all’occorrenza tutto fare.  Estroverso, anche troppo, ha il cervello di un giovane avventuriero. Quando mette un’idea in testa, non lo ferma nessuno. E’ difficile non “bisticciare” con lui, se non c’é motivo lo inventa pur di discutere con animosità. Con lui tutto sembra facile perché ogni cosa lui deve provare e, dove non riesce, involontariamente rovina. Vuole essere il primo in tutto, anche nella salute, infatti, non ricorda di essersi mai ammalato ‘seriamente’. Prende in giro il suo amico Luigi il quale dopo dieci giorni é a letto con la fatidica malattia. Lui era stato in missione un’altra volta e non aveva riportato nessun disturbo. Anche questa volta sta per finire le ferie e non sente alcun sintomo di malattia.
        Così si presenta Gabriele, ricco di varie esperienze umanitarie in posti di guerra.
         Luigi ha finito il trattamento di una malaria forte e pericolosa che lo prova seriamente. Dopo simili degenze é saggio e prudente un ulteriore controllo.  Insieme al suo caro amico di buon mattino lo accompagno  a Namahaca. Gabriele ride del male altrui sicuro di sé. In realtà ride troppo, non cessa di parlare, infastidisce l’amico e tutti noi per lo sproloquio senza pausa. All’ospedale anche lui vuole fare l’analisi per dimostrare a tutti la sua buona salute. Avvisa l’analista che é quasi inutile ciò che sta per fare perché lui é sano. L’operatore sanitario non sembra della stessa opinione e, abbozzando un sorriso, preleva il sangue. “Vedi com’è rosso il mio sangue, puoi tirarne quanto vuoi”, commenta il nostro ospite. Si attende il giusto periodo di reazione della medicina ed ecco il verdetto: Luigi ha solo le conseguenze della malattia mentre Gabriele  presenta una malaria non lieve (due croci). In un primo momento il nuovo paziente si ribella, accusa l’operatore di aver sbagliato tutto. “Non é la prima volta che sbagliano i medici,  qui é chiaro”, commenta Gabriele.
      Rientriamo a casa: l’uno contento per il recupero, l’altro preoccupato per la sua situazione. Gabriele inizia a pensare, lascia la spavalderia, si fa taciturno. Mi gira attorno come un bambino, facendomi ogni sorta di domande: “Che ne dici Padre, avrò veramente la malaria? E’ facile curarla? Lascia delle conseguenze?  Forse mi somministreranno medicine scadute e peggiorerà la situazione?”
      La paura di  cambiare fisionomia e di non essere più riconosciuto lo rende ubbidiente in ogni cosa. Gli sembrano troppe le pastiglie e chiede una riduzione che non gli è concessa: “O tutto insieme o niente e nessuno sa cosa diventerai”,  spiego io col volto serio e preoccupato. “Va bene, farò come dice lei”, replica l’ammalato.  Il momento é serio, tutt’intorno si fa silenzio, l’ospite non ammette scherzi.
        Dissenteria e vomiti accompagnati da un’improvvisa febbre altissima occupano le ore della prima giornata. La casa di bagno diventa il luogo più visitato e alla fine della giornata si sente stanco, disidratato e senza forze: “Se continuo così, non rimane nulla di me”, commenta con un filo di tristezza.
      Al secondo giorno si lamenta dei sogni: “Sono stanco di sognare, non ho dormito nulla, ho solo sognato cose strane, agitate, i sogni mi mettono di malumore. Io non ho mai fatto né pensato cose simili. Io non sono mai stato in guerra, quello che ho fatto non l’ho raccontato a nessuno, neppure a mia moglie, cosa mi vengono a dire”.  Inutilmente tento di fargli capire che i sogni non hanno nessun fondamento. “E se fosse vero tutto ciò che ho sognato?”, continua a ripetere.
     Passa un altro giorno, inizia a essere più sereno, quasi guarito, ammette di scherzare sugli altri, non su di sé. Di pomeriggio peggiora la situazione e Gabriele deve viaggiare spesso per i servizi igienici, scoraggiandosi  sempre più. Deve prendere qualche pastiglia in più e questo lo agita. Le ossa sono spezzate, le forze sono scomparse,  lui invoca la moglie. Quella moglie descritta da lui come donna paziente, di poche parole, che lo aspetta giorno e notte, la vede presente e consolatrice sempre in attesa del suo ritorno.
          E’ arrivato il momento  in cui Luigi  scherza con l’amico. Per esperienza sa bene che ancora un giorno e anche Gabriele ritornerà alla normalità e per questo mette legna nel fuoco della disperazione. Deve restituire all’amico ammalato le terribili e sarcastiche risate che faceva sul suo conto. Stando in piedi inizia: “Vergogna, tua moglie non ti accetterà più, a giorni dobbiamo rientrare e tu sei ancora in queste condizioni, tua moglie e tuo figlio non ti accetteranno così, sei irriconoscibile”. “Zitto, mia moglie mi accetta sempre, mio figlio è grande”, replica Gabriele. “Non è così, riprende Luigi, sei diventato pelle e ossa, al tuo paese nessuno ti riconoscerà, dovrai emigrare, andare lontano dove nessuno pensa a te, sei diventato una vergogna, io non ti voglio più”. “Mi stai facendo impazzire, io non ti conosco e tu stai in mezzo ai piedi ad importunare la brava gente. Padre, lo  allontani, io non lo conosco”.
           La lotta per fargli assumere le medicine non finisce mai, per lui  sono sempre troppe e incerte. Io non mi scoraggio e continuo la terapia ora con lusinghe, altre volte con minacce.
       Si arriva alla fine della cura e l’ammalato sembra non essere guarito. Mentre Luigi ha ripreso subito le forze, Gabriele stenta a riprendersi. Ci vorranno ancora due o tre giorni affinché la situazione si normalizzi del tutto e recuperare la consueta spavalderia. La malaria non gli ha insegnato molto. Gabriele considera quel triste momento, di cui non ricorda quasi nulla, un incidente di percorso che nulla toglie alla sua bravura e alla sua supremazia che crede di avere sugli altri.
       Per noi sarà difficile dimenticare i due amici e nel loro ricordo trascorreremo lieti momenti.
  
