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giovedì 16 novembre 2017
Poesia...Un mattino
...un mattino,
quando la natura
dorme ancora,
me ne andrò...
...in silenzio...
Il mio cuore
avrà la stessa emozione
di quando arrivò
in questa Terra,
ove uccellini
attendono
la Primavera.
...Un mattino me ne andrò
in silenzio...
portandomi un carico
d'amore
Pier Carlo Acciaro
Memba 10 nov. 1999
L'elezione dell'anziano di Napako
Elezione dell’anziano di Napako
Napako è una piccola comunità cristiana sulla strada
Kavà – Alua. L’anziano della comunità è un vecchietto del tempo coloniale che
governa con il terrore dei feticci
(malocchio). Tutti hanno paura di lui. Ciò che lui decide è legge e non accetta alcuna
interpretazione a ciò che dice. I paurosi gli ubbidiscono, alcuni si
allontanano, i musulmani e gli animisti non si avvicinano alla cappella per
timore. Tutti sono stanchi della sua presenza. Vorrebbero cambiare ma come
dirlo al Padre poiché l’anziano gli sta sempre al calcagno? Ci sarebbe uno col quale sostituirlo ma questi
non accetta, sempre per paura. Ci sarebbe un’ alternativa: affidare a Càssimo, animatore di zona, anche l’incarico di
anziano. La comunità non lo ritiene opportuno perché si accumulerebbe troppo
potere nelle mani di uno solo. Accanto a lui c’è anche la moglie chiacchierona e autoritaria. Arriva il momento
propizio e il missionario convince il vecchio responsabile a lasciare
l’incarico. Prima di licenziarsi l’anziano
indica il suo successore nella persona
di Swardi Mulakya e lo presenta all’assemblea come già eletto. I fedeli, pur con la paura di una reazione
pericolosa dell’anziano rinunciatario, non si sentono vincolati e scelgono un altro con voto segreto alla
presenza del missionario. Viene eletto Ramiro Loja, il catechista della terza
tappa, è il catechista che prepara all’ammissione ai sacramenti. L’assemblea si
mostra finalmente libera, confidando nella forza e nella libertà del
missionario.
L’eletto inizia a tremare, è smarrito, vorrebbe
rifiutare, diviene immobile, il suo sguardo passa dall’altare al missionario e
poi fissa un punto sul pavimento. Confesserà più tardi che in quel momento
desiderava sprofondarsi nella terra e non vedere più nessuno. La cerimonia di insediamento prevede
che l’anziano uscente e il nuovo eletto siano seduti uno
alla destra e l’altro alla sinistra del celebrante. E’ impressione di tutti che
l’eletto sia afferrato dal tormento dell’ufficio da svolgere all’altare e dalla
paura di dover morire a causa del suo predecessore. La forza del padre che
l’avrebbe protetto non lo rasserenava. Il
missionario chiede il consenso a Ramiro per procedere all’investitura e lui non
risponde. Il volto dell’eletto diventa lucido per la paura, il suo sguardo
assente è rivolto alla terra, ora fisso su un punto ora rivolto verso la porta.
Sembra sentirsi male. L’animatore di zona lo incoraggia e ricorda che anche lui
era stato minacciato di morte quando l’avevano
eletto alla carica zonale, ma sono passati più di venti anni e ancora è vivo. Poi
dice: “Non preoccuparti, la comunità è con te, non avere paura di nessuno”. Il
missionario sospende l’incontro e incarica Càssimo di sostituire l’ eletto per un mese.
Alla scadenza del mese il missionario è nuovamente nella comunità per la presa di possesso del
nuovo anziano. E’ presente tutta la comunità eccetto l’anziano decaduto. Questo,
insieme alla sua famiglia e alla famiglia di Swardi Mulakya, cambia zona e non
fa più ritorno in paese. In seguito si
saprà che, appena superato il confine della missione, senza avvisare
alcuna autorità, ha fondato un’altra comunità con i parenti e gli amici. Questo
è un atteggiamento tipico di chi perde il potere nel proprio ambiente e non
spera di ricuperarlo. Tutto volge al meglio, eccetto per Ramiro che è sempre
incerto e pauroso, anzi più incerto e pauroso di prima. Occorre un colloquio a
tre: il missionario, il responsabile di zona e l’eletto. Il nuovo eletto
presenta le sue difficoltà che vengono subito
risolte dall’autorità dell’animatore di zona. Approfittando dell’assenza
momentanea dell’animatore di zona, Ramiro mi confida che l’ostacolo maggiore è
proprio lui, Càssimo, poiché ora si sente defraudato del posto di
anziano. Capisco che occorre un mio discorso rassicurante Ramiro e che metta
paura nell’animatore.
Alla presenza dei due e dell’animatore parrocchiale inizio
il “trattamento” contro il malocchio. Naturalmente
è una cerimonia inventata sul momento perché l’unico rimedio a questa malattia
mortale è l’autoconvinzione che non esiste il malocchio. Controllando le
reazioni dei tre, li faccio sedere
davanti a me e prendo nelle mie mani la mano destra dell’anziano, la stringo
forte in modo che lui senta bene la presa. Raccomando ai tre di pensare solo a
ciò che accade tra noi, allontanando ogni altra preoccupazione o desiderio. Guardo
fisso gli occhi di Ramiro e invito i tre a guardare solo i miei occhi e a
pensare solo a me. Ecco il discorso che si rivela persuasivo ed efficace, almeno per un lungo
periodo:
“Conoscete
l’importanza del momento. Siamo qui per
allontanare da noi e dalla comunità cristiana ogni tipo di maleficio.
Sapete che al bianco e al missionario
non attaccano i feticci né alcun’’altra forma di maledizione. Come vedete ora
sta davanti a voi un bianco che è missionario e porta in sé ogni forma di
difesa per lui e per coloro i quali lavorano con lui. Voi avete lavorato da
sempre con il missionario, avete piena fiducia nel Signore Gesù, che ha vinto
la morte e il male. Niente è impossibile a chi vince la morte. L’unico rimedio
per superare il male è la preghiera fiduciosa in Gesù e nella Madonna. Se noi
abbiamo paura, questa ci toglierà le forze, ci obbligherà a pensare solo alla situazione personale e ci distruggerà. Chi
pensa di essere preso dal feticcio si ammala pensando ad esso, non mangia più,
non vuole guarire, muore di disperazione e di stenti. Al contrario chi non
crede in esso non è soggetto alla paura e vive bene, lascia che gli altri si divertano con i propri
malefici e mette la sua vita nelle mani di chi ha vinto la morte. Ora guardate
bene, Ramiro ha la sua mano nelle mie mani, esiste una continuità fra la sua
persona e la mia persona, io prendo sulla mia persona tutti i malefici che
scendono su Ramiro, niente potrà fare del male a lui o alla sua famiglia. I
malefici afferrano prima la testa poi il resto del corpo. Ramiro,
ascolta bene quanto sto per dire: “ Se qualcuno vorrà farti del male tu
rispondi che è libero di fare ciò che vuole, il suo operato non si ferma sulla
tua persona ma passa alla persona del Padre, L’operatore di malefici risponderà a me e non a te. Quel tizio avrà ciò che merita”.
Dopo la
catechesi l’eletto si rasserena e possiamo procedere alla presa di possesso con grande allegria
dell’assemblea. Questa non sembra per
niente infastidita per l’attesa prolungata dovuta al colloquio, anzi mostra
soddisfazione per la conclusione raggiunta.
Il missionario inizia la celebrazione eucaristica, accompagnato dall’animatore di zona,
dall’animatore parrocchiale e dal nuovo eletto. Il nuovo anziano rivestito delle vesti proprie,
si mostra padrone della cerimonia. Ora anche
Napako può andare avanti spedita con il
responsabile di sua fiducia senza alcun
intralcio per la presenza di Swardi Mulakya e il suo amico.
giovedì 9 novembre 2017
Anche le scimmie piangono...
Anche le scimmie piangono
Nei racconti di un vecchio
missionario ce ne sono alcuni particolarmente significativi che
meritano di essere ricordati. Padre Pio Santo Canova ricorda così gli inizi del
suo ministero nella zona di Lurio.
“Nella zona di Lurio vengo col gruppo missionario per conoscere le terre al fine di fondare una missione. Al mio arrivo tutta la vastissima zona é un’unica foresta interrotta
da ampie savane abitate da molte specie di animali. Vivono indisturbati, i palapala, le gazzelle e
molti tipi di maiali selvatici. Non mancano
i leoni, gli elefanti, le scimmie, i leopardi. Sono
tutti animali che scendono nei piccoli villaggi alla ricerca di cibo. Quando gli
animali non hanno fame o non sono disturbati la gente convive con essi quasi
serenamente. Noi missionari siamo anche
provetti cacciatori perciò la carne non manca mai nella mensa della
missione. Gli animali preferiti sono le gazzelle, i palapala e, in mancanza di
questi si cacciano anche le scimmie, più numerose e più facili da rintracciare.
