giovedì 6 luglio 2017

figlio di cinque padri


Nella tradizione makwa è di norma, o almeno lo era all’epoca  dei fatti, che  all’inizio delle doglie, si chieda alla partoriente la paternità della creatura che porta in grembo. Questo è dato dal fatto che la maternità non può essere messa in discussione, al contrario, non essendoci per loro riscontri scientifici, si può  dubitare della paternità.  Al momento opportuno, la  suocera della  gravida o una incaricata del presunto papà, chiede alla partoriente il nome del padre del nascituro.  Chi presenta la domanda può anche mettere delle condizioni per tutelare la veridicità della risposta, ad esempio: se la madre  dice il falso muoia subito lei o il bambino; oppure: se il padre del nascituro è il marito  della partoriente non ci sia   nessun problema durante il parto; o anche: se il bambino non è del marito della donna la creatura nasca guasta. Come si può facilmente notare la pratica non rivela l’ombra della  delicatezza. Questa è un’ abitudine che  mette in discussione la  fiducia e la fedeltà tra i coniugi. Presentata in questo momento particolare, la domanda  non infonde, certamente,  serenità nell’ ambiente e ancor meno aiuta la donna  nel dare alla luce la propria creatura. Soddisfa solo la macabra curiosità della gente, umiliando la donna  e il papà nel momento più bello e delicato della loro vita.
Un’altra pratica comunemente accettata e che facilita la diffidenza coniugale é il fatto che la donna non nega mai all’uomo la proposta   di un rapporto sessuale. Qualunque sia l’uomo. Sono pochissime le donne che  respingono sia il semplice rapporto come anche il lasciare marito e figli per seguire l’ultimo arrivato. La donna diventa una merce qualunque che passa da un uomo all’altro senza diritti né dignità, con l’unico dovere di soddisfare le esigenze dell’uomo.  Una concezione profondamente maschilista è radicata nella mentalità makwa. Una simile mentalità libera l’uomo dalla fedeltà coniugale, dagli impegni familiari, dal rispetto della propria persona e   degrada la dignità femminile. La donna  possiede una sola risposta all’infedeltà coniugale: “Lui mi ha invitato”. L’espressione rivela una mancanza totale della percezione del proprio valore, e della  dignità femminile pari a quella dell’uomo. Lei è convinta che l’unico scopo della sua esistenza sia la procreazione. Per capire meglio i rapporti familiari è bene ricordare che fino a non molti anni orsono i mariti, per rafforzare l’amicizia o per   cortesia verso l’ospite,   usavano scambiarsi la moglie fra di loro  per una o più volte.  Si può intendere quanto sia arduo e delicato il lavoro missionario per la costruzione del tessuto umano, sociale e tradizionale.  In questo quadro si colloca l’episodio che segue. 
Mwalapwa e Ana sono due giovani che hanno contratto da poco il matrimonio sacramentale, sono sereni e felici di essere cristiani. Si sono preparati con tre anni di catechesi e vivono insieme da cinque anni.  Non hanno figli viventi poiché due sono morti appena nati. Vivono a Keteketi e si sono proposti di essere fedeli al sacramento ricevuto. Tutta la comunità cristiana li stima. Lui si prepara per diventare catechista.
Nella comunità di Mwipia vive un insegnante, Janela, che ha la moglie, quella del sacramento. Forse perché possiede qualche soldo, non si accontenta  della moglie e periodicamente diventa poligamo. La prima è stabile a casa e guai a chi la tocca, la seconda dura  fino a che lui non si stanca, poi la restituisce alla famiglia.  La restituzione, notare il termine usato da loro, non implica grandi oneri eccetto quello di un risarcimento economico per i danni subiti dalla donna. L’insegnante danaroso non si fa scrupoli, quando adocchia una donna che a lui piace, piomba nella casa e la porta via con la sola giustificazione che a lui piace. E’ quanto avviene  nella casa di Ana. Questa tenta una  iniziale  resistenza senza alcun risultato. L’uomo piccolo di statura, snello, tutto nerbuto da sembrare un atleta, nero come la pece, le ordina di prendere la biancheria e di seguirlo senza tentennamenti per evitare il peggio. Così avviene e dopo mezzora A na si ritrova come seconda moglie di Janela.
Povero Mwalapwa. Al ritorno dai campi trova la casa vuota, aspetta inutilmente il ritorno della moglie. Forse è andata a Miroge dai parenti, forse è in chiesa per l’incontro delle donne, oppure è andata al fiume a lavare i panni e ad attingere l’acqua. Se fosse così rientrerà al tramonto. Tutto è possibile per chi non conosce. Sono le vicine di casa a dargli la brutta notizia: “Janela l’ha portata via contro la sua volontà”. Il marito fedele piange a dirotto, si precipita  nella nuova dimora della moglie, la prega piangendo inginocchiato ai suoi piedi. Ana sta raccogliendo nuovamente la sua biancheria quando arriva l’insegnante e minaccia i due di cose strane. Mostra loro un involucro e due bastoncini e dice: “ Questo è per voi se mi disturbate ancora”. Nell’ involucro c’è la maledizione del feticcio. Con questo nessuno scherza, nessuno avanza delle pretese, almeno apertamente,.