     Grazie Luigi, grazie Gabriele.



    Ancora un'altra

Sono trascorsi sei mesi senza un sintomo di malessere. Mi meraviglio come abbia resistito tanto tempo senza ammalarmi. Col trascorrere del tempo si accumula il lavoro e viaggio da un villaggio all'altro quasi quotidianamente. E’ in costruzione una chiesa in una comunità del tutto isolata e la mia presenza é indispensabile per far procedere i lavori. Gli operai sono buone persone ma non conoscono bene le misure e dove ubicare porte e finestre. Se lasciati soli sono capaci di chiacchierare per tutto il giorno, seduti nella stessa posizione senza muoversi di un centimetro. Per loro, infatti, ciò che vale è andare al posto di lavoro, la realizzazione dell’opera è del tutto secondaria. Ricordo che una volta sette operai sistemarono dieci blocchetti in un giorno e un falegname con tre operai fissarono due tavole con venti chiodi, sempre in un giorno lavorativo.
           Nella mia mente si è cancellata la possibilità  di ricadere ammalato e aumento il ritmo del lavoro. La malaria, al contrario, fa il suo corso in modo silenzioso, subdolo e  aspetta il momento propizio per afferrarmi. Il momento arriva improvviso e violento.
            Sul tardi della giornata mi trovo sulla via che da Nacala mi porta a casa. Mancano pochi chilometri all’arrivo quando vedo la strada del tutto nuova e sconosciuta. Se non avessi la certezza che quella è l'unica via che va a Memba avrei vagato chissà dove alla ricerca di quella giusta. Non ci sono punti di riferimento per farmela riconoscere, i villaggi che attraverso sono per me sconosciuti, la vegetazione non é quella di sempre. Prima il freddo, poi il caldo intenso precedono un forte mal di testa, la macchina sembra  andare alla deriva,  io non riesco a governarla. Per i ragazzi che viaggiano con me  tutto é normale, anzi, questa volta il padre é più prudente che mai. Il volto del padre é sì più rosso ma nulla di preoccupante. Un ragazzo dorme pacificamente nel cassone.
     Quei pochi chilometri che ci separano da casa diventano interminabili. Anche il giovane seduto vicino a me dorme, gli altri cantano, ripetendo sempre lo stesso ritornello che m’infastidisce enormemente.  Spesso sono tentato di farli tacere ma la certezza che sono io il fuori gioco mi fa resistere fino  a destinazione. Lo stare seduto alla guida accentua il mal di reni. Il  mio corpo prende la forma del sedile, a fatica riesco a scendere dalla Land Rover e a stare in piedi.  Quel fuoristrada è diventato altissimo e nel mio intimo mi adiro con chi l’ha progettato. Anche l'allegria e i saluti di chi era rimasto a casa mi danno fastidio. Quella gioia spontanea e sincera dei giovani si trasforma per me in una commedia.
       Niente di buono vedono i miei occhi, tutto  negativo pensa il mio cervello. Io stesso mi meraviglio come rimanga in mezzo a loro. La conoscenza della malaria ridimensiona i miei giudizi e mi dà la certezza che tutto sarebbe passato al quarto giorno.
         Arrivato a casa, prendo subito clorochina e aspirina e vado a letto. La prima dose diminuisce la febbre, mi rende più sereno ma non impedisce vomiti e dissenterie che si susseguono quasi di continuo per alcune ore. Dimentico il pranzo preparato dal cuoco, anzi, non  sopporto l'idea di dover mangiare.
        Si alternano momenti di angoscia con altri di serenità che giustificano i primi. Nell'angoscia penso che tutto sia finito, quanto faccio è inutile, non ha senso ciò che mi circonda.
Devo ancora ridimensionare i miei pensieri ed emozioni e ogni cosa trova il suo vero valore.
        Da sveglio  anticipo i sogni malsani, quasi a prepararmi ad affrontarli durante il sonno. Intrighi, guerre, grovigli di ogni genere, figure strane appaiono e scompaiono, lottando fra di loro senza sosta. Chiudo gli occhi e aspetto il riposo per verificare se durante il sonno diventa realtà quanto ho pensato.  L'orologio è l'unico compagno fedele per controllare lo scorrere del tempo.