Appena arrivati sul posto prescelto
per impiantare la missione si costruisce una cappella, un centro sanitario, un
centro di alfabetizzazione per ragazzi e ragazze, le abitazioni del personale missionario e degli
operatori. Per realizzare tutto questo occorre molto tempo. Non ovunque arriva
il fuoristrada per cui il materiale si deve trasportare spesso a piedi e sulla
testa per molti chilometri. In compenso abbiamo
a disposizione tutto il tempo necessario. Sembra che gli anni e i secoli ci
appartengano.
Fiumane di persone si accalcano
nel centro sanitario con ogni forma di malattie. Spesso sono persone con lo
stomaco vuoto da molto tempo. Il centro di alfabetizzazione ospita in modo
permanente cinquanta ragazzi e alcune ragazze, altri arrivano a piedi dai
centri più vicini. Dobbiamo sudare parecchio per aprire la scuola poiché il saper
leggere e scrivere non offre subito da mangiare e i familiari devono
lavorare inutilmente, aspettando i benefici della istruzione. Una particolare avversione
si riscontra per le ragazze, nate per dare un’ abbondante discendenza alla
tribù. Per far questo non occorre saper leggere e scrivere, inoltre nel periodo
dello studio si perde tempo e si acquistano brutte abitudini. In realtà
l’istruzione delle ragazze rallenta lo sviluppo della tribù. Nella situazione
descritta il mio compito é quello di evangelizzare mente e anima, oltre ad
assicurare il cibo quotidiano”. Mentre racconta, padre Canova sembra rivivere
quei momenti., orgoglioso delle sue imprese.
“Una volta mi sono dovuto assentare per una settimana”, continua il
missionario, “ nel frattempo la dispensa si é svuotata. Non c’è
tempo per andare a caccia di gazzelle o
di palapala per assicurare il pranzo. La preoccupazione delle suore addette
alla cucina diventa la mia preoccupazione: cosa dare per
sfamare una marea di gente? Io non ho
ancora imparato a moltiplicare né pane e neppure i pesci. Prego ugualmente il
Signore dei miracoli e come i discepoli presento la mia disponibilità. Si deve trovare qualcosa d’ immediato. Ricordo che non lontano da casa si rifugia
sugli alberi una famiglia di scimmie. Senza perdere tempo, prendo il fucile e
mi dirigo verso l’albero, prima che gli animali vadano altrove. Accoccolata sui rami c’é ancora ben visibile tutto il branco. Sparo
alcuni colpi. Due scimmie cadono per terra, alcune fuggono. La madre, un grosso
esemplare da far paura, scende dalla chioma dell’albero, si mette accanto ad
una delle sue creature senza vita e osserva la sua prole. Istintivamente mi viene da sparare anche a essa ma subito mi trattengo. La preda caduta è sufficiente per quel giorno
e sto a osservare cosa avrebbe fatto la madre.
Con il fucile in mano pronto allo sparo, immobile assisto ad una scena unica,
mai vista prima né dopo. Quella grossa mamma prende fra le braccia una delle
due scimmie morte e solennemente la solleva in alto. I suoi occhi lasciano
scorrere abbondanti lacrime. Con passo
lento si dirige verso la mia postazione
e, senza troppo avvicinarsi, la depose ai miei piedi.
Non é fuggita, non ha potuto
difendere la prole e ora consegna all’uomo crudele il suo terribile dolore. Presenta la sua sconfitta al
vincitore, sconfitto anche lui dall’istinto materno di una scimmia. Poi quella
mamma si allontana velocemente in direzione
delle altre scimmie sopravvissute. Io mi ritrovo solo con il mio fucile in
mano. Osservo la preda. Sono indeciso se portarla a casa o darle degna
sepoltura. Pur nello smarrimento raccolgo gli animali e li consegno ai ragazzi. Per tutto quel giorno non riesco a mangiare,
non parlo con nessuno per non infastidire qualcuno. I ragazzi, ignari di tutto,
mangiano in abbondanza. Quella scena materna è scolpita nella mia mente. Sembra
che le lacrime della madre scimmia bagnino il mio volto e, senza niente asciugare,
passo le mie mani sulle guancie e negli
occhi. Il dolore della madre é diventato il mio dolore. Mai più avrò il
coraggio di cacciare una scimmia.
mercoledì 8 novembre 2017
"Formiche carnivore"
Formiche
carnivore
Si ritiene che le formiche siano
fra gli esseri viventi più numerosi. Si trovano ovunque, in qualunque periodo
dell’anno e a qualunque latitudine del globo. Qualcuno stima che ci siano due
milioni di formiche per ogni essere umano. Ce ne sono piccolissime e di una
certa grandezza. Esse si nutrono di tutto: dall’erba alla carne. Ci sono
formiche che viaggiano alla luce altre che escono dalle tane al buio, altre
ancora lasciano le loro caverne alle prime piogge e muoiono subito dopo.
Possiamo dire che ce ne sono per tutti i gusti, anche commestibili, chi se ne
ciba afferma che sono squisite.
Le formiche carnivore sono belle
al vedersi e interessanti a studiarsi ma pericolose quando aggrediscono. Rimedi
molto efficaci per difendersi da questi insetti sono il fuoco e il petrolio. Nessuno
pensi che ci si possa difendere facilmente da questo tipo di insetti quando non si hanno pronti simili rimedi. Ho
visto persone correre, saltare e dimenarsi mentre cercavano le formiche nel
proprio corpo e nei vestiti, dopo essere state aggredite. Escono a milioni in colonna al buio alla
ricerca di cibo. Dove trovano una preda, si riversano immediatamente su di essa
e in poco tempo la divorano. Davanti
allo studentato in una notte é scarnificato un gattino nato da poco tempo. Il malcapitato non è
riuscito a fuggire. Un’altra volta è un coniglio che, intrappolato nella sua gabbia, viene
scarnificato . Fanno impazzire grossi e pericolosi animali quando si annidano
nelle orecchie, nelle narici o in altri parti delicati del corpo.
Distrattamente Johana, ospite nella missione,
durante una passeggiata al chiarore di luna, calpesta una colonna di formiche
carnivore. Immediatamente sente un
formicolio in tutto il corpo, si dimena cercando di liberarsi ma non riesce e si
adira con me perché non l’ho avvisata in tempo di un simile pericolo. Promette
che non sarebbe più venuta in questo posto maledetto. Io rido e lei si dimena
ancora di più. Corre per raggiungere l’abitazione e cambiare i vestiti. Solo in
quel momento l’ospite riesce a ridere e scherzare, all’oscuro
di quanto le sarebbe accaduto durante la notte.
Quella stessa notte, infatti, Johana
e Selene, sua compagna di avventura, mi svegliano disperate. Non sanno cosa
fare e dove andare. Non ridono e non gridano, sono smarrite per lo spettacolo
che le circonda. Le formiche hanno invaso la loro stanza, il corridoio, la sala
e la cucina. Iniziano ad entrare anche nella mia stanza ubicata in fondo al
corridoio. Le ospiti promettono di andarsene lontano e non ritornare mai più in
questo posto dimenticato da tutti,
abitato solo dai mali di questo mondo. Come di norma si adirano con me perché
mi vedono calmo e sereno e iniziano a parlare a voce alta, poi a gridare. In
cucina le formiche hanno occupato i
cestini e i recipienti dove si conservano i cibi, hanno riempito lo scarico del lavabo e il rubinetto dell’acqua.
Da qui pende un gigantesco grappolo di
formiche. Si presenta uno spettacolo
meraviglioso quanto pericoloso. Bisogna resistere ai morsi spietati che le formiche
offrono in abbondanza e iniziare a porre rimedio. Accorrono gli ospiti che dormono in una casa
vicina, spaventati per il chiasso che si è creato. Qualcuno fotografa tutto. Io col petrolio del lucerniere faccio un corridoio in mezzo alle
formiche in direzione del ripostiglio dove
conservo un bidoncino quasi pieno di petrolio. Il prezioso liquido è sparso in
tutta l’abitazione. Si costeggia il muro all’esterno fino alle tane degli
insetti. Le ospiti mi seguono con paura per controllare che venga eliminata anche la più piccola delle formiche.
Gli ospiti fotografano tutti i movimenti.
Mentre compio l’operazione di liberare l’ambiente, mi chiedo il perché di
tutto lo sterminio. In fondo quelle
formiche vogliono solo vivere, cercano il loro cibo, non disturbano nessuno se
non sono prima infastidite. Perché noi
dobbiamo vivere e loro no? Mi ricordo l’osservazione di un bambino che mi
vede ai piedi di un grosso albero di mango uccidere una colonia di formiche rosse che si
inerpicano fra i rami per fare il loro involucro, seccando così le foglie e i rami all’interno dell’involucro. Il bambino si
avvicina e, con un velo di tristezza sul volto chiede: “Padre, perché uccide le formiche?
cosa le hanno fatto?”. La domanda del bambino, nella sua semplicità e
immediatezza, insegna tanto anche a noi grandi e sapientoni.
Ecco, ad esempio: il rispetto per la natura, il lasciare di far valere sempre e
ad ogni costo la legge del più forte, il dover vivere del proprio lavoro senza
sfruttare gli altri, la collaborazione, l’unità che crea benessere e forza.