Mwalapwa sconfitto e ridotto in cenere rientra a casa ma non si rassegna a perdere in questo modo la moglie amata e venerata. Il suo casolare non può essere rovinato proprio dal figlio dell’animatore di zona. L’uomo non rassegnato si reca dal padre di Janela, presenta il suo dramma e lo supplica di risolvere il problema,  in qualità di padre dell’usurpatore e come animatore di zona.  L’animatore possiede i mezzi per intervenire. Il padre chiama il figlio il quale non ha niente da dire né  vuole difendersi. Davanti al padre Janela china la testa e ripetutamente dice: ” Ana mi piace e la voglio io”. Irremovibile il figlio quanto deciso il padre. Non servono i discorsi, non convincono le parole e il padre passa alle botte. Il disgraziato ne riceve tante che quasi non può camminare. Col il genitore Janela non si difende, non si lamenta, è lì come una persona estranea alle botte. Non è possibile lasciare quella donna, bella e generosa.
Non ottenendo nulla dall’animatore di zona, Mwalapula si presenta al missionario per avere consigli sul comportamento da tenere. Il giovane non vuole prendere altra moglie, vuole rispettare il sacramento ricevuto e rientra a casa deciso ad attendere.
Col tempo tutto si normalizza. L’animatore di zona e padre di Janela si sente umiliato e sconfitto. Janela si ristabilisce dalle botte e cura le due mogli. E’ felice, si sente un imperatore capace di tutto. Mwalapwa si rassegna, prende un’altra donna e attende che rientri la sua amata. Ana si ritrova incinta e porta in  casa grande gioia. Stranamente anche l’uomo ferito e abbandonato dalla moglie appare felice, non perché la donna che gli portarono via  é in attesa,   ma per   cos’altro che nessuno conosce. Janela si presenta ovunque raggiante come l’uomo forte che nessuno può sconfigge. E’ l’uomo che  conosce e ottiene ciò che vuole, dovesse anche ripudiare la sua fede.
Arrivano le doglie del parto e ad Ana si rivolge la domanda consueta, non perché ci sia alcuno che dubiti della paternità attribuita a Janela ma per rispettare le usanze: “Ana, chi è il padre della creatura?”. La donna si chiude in un silenzio misterioso, non parla, non si muove, guarda fissa il suo pancione che racchiude il segreto della sua vita. Le donne addette al parto la sollecitano più volte finché lei a parlare. Le chiariscono che la domanda non vuole essere offensiva ma è solo per rispettare la tradizione. Tutto sanno che il nascituro appartiene a Janela il quale, per gelosia o per paura, aveva proibito ad Ana di frequentare le case vicine o ricevere visite di uomini. Quando le donne presenti al parto parlavano lei diventava sempre più triste e paurosa. Il suo viso si bagna di sudore e di lacrime. Le donne sono smarrite e pian piano zittiscono.
Quando tutto è silenzio attorno,   tremante e rassegnata alla sorte malefica, Ana risponde: “Non lo so”. Le donne si guardano smarrite in faccia. Un mormorio si diffonde nella stanza. L’incaricata alle domande chiede: “Che significa non lo so?   Cosa dire a tuo marito? Tu devi dare una spiegazione a quanto hai detto”. La donna che vede davanti a sé la sua morte e quella del nascituro  non riesce più a parlare, si chiude nuovamente nel   silenzio e rimira il pancione. Nessuno immagina il dramma che nasconde quella donna. In fine, sollecitata dalle assistenti e votata ormai alla sorte, continua: “Non lo so perché durante la mia permanenza qui avevo dei rapporti non solo con Janela ma veniva anche Mwalapwa e Amisi e alcune volte si sono presentati Ramiro e  Waeka. Ecco perché non conosco la paternità della creatura”. Un dramma nel dramma  senza conosce quale sia il peggiore. Le due tragedie portano, inevitabilmente alla terza: l’eliminazione della donna con il bambino. Per grazia di Dio non c’è stata quest’ultima tragedia.
 Dopo le prime sfuriate, Janela decide di restituire all’antico marito la sua donna infedele con il bambino sano, forte e di bell’aspetto come tutti i bambini che si affacciano sulla terra. Tuttavia l’uomo forte non può apparire uno sconfitto davanti alla popolazione e nell’atto di consegna chiede a Mwalapwa il risarcimento danni: la restituzione dei soldi pagati per avere portato via la donna, l’affitto della casa per il periodo che  Ana ha dimorato nella sua abitazione, il vitto consumato dalla donna,  e quello che eventualmente avevano consumato gli uomini quando si servivano di Ana, il tutto con gli interessi. Inoltre Janela chiede il risarcimento per il disonore che la donna ha portato nella sua famiglia.  Potrebbe sembrare strano ma Janela ottiene tutto questo per scongiurare pericoli maggiori. Questa volta si è rispettata la vita: quella della madre e quella del bambino. Se negli intrighi degli adulti e nelle passioni incontrollate degli uomini  c’è una vittoria, questa volta è della vita, la vita nel suo scorrere e nel suo apparire.
La  disgraziata   si trova nuovamente come merce di scarto nelle mani di uomini senza scrupoli, desiderosi di seguire i propri istinti. Mwalapwa  è disorientato, non sa come fare. Lui è cristiano e non può  essere poligamo ma chi mandare via: Ana è la vera moglie, non lo ha mai disgustato, forse il bambino è suo. La seconda donna lo ha reso felice per l’ultimo periodo, mai ha ricevuto un rimprovero da  lei e già attende il suo bambino. Anche Ana ha dato un bel bambino che l’uomo può stringere fra le sue braccia. Sì, è vero che si può dubitare della sua paternità ma il bambino gli rassomiglia molto. All’uomo piacciono le due donne ma non gli piace la poligamia, è indeciso sul da farsi, nel frattempo rimandarla dalla mamma Ana. Non trascorre un mese e Mwalapwa ricompone la sua famiglia,  riceve in casa Ana e il figlio e riconsegna alla famiglia l’ultima donna.  Ana ha capito bene la lezione e mai più accetta un minimo accenno alla infedeltà coniugale, diventando anche furiosa se necessario.



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