        Ho sistemato il sottotetto del corridoio dove dormo e sono scomparsi gli insetti e i piccoli animali che lo popolavano. Non posso più contare le piccole bestiole, né accompagnarle nelle loro fughe, o studiare il loro vivere. Mi pento di aver ripulito la mia casa. E’ grande la tentazione di distruggere tutto per dare la possibilità a ragni, topi, lucertole, pipistrelli e a quant'altri animaletti di circolare indisturbati sulla mia testa. In tal modo avrei avuto una compagnia sicura durante la  malattia. Ora mi sento dimenticato anche dagli animali. Nel corso della notte la febbre mi lascia e diminuiscono dissenteria e vomiti ma continuano fino all'alba il pessimismo e l'angoscia. Penso a coloro che per la prima volta prendono la malaria e capisco la loro disperazione e lo smarrimento. Dò una giustificazione razionale di ciò che mi succede e questo mi aiuta nell'attesa che tutto finisca, ma in essa non trovo consolazione.
         Arriva il nuovo giorno e con esso anche un po’ di distrazione e di serenità. Ai vomiti si sostituisce un fortissimo dolore ai reni che mi obbliga a stare a letto per tutta la mattina. La febbre va e viene come vuole con punte alte prima di assumere l'aspirina e basse subito dopo. I ragazzi non osano visitarmi ma s’informano di continuo sul corso della malattia. Il cuoco, che non si allontana un momento da casa, fa da tramite fra il mio mondo e l’esterno. Per tre giorni non si sente in giro alcun rumore, si parla sottovoce per non disturbare il padre. Quando questo è ammalato,  ogni cosa diventa precaria.
       Al pomeriggio del secondo giorno sembra tutto passato ma non è così. Alla sera riappaiono i disturbi tipici della malattia meno acuti ma ugualmente forti. La notte è agitata e durante il giorno seguente non trovo pace in nessun luogo. Passa anche il terzo giorno e arriva il sereno. Ritorna la normale visione delle cose, riprendo con forza il lavoro interrotto, accelerando per ricuperare il tempo perduto. Al secondo giorno dalla convalescenza noto che in me qualcosa non funziona bene. Non so identificare ma c'è qualcosa che non è esatto.
      Trascorrono alcuni giorni di attesa: forse è l'effetto delle medicine che fanno il loro corso nell'organismo. L'appetito non è quello di sempre, riappare la stanchezza, mi ritrovo una piccola ferita che non si rimargina, l'acqua ha un sapore strano che non avevo mai notato, penso che il fedelissimo cuoco stia trascurando le cose essenziali.  Finito il periodo di attesa, faccio le analisi e mi riscontrano una malaria resistente peggiore della prima. Si passa per la seconda fase del trattamento che si deve subito interrompere per somministrarmi il chinino. Questo fa il suo effetto 'miracoloso'.
      Quest’ultimo medicinale, se somministrato bene e in tempo   elimina con certezza la malaria, ma  dopo ripetuti interventi lascia i suoi malefici ricordi alle volte irreversibili.
Ai disturbi tipici della situazione, questa volta si  aggiunge la voglia di parlare. Devo commentare tutto, ogni cosa deve essere ben chiarita, nulla può sfuggire all'osservazione. Le persone che incontro sono inondate di domande e tutte rimangono perplesse per l’interrogatorio improvviso al quale sono sottoposte.
      Quando si ha una malaria resistente, difficilmente, si rientra nella normalità in tre giorni. Con gli effetti delle medicine si può trascorrere  una intera settimana.
      E' passata anche questa e posso raccontarla con l'aiuto di coloro che mi ricordano le stupidaggini dette, ridendo e rallegrandoci insieme. Non ti scoraggiare, padre,  Non sono le cose peggiori!