Mentre assistiamo alla ritirata degli insetti malefici arriva un ragazzo dello
studentato per avvisare che le formiche sono entrate nel pollaio e hanno
aggredito le galline. Una non si muove più.
Gli alunni hanno già iniziato a bruciare erbe intorno al pollaio per
impedire che altre entrino. Con il poco petrolio avanzato spruzziamo le singole
galline.
Si fa vedere il chiarore
dell’alba e per noi è inutile andare a letto, preferiamo sederci sotto i grandi
cajueri a raccontare le maledizioni della
notte. Questa volta ridiamo tutti e godiamo per lo scampato pericolo. Anche le
ospiti che avevano promesso di abbandonare definitivamente il posto ridono e
commentano: “Lei, Padre ha un bel
coraggio per vivere qui da solo!”.
venerdì 27 ottobre 2017
Poesia...Che ne sapete....
Che ne sapete
del cuore degli altri
quando batte, batte...
come i vostri tamburi?!?
Che ne sapete
se è malato d'amore
Africa amata
di cuori duri!
Che ne sapete
d'un mondo diverso
solo rubandomi
gli stracci di dosso,
occhi di ghiaccio.
e senza sapore.
Che ne sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse illusioni.
Che n sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse emozioni.
Che ne sapete ?!?
Kavà 18 Novembre 2000
Pier Carlo Acciaro
La Maddalena
del cuore degli altri
quando batte, batte...
come i vostri tamburi?!?
Che ne sapete
se è malato d'amore
Africa amata
di cuori duri!
Che ne sapete
d'un mondo diverso
solo rubandomi
gli stracci di dosso,
occhi di ghiaccio.
e senza sapore.
Che ne sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse illusioni.
Che n sapete
se torno un domani
a ritrovar le stesse emozioni.
Che ne sapete ?!?
Kavà 18 Novembre 2000
Pier Carlo Acciaro
La Maddalena
sabato 21 ottobre 2017
Poesia...la strada della salvezza
E'
buio sepolcrale
nella
sentina della barca,
ansimante
sulle onde,
con
il carico avvinghiato
alla
vita,
mirato
dalla morte..
Tra
odori melmosi
anime
disperate,
di
corpi ammucchiati
come
gelidi marmi
lacrimano
amaro
sulle
orme della strada
della
salvezza.
Esitante
la speranza
vaga
in
cerca d' un appiglio
nello
specchio di sogni
bramati
di un domani
in
una terra accarezzata dalla pace,
dove
si ode il muggire dei buoi
solcare
i campi
di
pane e umani valori,
dove
il sole,
brillando
sereno dall'alba
schiude
un nuovo giorno alla vita
e
non nasce e muore,
rannuvolato
da polvere di cannoni,
sopra
la zolla natia
di
sangue di fratelli
zuppa
La
speranza d'una strada nuova
non
può arenarsi in fondo al mare.
La
Madre Terra non ha figli vagabondi
Dio
l'ha creata per amore,
...solo
per amore...
Senza
servi o padroni..
Senza
frontiere.
venerdì 20 ottobre 2017
Bambina coraggiosa
Anche in Mozambico è presente il traffico di organi
umani esteso in tutto il paese. Si dice che
in questo traffico sia implicato anche qualche elemento governativo.
Questi strani commercianti hanno strutture proprie vicino agli aeroporti e in
città marittime. Sono conosciuti luoghi e persone ma nessuno sa o parla. Sono
facile preda gli adolescenti e i giovani, uomo o donna non importa. L’ambiente
è favorevole agli spacciatori a causa della miseria e della facilità con la
quale i genitori cedono i figli a sconosciuti
con la promessa di dare loro una vita migliore. Il desiderio di
una vita nuova per i figli non lascia
immaginare ai genitori che ci sia qualcos’ altro oltre le parole. Con questi signori avranno cibo e vestiti a volontà. In seguito i figli non si vedranno più. Alla
preda si da subito qualche soldo e ai più giovani si mette nelle mani una manciata di caramelle. Può capitare anche che qualche padre,
ricordando di avere dei figli lontano dalla sua ultima residenza e, volendo
vendicarsi della ex convivente oppure semplicemente per avidità di soldi, vada
alla ricerca di uno o più figli e li consegni a queste organizzazioni. Naturalmente
neppure il genitore conosce la fine dei figli. Atteggiamenti , questi, fuori di
ogni sensibilità umana. Se poi osserviamo, come dice il vescovo locale, che neanche gli animali sono disposti a cedere
la propria prole, immaginiamo, se ne siamo capaci, fin dove può arrivare la
distorsione della mente umana.
Questa organizzazione criminale è presente a Nacala. Nelle periferie della città costruisce un complesso chiuso con
accesso rigorosamente interdetto alle visite e ai “non addetti ai lavori”. Un
secondo accesso dà al mare. I ragazzi e i giovani adescati finiscono lì e
nessuno sa più nulla. C’è stato un periodo durante il quale alcuni missionari tentarono di denunciare all’opinione pubblica
internazionale il movimento ma durò poco. La cosa era già conosciuta a livelli
internazionali, all’ONU e altrove ma nulla si muoveva. Una missionaria laica
che si occupava del traffico è stata uccisa a Nampula.
In questo quadro così losco s’ inserisce la storia
della nostra adolescente alla quale diamo il nome di Jenìn. Questa è una dei
figli di genitori separati e risposati molte volte. Lei conosce la madre, il
papà non lo ricorda. Un giorno la madre le presenta un uomo, indicandolo come suo babbo ma non ha più nessun altro contatto col genitore. Ora Jenìn non abita con la madre. Ancora molto
piccola va a vivere con la nonna materna insieme al
fratello. In seguito si spostano da un
conoscente all’altro, cercando in ognuno ciò che non può
dare loro: la sicurezza di un casolare, l’amore dei genitori mancati e una vita
serena. Il padre conosce bene la situazione dei due figli e segue di lontano
tutti i loro movimenti. I due raggiungono l’età approssimativa di dodici - tredici
anni e si muovono con più facilità, prestando i loro servizi presso le famiglie.
Un giorno il papà, accompagnato da alcuni signori
bianchi ben prestanti alla guida di un pulmino, va alla ricerca dei figli. Li
incontra, li saluta e li prega di seguire gli amici, suoi benefattori. Il papà
riceve la ricompensa e scompare. I
ragazzi, ignari dei loschi progetti del genitore, entrano nel pulmino e subito
ricevono caramelle e tante promesse. Poco più tardi si ritrovano nella
periferia di Nacala in grandi locali. Qui incontrano altri ragazzi e giovani
con i quali subito fanno amicizia. Tutti raccontano le storie personali
più o meno uguali. Sono trattati bene, mangiano, giocano ma non capiscono
perché sono chiusi e nessuno li visita. Non possono incontrare nessuno ed è
vietato uscire dal recinto. Notano anche che alcuni dei compagni alle volte
scompaiono. Jenìn non vede più il fratello. Jenìn e alcune amiche chiedono di
ritornare a casa e non trovano risposta, vogliono uscire per incontrare amici e parenti
ma viene loro vietato severamente, presentando scuse che non soddisfano
nessuno.
Jenìn, abituata a giocare e a girare all’aria
aperta, non resiste a un simile trattamento e progetta di fuggire. Non sa come
fare né dove andare. Per un certo periodo osserva tutto in silenzio, ascolta le
conversazioni degli altri sventurati, degli assistenti e delle guardie. Scopre dei
movimenti che si ripetono quotidianamente. Capisce che non è possibile
scavalcare i muri né fuggire da nessuna porta perché all’esterno c’è la ronda che
vigila giorno e notte. La ragazza non ha fretta ma vuole accelerare i tempi per
paura che scompaia come la sua amica conosciuta lì dentro. Con lei avevano
pensato a una fuga ma l’amica non c’è più e lei vuole attuare il piano da sola. Mentre è seduta per terra in un angolo del
cortile, sola e pensierosa, con la testa fra le mani, si avvicina una compagna,
per dire il vero non molto simpatica. La ragazza desidera parlare con lei. “Scusa”,
dice la ragazza, “io sono di Nampula, sono stata portata qui con inganno,
promettendomi vestiti e soldi. Non ho
avuto nulla, anzi sono sorvegliata anche di notte. Mi chiamo Gracinta. Sono qui
da venti giorni e sono stanca. Voglio fuggire, ma non so come fare”.
Si sa che la necessità e lo stato di sopravivenza
acuiscono l’intelligenza, raffinano la scaltrezza e aumentano l’innato
senso psicologico anche nei bambini. I Makwa possiedono fin dall’infanzia un
altissimo senso psicologico per cui ci si capisce benissimo non solo con le
parole ma dai movimenti, dallo sguardo e, specialmente dal tono della voce.
Tutto concorre a una intesa immediata anche fra sconosciuti. E’ quanto avviene fra
le due prigioniere. Quella compagna
antipatica si trasforma in amica e
complice. Jenìn rivela subito le sue
intenzioni: “Da alcuni giorni medito
proprio questo, in due sarà più facile. Ascolta il mio piano e poi mi dirai:
Alle volte vedo una guardia che avevo incontrato nella zona dove vivevo, credo che lei possa
aiutarci. Ci facciamo accompagnare alla stazione dei pullman e poi ciascuna va
nella propria direzione. Ci stai? Dobbiamo parlare con la guardia quando non c’è nessuno in giro”.