La mia prima malaria
Arrivato in Mozambico, vengo ospitato dal vescovo di Nakala. Per due mesi partecipo al ritmo di vita del presule seguendolo nelle sue visite pastorali.
Monsignor Grachiane è contento perchè deve visitare una delle missioni più lontane e più importanti della diocesi.
Non può viaggiare da solo e porta con lui il padre appena arrivato,io, e la nipote arrivata dalla capitale in vacanza.
Nella land rover diretta ad Alua siede alla guida il vescovo, io vicino allo sportello ed in mezzo la nipote che discute animatamente con lo zio.
Parlano di tutto, soffermandosi su dettagli della loro famiglia. I trecento chilometri di distanza fra Nacala e Alua con le sei ore di viaggio, danno ai due il tempo di esprimere le loro opinioni , a volte concordanti, spesso in contrasto. Io non capisco i particolari ,tuttavia m'incuriosisce lo stile della discussione. La giovane mette in evidenza che la sua famiglia non gode di particolari benefici da parte dello zio e che a casa non si gode di una vita diversa da quella di tante altre famiglie benestanti.
Dopo due ore di viaggio inizio a sentirmi strano. I discorsi, le persone, il paesaggio non m'incuriosiscono più anzi mi danno fastidio. Il chiacchierio della giovane diventa sempre più pesante e la sua mole, di oltre 90 chili, mi schiaccia
rendendomi immobile. L'asfalto della strada è ormai un ricordo ed è stato sostituito da numerose buche di ogni dimensione, forma e profondità, rendendo il viaggio ancora più difficoltoso.
Nelle curve e nelle buche i salti della macchina mi buttano addosso la giovane. Con pazienza devo attendere la curva contraria per liberarmi dall'enorme mole che mi opprime e sentire così un pò di sollievo. Per un senso di rispetto non oso parlare, nè muovermi e ancor meno lamentarmi.
Mi pento d'essere entrato in quel fuoristrada. La tentazione è di fermare la macchina e scendere, ma questo non è possibile. Mille pensieri e desideri passano nella mia mente. Vorrei allontanarmi, girare per quelle immense pianure che mi stanno davanti. Dove andare se non conosco nessuno? non esistono alberghi, i mezzi di trasporto sono rarissimi ed io non ho soldi con me. L'unica alternativa che mi da pazienza e speranza di raggiungere presto la meta e la recita di molte ave Maria
Una stranezza mai provata nel mio corpo mi rende nervoso . Non conosco i sintomi nè gli effetti della malaria, di conseguenza non penso ad essa.
In lontananza vedo un gruppo di case e penso d'esser arrivato alla ma non è così,ancora devo attendere. La mia testa non regge, mi viene il capogiro e, a causa delle vertigini, mi sembra di sprofondare nella terra.
Non capisco come la macchina possa camminare in quella fosssa ed io cadere da essa senza provocarmi alcuna ferita.
In quale strano mondo sono precipitato?
Finalmente dopo ore di viaggio, diventati per me giorni e mesi, arriviamo nella grande e antica missione di Alue.
Nella piazza antistante la casa della missione  stanno ad accoglierci un padre camboniano ed alcune suore dello stesso ordine. I padroni di casa salutano il vescovo e noi. Il prelato presenta la nipote poi me come ultimo acquisto missionario della diocesi di Nakala. La suora infermiera mi saluta e chiede informazioni sul mio stato di salute. " il padre è taciturno, durante il viaggio non ha proferito parola" commenta il vescovo.
Mi sento strano e più volte mi sembrava di dover vomitare "non sono abituato a queste lunghe distanze" spiego io. La suora sorride e in modo parentorio sentenzia " Ill padre ha la malaria, è preferibile che vada a riposare nella sua stanza, dopo pranzo inizieremo il trattamento"  Io ubbidisco, per potermi godere dieci minuti d'isolamento......
In refettorio siamo tutti puntuali. Il pranzo di gran lusso è pronto. Il posto del vescovo è a capotavola, alla sua sinistra mi siedo io e di seguito i missionari.Alla destra del prelato siede la nipote, proprio di fronte a me e poi le suore.
Quale tormento vedere il volto di quella giovane! la mia fantasia galoppa producendo interrogativi a non finire. Perchè è venuta con noi? perchè non è rimasta in episcopio a vigilare la casa? Cosa deve controllare? Perchè è seduta di fronte a me così da impedirmi di sollevare lo sguardo?
In mezzo a quell'assemblea di missionari non ha più niente da dire e occupa il tempo nel mangiare avidamente quanto le viene presentato. Il vescovo risponde a tutte le domande che gli vengono rivolte e aggiorna i missionari sulla situazione della diocesi e su quella nazionale. Quando il prelato si ricorda di tacere , i confratelli e le suore si compiacciono con me per il buon "battesimo missionario"( la malaria)" Non aver paura, con il tempo sarà di casa e dovrai dominarla!"commentano le suore e i preti.
Arrivati al secondo piatto , l'infermiera, insieme alla pietanza mi presenta quattro clorichine e due aspirine avvisandomi" prendile quando vuoi, durante o dopo il pranzo, tutte insieme o separate, l'importante è non masticarle perchè sono molto amare.!"Io capisco il contrario e due alla volta, assumo le pastiglie masticandoole attentamente. La suora aveva ragione, quelle pastiglie sono più amare del fiele. Il sapore rassomiglia alle foglie della pianta del carciofo ma con un'intensità di gran lunga superiore. Non capisco il motivo di doverle masticare bene, forse per guarire prima, penso io.
Finalmente arriva la fine del pranzo col caffè e il digestivo. Con grande meraviglia di tutti, l'infermiera mi presenta mezzo bicchiere di "stock84"
"bevi e subito vai a letto, ti aiuterà a dormire bene perchè le medicine che hai preso, non sono antibiotici.
Vado in camera e dormo. Sogni strani, agitati e divertenti ,contorti pieni di pericolo invadono il sonno Mi sveglio ogni mezz'ora e subito mi riaddormento.
Il vescovo inizia e porta a termine la visita pastorale cresimando oltre seicento persone, uomini, donne, vecchi e giovani.
Dopo tre giorni di degenza passa la malaria ed io riprendo le mia forze e la serenità in modo quasi automatico, come se niente mi fosse capitato. Quella malaria terribile e spesso mortale nel nostro dopo guerra, lasciando perplessi al solo nominarla, ha lasciato in me una grande delusione. Il primo pensiero che mi arriva alla mente è " se la malaria è questa, posso prenderla anche tutti i mesi", sfidando la situazione e ignaro di quanto mi sarebbe successo negli anni successivi