“Bella idea”, risponde Gracinta, “io ho già parlato una volta con quella
guardia. Devo trovare l’occasione per parlargli un’altra volta”.
Tre giorni dopo le
due amiche si trovano ben nascoste nella macchina della guardia in direzione
della città. Tutti tremano per la paura
di un controllo. In questo caso i tre vengono eliminati senza pietà. La guardia
non le accompagna fino ai mezzi di trasporto pubblici, sarebbe troppo rischioso
per lui. Le lascia all’ingresso della città dove c’è molto traffico. Gracinta
entra subito in una macchina di passaggio diretta a Nampula, Jenin si dilegua
nella campagna e a piedi raggiunge la
zona di Sette di Aprile, un villaggio questo, a metà strada da Nacala a Memba.
Ancora non è vicino al suo villaggio natale tuttavia lei si sente a casa e si
può riposare sotto un albero. La gente
la vede ma nessuno pensa che in quella ragazza ci sia
qualcosa di particolare. Tutti sono abituati a simili scenari.
Jenìn dorme profondamente, quando si sveglia sente
fame. E’ una fame causata dalla stanchezza accumulata durante la fuga e dallo
stato di nervosismo represso nei giorni
di prigionia. Passa fra le bancarelle del mercato, osserva con avidità quel
cibo appetitoso ma non ha soldi per comprare.
Desidera portar via qualcosa però si sente osservata da tutti e desiste.
Vaga per la campagna, qualcuno le rivolge la parola e lei scappa. Ha paura di
chi si ricorda di lei. Osserva bene in ogni angolo alla ricerca della madre e
del fratello. Forse anche lui è riuscito a fuggire dalle mani di quegli
sconosciuti! L’istinto fa riconoscere
chi le vuole bene e di chi ci si può fidare, per questo osserva, cammina,
fugge. Ascolta molto, parla
pochissimo e, al momento propizio si
ferma e accetta ciò che le offrono. Il
cibo, il riposo, l’alloggio sono cose necessari ma in lei passano in secondo
ordine. La cosa più importante è vivere,
poi si sistemerà tutto. Assapora la vita più che mai. Ha rischiato di perderla,
ora è tutta sua, nelle sue mani e per nessuna cosa al mondo può rischiare di
sciuparla.
Arriva nella
zona di Geba e accetta l’ospitalità di
chi si dice parente (stessa tribù). Dopo alcuni giorni le troppe domande dei
conoscenti la mettono nuovamente in cammino. Vagando per la campagna si ritrova
nella zona di Nakeka. Qui riconosce una sua familiare. Questa le dà indicazioni
della madre e della famiglia. Dopo essersi riposata e aver mangiato a sazietà
si mette nuovamente in viaggio.
Nel frattempo si diffonde la voce della sua fuga
dalla casa del padrone che le aveva promesso ricchezze e benessere. Chi non
conosce la realtà dice che la ragazza non doveva fuggire perché viveva con un
padrone potente, mangiava a sazietà e non lavorava. Al contrario, chi conosce
qualcosa del traffico degli organi dice che Jenìn è molto coraggiosa, è
fortunata. Gli ultimi sono pronti a difenderla. Anche un missionario si mette
sulle tracce dell’ adolescente per proteggerla, ascoltarla e, magari, avere un
testimone prezioso nella lotta che sta conducendo contro il maledetto traffico.
Nello stesso tempo circola un’altra voce
crudele e spietata che non ha simili: a Nacala s’ incontrano in un quartiere
pezzi di corpi umani abbandonati in un prato non frequentato, vicino alla
strada. Qualcuno riconosce la testa o arti di giovani da tempo scomparsi.
Forse la nostra Jenìn non è al corrente di tutto questo oppure ne ha
sentito parlare come una notizia crudele.
Di fatto, lei è riuscita a scappare e ora cerca una casa sicura che possa
proteggerla e amarla. La premura e l’amore del missionario la incontrano e la
consegnano alla madre che vive a Napera, una comunità cristiana della sua
missione.
martedì 10 ottobre 2017
Assunta in cielo
Maria Vergine assunta in cielo 15. 08.2017
Oggi,
contempliamo
la Vergine Maria assunta in cielo
accanto al suo figlio, splendente di bellezza, di benevolenza e di
misericordia. La sentiamo in noi quale regina di tutte le grazie, potente della
potenza di Dio che intercede in favore degli uomini, anche loro suoi figli, sempre
pronta ad aiutarci e accompagnarci alla salvezza eterna. Tu, o Vergine Maria,
ci vuoi felici su questa terra e per l’eternità. Nessun figlio escludi dalla
tua felicità.
Oggi vogliamo esprimerti qualche nostra
preoccupazione affinché tu la presenti al tuo Figlio e, se è nei suoi piani, possa
esaudirci.
Sappiamo o Vergine Maria, di esserci
allontanati molte volte da Te e da Gesù Cristo, senza per questo dimenticarvi.
Sappiamo che nell’avvicinarci
all’Eucaristia e ai tuoi misteri di salvezza, non siamo così decisi e convinti come dovremmo
essere. Ci accontentiamo di affermare che siamo tuoi e che crediamo in Dio
senza che Questo ci impegni più di tanto
nelle nostre decisioni e nella vita quotidiana. Il nostro credo rimane
nebuloso, inefficace. Siamo caduti nell’isolamento e nell’egoismo, vediamo
negli altri preferibilmente ciò che è negativo, pensiamo ai nostri interessi, a
difendere noi stessi a costo di tutto. Siamo disposti anche ad affondare gli
altri pur di non perdere qualcosa di noi. Quanto è amara la nostra situazione! Isolati dal resto
dell’umanità crediamo di essere a posto e che tutto dipenda noi! Immersi
in questa condizione, o Vergine Maria, oggi veniamo da Te per deporre il nostro cuore nel tuo. E’ un
cuore bramoso di perfezione e desideroso
di una vita nuova, libera da ogni paura,
una vita che possa accogliere tutti, specialmente coloro che hanno più
necessità, non solo i nostri familiari e amici.
Penso ora alla massa di persone che
fuggono dalla morte e dalla fame e arrivano fino alle nostre case. Ricordo
l’ambiente dove vivevo fino a qualche anno fa, là periodicamente arrivava la
fame. Quella fame che uccide, che non lascia scelte né discussioni perché
mentre altri discutono sul come, quando e il perché aiutare chi non ha cibo
muore di fame. La miseria non ha tempo. Anche ora la situazione non è cambiata.
Non possiamo sentirci infastiditi o aver paura dei migranti, neppure quando si
mostrano aggressivi. La loro insubordinazione, probabilmente, è la voglia di
riscatto da una condizione da noi creata in passato. La loro prepotenza è poca
cosa confrontata con la nostra, presentata loro con le armi sotto forma di
progresso o per sete di potere. Ora
dobbiamo sentirli amici e familiari. Come
noi sono povera gente che necessitano di amore, di amicizia e di condivisione.
Come noi, sono figli di Dio e salvati dallo stesso sangue di Cristo. Il
legame che ci unisce a loro è solo questo, non un legame economico o di
progresso civile o altri risultati umani che si possono verificare.
Accogli, o
Vergine Maria,
un cuore pieno di amarezza per gli avvenimenti di questa terra. E’ un cuore
pieno di dolore per le sconfitte personali, per i dispiaceri delle nostre
famiglie. Sono dolori per le malattie
che si accumulano senza tregua, per le morti
che arrivano improvvise, per quelle naturali o provocate e per quelle scelte. Nelle tue mani deponiamo la nostra
esistenza per proteggerla e custodirla.
Vergine Maria
Madre del Salvatore, affidiamo al tuo cuore di madre quello di tutte le madri del mondo, specialmente di
quelle che non trovano parole per consigliare i figli immersi nella malavita, nel vagabondaggio, nella droga,
nella disperazione e propensi al male perché senza lavoro. Ti affidiamo quelle
madri i cui figli sono scomparsi nel nulla o sono vittime d’ ingiustizie e di vendette,
madri dei figli venduti e fatti oggetto di speculazione per i progetti di
persone senza scrupoli e che hanno perso il concetto stesso di persona umana.
(Ho presente in questo momento quei
ragazzi trovati appesi in un grosso magazzino vicino a Nampula, pronti per essere
squartati al fine di vendere gli organi.
Ho davanti agli occhi i bambini e i giovani
del Bangladeh accecati e mutilati per
mandarli a chiedere l’elemosina in favore di potenti, ricordo una mamma costretta dalla fame a cedere il figlio a un
ricercatore di pietre preziose che promette in cambio vestiti e cibo e ….. mai più visto).
Ti presentiamo Vergine Maria, il nostro
cuore pieno di sofferenze ma anche ricolmo di fiducia e di gioia, nonostante le
amarezze. Siamo contenti per la tua presenza in mezzo a noi premurosa e pronta ad aiutarci in tutto. Siamo
certi che non ti stancherai mai di noi, non permettere che noi ci dimentichiamo
o ci stanchiamo mai di Te. Grazie per la vita e l’amore che ci
doni. Ti ringraziamo perché ci dai il
tuo Figlio, nostra unica salvezza. Grazie per gli amici che incontriamo nel
cammino della vita e perché metti nel cuore dell’uomo l’anelito al bene, la
speranza di una esistenza migliore e la forza di andare avanti in questo mare
di lacrime.
O Vergine
Maria assisa
sul trono di Dio permetti che in questo
giorno speciale Ti chiediamo ancora una grazia: Fa che Ti cerchiamo sempre, cercandoti Ti
incontriamo e incontrandoti Ti amiamo. Non
permettere che ci allontaniamo mai da Te. Grazie.
lunedì 9 ottobre 2017
poesia...L'araba fenice
Sguardi di bimbi
su campi
di solo pianto irrigati,
su crepe
di solchi dolenti,
ove nasce
la fame.
Il grano,
elemosinato
non parla di spighe
baciate dal sole
né di papaveri in fiore
La fantasia
non dimora
nella mente
privata di vitali
forme, sapori, colori
ove la speranza
non coglie fiori.
Ignora
che poco più in là,
oltre le capanne
grattacieli
d'umana avidità
ambisce
a rinnovarsi
in eterno
come l'araba fenice
Poesia....Suona xilofono
Suona xilofono
suona
ritmi solari...
creati da fresche
mani.
Suona xilofono
suona
ritmi antichi...
il ripetersi
della vita.
Suona xilofono
suona
il silenzio
della sera
africana...
accompagnami
in questo vagare
a cogliere
folate d'Oceano
e...la mia mente
a navigare
tra marosi
d'emozioni.
sabato 7 ottobre 2017
Colei che ci salvò dal colera...
Madre Paola Muzzeddu
Kavà febbraio 2009
Sento parlare di persone che muoiono di colera nella zona di Laia. Subito dopo chiamo l'anziano di quella comunità per conoscere meglio la situazione. L'anziano si presenta con i responsabili della comunità e mi comunicano che la malattia iniziò il 17 Novembre, la prima persona a morire fu Olanda Fernando e fino a quel momento erano morte 17 persone.
Dopo una settimana spaventati dalla situazione, un gruppo di abitanti si reca dalle autorità locali per chiedere spiegazioni e aiuto.
Interviene l'amministratore Fabbrica con la polizia, il quale, minacciando il popolo con le armi, dice che in Lara non ci sarebbe stato alcun intervento in merito alla situazione e che potevano rivolgersi al punto sanitario più vicino. Questo (Calea) dista da Laia 15 chilometri. La zona contagiata resta così abbandonata a se stessa.
La gente si dirige verso Calea ma qui non trova nessun aiuto. Gli ammalati ritornano a casa in attesa della morte che non tarda ad arrivare.
Gli ammalati,a volte non ce la fanno ad arrivare a casa e finiscono i loro giorni per strada. Altri preferiscono rimanere nelle proprie abitazioni impossibilitati a muoversi.
Nel frattempo si muore tutti i giorni e al 17 Dicembre se ne contano 38 tutti con gli stessi sintomi: diarrea, vomiti, dimagrimento improvviso e nel giro di qualche giorno arriva la morte.
Avviso la comunità che sarei andato il 17 Dicembre per celebrare la Santa Messa e per visitarla in un momento tanto delicato.
I responsabili parrocchiani che sempre mi accompagnavano, questa volta si rifiutano per paura della malattia e di essere aggrediti, come si fa di consueto in ogni villaggio. Vado con Matteo Augusto , un giovane di Laia che vive a Memba nello studentato della missione.
In Laia incontro poche persone perchè molti abbandonarono la zona, altri sono rimasti a casa ad assistere i famigliari e un gruppo occupato nel funerale di Agostino Mokwanya-
Questo era andato al punto sanitario di Calea con la speranza d'incontrare aiuto ma non ricevette alcuna medicina e fece rientro a casa dove morì appena arrivato.
Prima della celebrazione Eucaristica ricordo a tutti che nell'altare della loro chiesa ci sono le reliquie di Madre Paola Muzzeddu e di suor Gabriella Sagheddu e che solo loro possono aiutarci perchè vivono in Dio. Gli avvenimenti da poco vissuti ci dicono che non possiamo sperare niente dalle autorità civili che tutto sta nelle mani di Dio. Insisto sul fatto che la salvezza del popolo si ottiene con la preghiera fervorosa e con la piena fiducia nei
santi. Tutti hanno l'immagine di Madre Paola e invito a pregarla con fede e, se sarà nei piani di Dio, la malattia passerà.
Celebriamo la Santa Messa con poca solennità ma con grande fervore e fiducia, poi mi licenzio invitando, ancora una volta, alla preghiera.
Due settimane dopo, nell'incontro del consiglio parrocchiale, chiedo all'anziano di Laia come stavano le cose e lui risponde che ad iniziare dalla mia visita non era morto nessuno, anzi erano guarite anche le persone che in quel momento erano ammalate. Incredulo ripeto alcune volte la stessa domanda ricevendo sempre la stessa risposta " dalla sua visita, Padre, nessuno è morto!"
Nell'ultimo giorno dell'anno nella sede parrocchiale è tradizione fare una veglia di preghiera che si protrae fino al primo giorno dell'anno successivo per ringraziare Dio del tempo concesso e chiedere aiuto per il nuovo anno.
Dei 200 giovani presenti nessuno aveva chiesto la pioggia ma durante la celebrazione eucaristica della notte tra il 2006 e il 2007 cade abbondante, quasi per completare l'avvenimento straordinario della settimana precedente.
La pioggia era scomparsa dal mese di Marzo e quella notte rallegrò il cuore di tutti.
Anche in Laia cadde abbondante, purificando l'ambiente e dando speranze alle persone.
Tutti siamo convinti che il popolo è stato salvato per intercessione di Madre Paola e non per le medicine che le autorità preposte negarono.
Parroco della Missione di Kavà
Kavà febbraio 2009
Sento parlare di persone che muoiono di colera nella zona di Laia. Subito dopo chiamo l'anziano di quella comunità per conoscere meglio la situazione. L'anziano si presenta con i responsabili della comunità e mi comunicano che la malattia iniziò il 17 Novembre, la prima persona a morire fu Olanda Fernando e fino a quel momento erano morte 17 persone.
Dopo una settimana spaventati dalla situazione, un gruppo di abitanti si reca dalle autorità locali per chiedere spiegazioni e aiuto.
Interviene l'amministratore Fabbrica con la polizia, il quale, minacciando il popolo con le armi, dice che in Lara non ci sarebbe stato alcun intervento in merito alla situazione e che potevano rivolgersi al punto sanitario più vicino. Questo (Calea) dista da Laia 15 chilometri. La zona contagiata resta così abbandonata a se stessa.
La gente si dirige verso Calea ma qui non trova nessun aiuto. Gli ammalati ritornano a casa in attesa della morte che non tarda ad arrivare.
Gli ammalati,a volte non ce la fanno ad arrivare a casa e finiscono i loro giorni per strada. Altri preferiscono rimanere nelle proprie abitazioni impossibilitati a muoversi.
Nel frattempo si muore tutti i giorni e al 17 Dicembre se ne contano 38 tutti con gli stessi sintomi: diarrea, vomiti, dimagrimento improvviso e nel giro di qualche giorno arriva la morte.
Avviso la comunità che sarei andato il 17 Dicembre per celebrare la Santa Messa e per visitarla in un momento tanto delicato.
I responsabili parrocchiani che sempre mi accompagnavano, questa volta si rifiutano per paura della malattia e di essere aggrediti, come si fa di consueto in ogni villaggio. Vado con Matteo Augusto , un giovane di Laia che vive a Memba nello studentato della missione.
In Laia incontro poche persone perchè molti abbandonarono la zona, altri sono rimasti a casa ad assistere i famigliari e un gruppo occupato nel funerale di Agostino Mokwanya-
Questo era andato al punto sanitario di Calea con la speranza d'incontrare aiuto ma non ricevette alcuna medicina e fece rientro a casa dove morì appena arrivato.
Prima della celebrazione Eucaristica ricordo a tutti che nell'altare della loro chiesa ci sono le reliquie di Madre Paola Muzzeddu e di suor Gabriella Sagheddu e che solo loro possono aiutarci perchè vivono in Dio. Gli avvenimenti da poco vissuti ci dicono che non possiamo sperare niente dalle autorità civili che tutto sta nelle mani di Dio. Insisto sul fatto che la salvezza del popolo si ottiene con la preghiera fervorosa e con la piena fiducia nei
santi. Tutti hanno l'immagine di Madre Paola e invito a pregarla con fede e, se sarà nei piani di Dio, la malattia passerà.
Celebriamo la Santa Messa con poca solennità ma con grande fervore e fiducia, poi mi licenzio invitando, ancora una volta, alla preghiera.