Non essendo più disponibile alla vendita per la raccolta "fondi" a favore del Mozambico
 riscriverò ciascuna pagina per i miei lettori


Introduzione 

Questi scritti sono tratti dai racconti nella missione di Kavà -
 memba al nord del Mozambico dove mi hanno visitato 80 volontari i quali
mi sono stati di grandissimo aiuto per il ripristino di un'antica missione totalmente distrutta dalla furia della guerra



Don Ottavio rivolge loro un saluto riconoscente ed affettuoso, assicura che conserva nella memoria ogni loro gesto e conversazione.
L'idea di scrivere qualcosa sulla malaria di chi è passato nella missione di Kavà-memba gliela diede Pier Carlo, un volontario grande amico, don Ottavio ha accettato l'idea unicamente per ridere ricordando alcuni momenti divertenti , un pò drammatici , un pò comici. Conoscendo che non tutti amano sentirsi raccontare in momenti che non ricordano ,nè possono ricordare , non volendo offendere alcuno, ha cambiato il nome dei personaggi, solo il suo è vero.
Racconta don Ottavio
al momento degli avvenimenti la normale malaria si curava con la "clorochina"Questo è un farmaco allucinogeno e come tale produce tuttii gli effetti propri. Molte cose le si ricordano, di altre non si è consapevoli poichè avvengono sotto l'effetto del farmaco o il delirio della febbre.
E' interessante sperimentare come si passa da uno stato di assoluta depressione durante la malattia a uno di normale benessere subito dopo la cura, come se niente fosse accaduto.
Anche per questo non si capisce come si possa essere stati oggetto e soggetto di atti e parole curiose.
Tutti, seguendo le indicazioni dei medici, prima di mettersi in viaggio iniziano la cura preventiva.








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