Due settimane dopo, nell'incontro del consiglio parrocchiale, chiedo all'anziano di Laia come stavano le cose e lui risponde che ad iniziare dalla mia visita non era morto nessuno, anzi erano guarite anche le persone che in quel momento erano ammalate. Incredulo ripeto alcune volte la stessa domanda ricevendo sempre la stessa risposta " dalla sua visita, Padre, nessuno è morto!"
Nell'ultimo giorno dell'anno nella sede parrocchiale è tradizione fare una veglia di preghiera che si protrae fino al primo giorno dell'anno successivo per ringraziare Dio del tempo concesso e chiedere aiuto per il nuovo anno.
Dei 200 giovani presenti nessuno aveva chiesto la pioggia ma durante la celebrazione eucaristica della notte tra il 2006 e il 2007 cade abbondante, quasi per completare l'avvenimento straordinario della settimana precedente.
La pioggia era scomparsa dal mese di Marzo e quella notte rallegrò il cuore di tutti.
Anche in Laia cadde abbondante, purificando l'ambiente e dando speranze alle persone.
Tutti siamo convinti che il popolo è stato salvato per intercessione di Madre Paola e non per le medicine che le autorità preposte negarono.
Parroco della Missione di Kavà
giovedì 5 ottobre 2017
Racconto...Le scimmie
Le
scimmie
“Sei brutta come una scimmia, sei dispettoso come
una scimmia”, oppure semplicemente, “mi
sembri una scimmia ”, si dice di una persona poco simpatica per attribuirle
qualcosa di sgradevole e di poco simpatico. Che una scimmia non splenda di bellezza
non occorre dimostrarlo, per gli altri casi cerchiamo di presentare alcuni esempi che possono aiutarci a capire.
La difesa della scimmia
Tre giovani sono sul tetto della loro abitazione per
riassettare la griglia delle canne dove appoggiare le palme per la coperture. Cantano
e chiacchierano con allegria. Un branco di scimmie si avvicina in cerca di cibo
e accenna ad entrare in una abitazione
vicina di proprietà di Basilio, uno dei giovani. Basilio scende velocemente dal tetto dove
lavora, afferra un bastone e corre in direzione del branco. Gli animali fuggono, eccetto un esemplare di
grande stazza. E’ la madre che osserva
la fuga repentina della prole, vede l’uomo che corre verso di essa. L’animale scatta in direzione dell’uomo,
pronta a difendere i piccoli i quali osservano da lontano. Il quadrupede si
ferma, ritto sulle gambe posteriori in attesa dello scontro. Il volto cambia
aspetto, diventa corrucciato e pieno di rughe, la grande bocca aperta mostra i
poderosi denti ingialliti. Lancia il grido di guerra e aspetta l’avversario.
L’uomo conosce bene l’indole dell’animale e, deciso
nel proteggere la sua abitazione, si dirige verso la scimmia. Si ferma a pochi
passi dell’avversario, solleva in alto il bastone per allontanare il rivale e sente nella propria testa qualcosa
di molto duro. Il sangue gli cola sul viso mentre il suo bastone è nelle mani
della madre scimmia. Accade che nell’atto di colpire l’animale questi strappa il
bastone di mano dell’uomo e picchia con la medesima arma la testa del giovane,
provocando una ferita grande e profonda. Attonito per l’accaduto il giovane s’
incanta. Vede l’animale sollevare solennemente il bastone in alto e spezzarlo in due sulla propria bamba, butta i
due pezzi ai piedi dell’aggredito e scappa per raggiungere i suoi piccoli.
Anche il giovane correre verso un punto di soccorso, dove gli praticano quattro
punti sulla testa.
La scimmia e
il bambino
Un bambino di pochi mesi giace
nudo su un panno alla porta della casa. Lo proteggono dai raggi solari una stretta veranda che gira intorno all’
abitazione. Il caldo supera già i trenta gradi. La madre prepara il terreno per
la semina a pochi metri di distanza. La zappa che adopera per raschiare la
terra è ridotta al minimo, la sua lama ha raggiunto il buco del manico. La
donna possiede solo quel mezzo, ha i soldi per comprare una nuova zappa ma il
negozio dista novanta chilometri dal suo villaggio. Non ci sono mezzi per
raggiungere la città, le strade sono sterrate e difficili da percorrere solo a
piedi. La donna, come tanti altri che lavorano la terra, si deve accontentare
di quel mozzicone di metallo in attesa di tempi migliori. Mentre dissoda la
terra Ana, questo è il nome della signora, guarda la propria creatura che dorme
pacificamente. Nella zona sono scomparsi
gli animali feroci, sono presenti solo alcuni branchi di scimmie che visitano periodicamente l’abitato ma nulla di
preoccupante. Da più di una settimana le scimmie non si vedono in giro e si
pensa che abbiano cambiato zona.
La donna possiede una capra che tiene legata dove c’è da brucare qualcosa. Ci sono anche alcune galline che razzolano nel piazzale, innocue per la creatura. Ana zappa la terra, procura la legna per il fuoco, prepara il cibo, allatta la creatura, tutto in contemporanea. Si sa che le scimmie non aggrediscono se non sono disturbate e possono giocare beatamente con i bambini se lasciate in pace. Una scimmia, di qualche anno di età, si avvicina alla porta dell’abitazione, si ferma accanto al neonato, lo guarda con attenzione, gli gira attorno, vuole giocare con quell’essere da lui diverso pur assomigliandosi in qualche modo a essa. Mentre il quadrupede compie la sua ispezione viene avvistato dalla madre del bambino che, spaventata, corre per liberare la sua creatura dalla incomoda compagnia. Si spaventa anche l’animale e fugge, nascondendosi dietro la casa. Quando la donna riprende il suo lavoro e tutto sembra calmo, la scimmia ritorna dal neonato, con le mani pratica grosse ferite nella pancia della creatura, tenta di spaccare in due il bambino. Ana assiste alla scena, inorridita e fuori di sé corre in aiuto del suo bambino ma inutilmente. Mentre Ana si avvicina, la scimmia solleva in alto la creatura e la butta in terra con forza ai piedi della madre, quindi scappa velocemente per raggiungere il branco.
La donna possiede una capra che tiene legata dove c’è da brucare qualcosa. Ci sono anche alcune galline che razzolano nel piazzale, innocue per la creatura. Ana zappa la terra, procura la legna per il fuoco, prepara il cibo, allatta la creatura, tutto in contemporanea. Si sa che le scimmie non aggrediscono se non sono disturbate e possono giocare beatamente con i bambini se lasciate in pace. Una scimmia, di qualche anno di età, si avvicina alla porta dell’abitazione, si ferma accanto al neonato, lo guarda con attenzione, gli gira attorno, vuole giocare con quell’essere da lui diverso pur assomigliandosi in qualche modo a essa. Mentre il quadrupede compie la sua ispezione viene avvistato dalla madre del bambino che, spaventata, corre per liberare la sua creatura dalla incomoda compagnia. Si spaventa anche l’animale e fugge, nascondendosi dietro la casa. Quando la donna riprende il suo lavoro e tutto sembra calmo, la scimmia ritorna dal neonato, con le mani pratica grosse ferite nella pancia della creatura, tenta di spaccare in due il bambino. Ana assiste alla scena, inorridita e fuori di sé corre in aiuto del suo bambino ma inutilmente. Mentre Ana si avvicina, la scimmia solleva in alto la creatura e la butta in terra con forza ai piedi della madre, quindi scappa velocemente per raggiungere il branco.
La scimmia dispettosa
Nella zona di Chipene le scimmie invadono i campi coltivati e arrivano
fino alle case per cercare cibo. Non si
spostano per il semplice rumore che produce l’uomo nel quotidiano lavoro ma
occorre minacciarle con bastoni e inseguirle con lanci di pietre. Capita che,
avvicinandosi troppo all’animale nell’intento di allontanarlo, questo accetti
la sfida e ne abbia la meglio. Tamoil coltiva un grande campo a manioca e
miglio. L’agricoltore segue fedelmente gli ultimi accorgimenti del Padre
missionario in fatto di produzione agricola. Il campo ben ordinato, da una
parte la manioca dall’altra il miglio, tutto in linea e ben pulito permettere il controllo del podere con un solo
sguardo. L’uomo è felice di come vanno le cose e prevede un abbondante
raccolto. Alla comunità darà una parte maggiore degli altri anni quale
ringraziamento a Dio. La pianta della manioca già porta le sue radici allo scoperto, le
pannocchie hanno la barba dorata, tutti segni che avvisano l’agricoltore della
maturità del prodotto. Purtroppo Tamoil non prevede l’impatto con le scimmie spesso
allontanate con modi bruschi. Per due volte gli animali sradicano le piante e rovinano le talee della
manioca, frugano anche sotto terra alla
ricerca della semente del miglio ma subito si
rimedia con la sostituzione di talee e di sementi. Tamoil non pensa alla
scimmia dispettosa.
Il secondo giorno del raccolto di
notte interviene un branco di scimmie, rovina un terzo del prodotto già
raccolto, spezza le talee e si allontana in altri poderi. Tamoil non si altera
per il danno subito e promette di dare la caccia spietata a tutte le scimmie. Sarebbe
inutile adirarsi. Le scimmie, come spesso gli uomini, sembra che godano quando
vedono altri adirati. Questo modo di procedere delle scimmie è comune a tutti i
poderi con il cibo a loro gradito. I contadini non riescono a competere con gli
animali e pregano un intervento massiccio dell’Amministratore. Questo, com’ è
consuetudine alle autorità, temporeggia finché gli animali arrivano anche nel
suo podere. Si organizza subito una grossa retata per cacciare le scimmie e
salvare il prodotto della popolazione.
Avviene un autentico sterminio
degli animali indesiderati. Per diverso tempo la popolazione si ciba volentieri
della carne prelibata di questo essere che tanto si rassomiglia all’uomo Per
incontrare questi animali simpatici ma dispettosi. . Adesso occorre allontanarsi
dalle abitazioni e dalle strade percorse dagli esseri umani.
martedì 19 settembre 2017
La morte del fratello
Durante e subito dopo la guerra, pur di salvare una vita, si affrontano sacrifici impensabili
in altri momenti. Si viaggia senza contare i chilometri e le ore o calcolare i
pericoli. E’ sufficiente conoscere che
in un posto c’ é un ammalato in difficoltà e subito si corre. Il padre
Castellari ha abituato così la gente. Quando
sa di un ammalato salta il pranzo e la cena e viaggia per ore e ore pur di
incontrarlo. Non sempre trova chi cerca
perché ristabilitosi o passato a vita migliore. In tal caso rientra a casa,
contento se l’ammalato é vivo e ha ripreso la sua attività, deluso quando
incontra l’ammalato già morto e sepolto. Quando lo permette la luce del sole il
defunto si seppellisce il giorno stesso del decesso. Il Padre Castellari non s’infastidisce mai anche quando non si capisce se l’avviso corrisponda a verità o é solo
il desiderio di girare in macchina. La guerra ha formato il popolo all’incertezza, alla
menzogna, a viaggiare in continuazione pur di salvarsi.
Ai disagi del conflitto si aggiunge il feticcio (una
specie di malocchio) operante nell’ambiente come una vera peste. Esso agisce nel popolo come una forza occulta che determina azioni, movimenti e desideri a
cui non si può e non si deve opporre resistenza. Esso è sempre la causa di ogni
male che, mosso dall’invidia, penetra nella mente, fa vedere tutto negativo e
porta inesorabilmente alla morte. Per vincere il feticcio occorre opporgli
qualcosa di più forte che pochissimi addetti al mestiere conoscono. In caso
contrario la stessa opposizione può aumentare le disgrazie in chi ne è colpito.
Di buon mattino, ancor prima dell’alba, un giovane
chiama padre Castellari per soccorrere il fratello gravemente ammalato nel
villaggio di Curahama. Il villaggio dista 60 chilometri dal centro, circa tre ore di
macchina. Il missionario ricorda al
giovane che altre volte andò in suo soccorso e il fratello non si lasciò mai aiutare. Forse stanco di viaggiare
inutilmente, il vecchio missionario mi prega di sostituirlo. In separata sede mi avvisa che i parenti sono
convinti che l’ammalato sia invaso dai feticci. La curiosità di conoscere e una
certa presunzione di sistemare la situazione mi fanno accettare l’incombenza.
Durante il viaggio il giovane è di poche parole. Io
rispetto il silenzio, trascorrendo in tal modo venti minuti lunghi come i giorni e le settimane. Una sua preoccupazione
lo costringe a rompere il silenzio. Con voce sommessa il giovane dice: “Padre, forse mio fratello è
morto, forse al nostro arrivo l’hanno interrato, forse non serve il nostro
viaggio”. Il suo dubbio è per me realtà. Ho la tentazione di fermare la
macchina e farlo scendere. Mi faccio forza e
lo ascolto mentre parla lentamente: “ Padre, io l’ho lasciato ieri sera
che respirava a fatica, forse è morto. Il feticcio che lo possiede é molto potente, noi non riusciamo a vincerlo. L’ invidia delle
persone supera le nostre possibilità, lui soffre molto”. Io spiego che per il
cristiano non esiste il feticcio, si deve solo pregare affinché il Signore
superi ogni malattia e resistenza. Spiego la dinamica del feticcio e come si
può vincere. Il mio discorso non rasserena
il giovane, al contrario lo rende più nervoso e quasi lo offende. “Padre,
interviene lui, io credo alle sue parole ma il feticcio che ha mio fratello non
si può vincere, lui è destinato a morire”.
I discorsi si intercalano con lunghi silenzi. Non
capisco perché abbia chiamato il missionario se è convinto della sua inutilità.
Non riesco a spiegarmi perché debbano essere così rassegnati.
Con simili argomenti arriviamo a destinazione.
L’ammalato giace su una stuoia sotto un albero di Cajù. Intorno a lui stanno i
parenti in silenzio, aspettando la fine. A distanza, seduti su delle pietre,
alcuni amici chiacchierano sommessamente e si alzano all’arrivo del
missionario. I parenti rimangono seduti, intensificando il dolore sul loro
viso. L’ammalato è ridotto a pelle e
ossa, il respiro è quasi regolare. Capisco che il giovane ha necessità di
serenità e di essere incoraggiato. Se riuscisse a mangiare sarebbe un’ottima
cura. Uno dei presenti avvisa l’ammalato che il Padre missionario è accanto a lui. Lo
stesso che parla con l’ammalato, anticipando ogni mia eventuale proposta, mi
dice che è inutile portarlo all’ospedale, ormai è pieno di maledizioni e morirà
subito. L’ammalato apre gli occhi e accenna a un sorriso. E’ un sorriso di
saluto al padre arrivato al suo capezzale. Anch’ io sorrido e rispondo con una
preghiera e una benedizione. Lontano dall’ammalato, con la speranza di
rimuovere la decisione presa, faccio le mie rimostranze con il capo tribù e
insisto per non lasciar morire in quel modo un giovane che, forse, non ha
raggiunto ancora i vent’anni. Intorno a me si fa silenzio in ascolto delle mie
parole poi si solleva un brusio da tutte le parti. Con fare gentile il mio
accompagnatore si presta a riaccompagnarmi alla missione e partiamo. Il mio
cuore si restringe, non capisco proprio nulla e non trovo alcuna
giustificazione per la decisione presa. Non mi sento deluso o sconfitto, sono
semplicemente disorientato. Un silenzio che si fa preghiera mi accompagna fino
a casa e per i giorni successivi.
Il giovane ammalato muore di fame e di stenti alcuni
giorni dopo. Ancora una volta il feticcio fa da padrone.
Don Ottavio
Africa amata...fine
Tra Sardegna e Africa...
Miguel Pedro Cobre vuole che rimanga a Cavà.
Secondo lui porto un pò d'allegria per i giochi di prestigio che presento a loro e che sono ormai famosi!....Il tam,tam delle notizie nella foresta ha suonato varie volte per annunciare i miei "incantesimi. Mi trovo sotto l'attenzione di tutti. I capelli bianchi hanno un fascino particolare per quei ragazzi ed ogni movimento è seguito con .
L'obesità in Mozambico, in cui la linea asciutta è prerogativa essenziale, chi ha la pancia pronunciata come la mia e qualche chilo di troppo è ricco.
Per loro è ricco anche chi riesce a mangiare ogni santo giorno e può sorridere, in cuor suo, a Nostro Signore.
Il suono di un flauto in lontananza, squarcia il silenzio della sera e Joào, ormai responsabile e valido aiutante di don Ottavio in quel di Memba mi sorride con un augurio che parte dal cuore. Spera che il mio ritorno a Memba non tardi per mostrarmi ancora una volta la sua abilità a salire su quel "cokèiru" appeso in quel cielo azzurro che la notte ricama di brillantini affascinanti e spettacolari.Mi darà da bere il nettare della noce di cocco preso per la mia felicità e si poserà accanto a me a confortare la mia emozione incontrollata che, a sua volta, rafforzerà il mio amore.
Il vento di maestrale della mia isola mi ricorda,ancor di più, quelle folate tiepide che, dall'Oceano Indiano, corrono con le maree in un gioco dell natura e vanno a morire, lentamente, nel cuore della foresta, per ritornare dopo che le stelle salutano il firmamento incantato.
L'Africa amata attende il mio ritorno e quel giorno sarà la vittoria più bella che il mio cuore possa ricevere, senza alcun rifiuto.
Mi adagerò sulla sabbia bianca della foresta e gli occhi verso il bao bab là vicino, a protezione della mia riservatezza, piangerò lacrime di gioia.
La mia isola lontana mi conforterà con i suoi dolci ricordi e il profumo del suo mare mi rigenererà le membra. Respirerò a pieni polmoni , la quotidianità locale e quella strada di terra rossa che cammina come un gomitolo torturato da un gatto, non sarà fiume di sangue ma...di pace. Africa amata in cui ho depositato una part delle mie ricchezze, sei la "credenza" della mia casa. Ti cerco quando ho bisogno d'una tazzina d'amore particolare, come se tu fossi la mia amante, il medico che lenisce i dolori, la mamma che calma il pianto del figlio, l'elicriso della mia nostalgia...ti cerco, insomma, quando ho bisogno di pace.
La luna naviga tra stelle, a mille a mille e altre ancora si preparano a salutarla.Il suo viaggio è d'amore discreto. Non ha bisogno di aneliti.
Il mio cuore viaggia in questo mare di emozioni forti e, grazie al Buon Dio, riesce a non perdere la rotta.
Africa amata, la mia isola accarezza la mia anima per donarti un figlio caro!....Una parte del mio cuore sarà tra mare e Oceano e gli scogli una barriera, così da non perdersi alcun granello d'amore....
Pier Carlo Acciaro
Miguel Pedro Cobre vuole che rimanga a Cavà.
Secondo lui porto un pò d'allegria per i giochi di prestigio che presento a loro e che sono ormai famosi!....Il tam,tam delle notizie nella foresta ha suonato varie volte per annunciare i miei "incantesimi. Mi trovo sotto l'attenzione di tutti. I capelli bianchi hanno un fascino particolare per quei ragazzi ed ogni movimento è seguito con .
L'obesità in Mozambico, in cui la linea asciutta è prerogativa essenziale, chi ha la pancia pronunciata come la mia e qualche chilo di troppo è ricco.
Per loro è ricco anche chi riesce a mangiare ogni santo giorno e può sorridere, in cuor suo, a Nostro Signore.
Il suono di un flauto in lontananza, squarcia il silenzio della sera e Joào, ormai responsabile e valido aiutante di don Ottavio in quel di Memba mi sorride con un augurio che parte dal cuore. Spera che il mio ritorno a Memba non tardi per mostrarmi ancora una volta la sua abilità a salire su quel "cokèiru" appeso in quel cielo azzurro che la notte ricama di brillantini affascinanti e spettacolari.Mi darà da bere il nettare della noce di cocco preso per la mia felicità e si poserà accanto a me a confortare la mia emozione incontrollata che, a sua volta, rafforzerà il mio amore.
Il vento di maestrale della mia isola mi ricorda,ancor di più, quelle folate tiepide che, dall'Oceano Indiano, corrono con le maree in un gioco dell natura e vanno a morire, lentamente, nel cuore della foresta, per ritornare dopo che le stelle salutano il firmamento incantato.
L'Africa amata attende il mio ritorno e quel giorno sarà la vittoria più bella che il mio cuore possa ricevere, senza alcun rifiuto.
Mi adagerò sulla sabbia bianca della foresta e gli occhi verso il bao bab là vicino, a protezione della mia riservatezza, piangerò lacrime di gioia.
La mia isola lontana mi conforterà con i suoi dolci ricordi e il profumo del suo mare mi rigenererà le membra. Respirerò a pieni polmoni , la quotidianità locale e quella strada di terra rossa che cammina come un gomitolo torturato da un gatto, non sarà fiume di sangue ma...di pace. Africa amata in cui ho depositato una part delle mie ricchezze, sei la "credenza" della mia casa. Ti cerco quando ho bisogno d'una tazzina d'amore particolare, come se tu fossi la mia amante, il medico che lenisce i dolori, la mamma che calma il pianto del figlio, l'elicriso della mia nostalgia...ti cerco, insomma, quando ho bisogno di pace.
La luna naviga tra stelle, a mille a mille e altre ancora si preparano a salutarla.Il suo viaggio è d'amore discreto. Non ha bisogno di aneliti.
Il mio cuore viaggia in questo mare di emozioni forti e, grazie al Buon Dio, riesce a non perdere la rotta.
Africa amata, la mia isola accarezza la mia anima per donarti un figlio caro!....Una parte del mio cuore sarà tra mare e Oceano e gli scogli una barriera, così da non perdersi alcun granello d'amore....
Pier Carlo Acciaro
sabato 9 settembre 2017
Africa amata 1^ parte
Il mondo è così piccolo!.. una sfera che ruota su se stessa in cui vedi quello che vuoi vedere, con occhi affascinati, nel mondo della fantasia. I colori escono da quel globo in movimento a salutare il "ciak" della vita. Ritorni a far rivivere il povero cuore, provato da altre battaglie e...l'amore che senti è molto più vicino.
Il Mozambico mi chiama ancora a soddisfare, in parte, questa grande "sete" che ho dentro.
Non servono più le ansie di "vecchio uomo" per scaricare il fardello d'amore, tenuto celato in un tempo che non ha mai fine.
Non servono più!...ora ho la sfera tra le mani ed il mio dito indice accarezza l'Oceano Indiano in cui si affaccia la mia Africa amata.
E' subito brivido nel mio corpo!..vivo momenti meravigliosi, di una realtà virtuale. Sono nella mia isola ( La Maddalena ) e...un'altra esistenza mi accompagna in una Terra lontana!?..,
Jaime, artista raffinato, di sculture di legno duro come il " Pau Petru", ora dà l'ultimo tocco da maestro a quella opera d'arte che fa bella mostra in quell'angolo della chiesa " Immacolata Concezione" della parrocchia di Kavà.
Finalmente il prete che ha ordinato l'opera può dire di vedere realizzata una cosa così bella da renderlo felice ma...le cose buone, a volte , sono accompagnate da altre cattive.
Come il vento che accarezza con dolcezza le fronde degli alberi lasciandoci gli applausi della natura tra foglia e foglia in un regalo gradito, così i l silenzio del vento che non c'è più, andato a beare altre sponde, lascia un vuoto nella piccola comunità.
Rimane quell'opera d'arte in ricordo di un vento passato troppo in fretta.
Jaime aveva dato l'illusione di rimanere in quella comunità a suonare i suoi strumenti d'arte e insegnarli a quella gioventù avida di conoscenza.
Invece è volato via lasciando una lieve speranza in cuore a chi vuole credere che domani sarà migliore.
Vorrei sentire il profumo della terra baciata dalla pioggia in un bel canto di gioia e rotolarmi in quella danza di emozioni assieme ai miei amici mozambicani.
Salutare quel "cochèiru" là in alto fino a perdere l'equilibrio e trovarmi spaparanzato per terra, in quella terra rossa bagnata di fresco e accorgermi di essere in compagnia di noci di cocco, cadute da quell'albero.
Vorrei sentire il vociare dei bambini che, dalla scuola vicina alla comunità di Memba, fanno di tutto per portarmi indietro nel tempo e ritrovarmi bambino anch'io con la voglia di far sentire la mia voce all'aria salubre della mia cara isola. Vorrei ascoltare in silenzio i discorsi dei bambini, ma la lingua che parlano è il Macua ...allora mi trovo a parlare il mio bel dialetto sardo-maddalenino e i pensieri si perdono in un marasma di voci.
Pier Carlo Acciaro
Il Mozambico mi chiama ancora a soddisfare, in parte, questa grande "sete" che ho dentro.
Non servono più le ansie di "vecchio uomo" per scaricare il fardello d'amore, tenuto celato in un tempo che non ha mai fine.
Non servono più!...ora ho la sfera tra le mani ed il mio dito indice accarezza l'Oceano Indiano in cui si affaccia la mia Africa amata.
E' subito brivido nel mio corpo!..vivo momenti meravigliosi, di una realtà virtuale. Sono nella mia isola ( La Maddalena ) e...un'altra esistenza mi accompagna in una Terra lontana!?..,
Jaime, artista raffinato, di sculture di legno duro come il " Pau Petru", ora dà l'ultimo tocco da maestro a quella opera d'arte che fa bella mostra in quell'angolo della chiesa " Immacolata Concezione" della parrocchia di Kavà.
Finalmente il prete che ha ordinato l'opera può dire di vedere realizzata una cosa così bella da renderlo felice ma...le cose buone, a volte , sono accompagnate da altre cattive.
Come il vento che accarezza con dolcezza le fronde degli alberi lasciandoci gli applausi della natura tra foglia e foglia in un regalo gradito, così i l silenzio del vento che non c'è più, andato a beare altre sponde, lascia un vuoto nella piccola comunità.
Rimane quell'opera d'arte in ricordo di un vento passato troppo in fretta.
Jaime aveva dato l'illusione di rimanere in quella comunità a suonare i suoi strumenti d'arte e insegnarli a quella gioventù avida di conoscenza.
Invece è volato via lasciando una lieve speranza in cuore a chi vuole credere che domani sarà migliore.
Vorrei sentire il profumo della terra baciata dalla pioggia in un bel canto di gioia e rotolarmi in quella danza di emozioni assieme ai miei amici mozambicani.
Vorrei sentire il vociare dei bambini che, dalla scuola vicina alla comunità di Memba, fanno di tutto per portarmi indietro nel tempo e ritrovarmi bambino anch'io con la voglia di far sentire la mia voce all'aria salubre della mia cara isola. Vorrei ascoltare in silenzio i discorsi dei bambini, ma la lingua che parlano è il Macua ...allora mi trovo a parlare il mio bel dialetto sardo-maddalenino e i pensieri si perdono in un marasma di voci.
Pier Carlo Acciaro
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